Mattine ad aprile

Succede che all’inizio d’aprile certe mattine siano così, irresolute e opache, le nuvole cupe in cielo a raccontare storie di pioggia – oppure la nebbia, e qualche sprazzo luminoso, lì accanto, a rassicurarci.

Gli umori d’aprile sono indecifrabili, fra insoddisfazione, aspettative e lunghe attese – un tempo sospeso fra tinte radiose e ciò che eravamo.

Aprile ti entra dentro adagio, per dirti che, in fondo, non è mai finita.

Ricominciare

Cambiare gli abiti al blog è una trasformazione importante, che segna un passaggio anche nella mia esistenza, un prima e un dopo, come un compleanno. Comincia una nuova stagione, la primavera meteorologica, e arrivano nuovi pensieri, fantasie colorate e il desiderio di correre fuori, incontro alla vita, nonostante il vento di guerra e lo sgomento l’accompagna – e il non sapere come, quando, dove.

La primavera torna col freddo dell’inverno addosso, forse impaurita ma decisa a restare. Questi mutamenti sono confusi, faticosi, un passo avanti e due indietro, il sentiero che si dirama, la direzione da prendere, da che parte vado. E le margherite, le violette, il ricominciare.

Ecco, si ricomincia. Con qualche consapevolezza in più e l’idea confusa del farcela a qualsiasi costo.

La teoria del pascolo, i fatti, la vanga terapeutica e la bellezza

Come fare per vivere al meglio ogni giorno della nostra vita? Quali comportamenti adottare per non cadere nelle tante trappole che certuni amano disseminare sul nostro cammino? Cosa fare per cogliere i piccoli doni che il mondo ci offre ogni giorno? Che strategie adottare per diventare persone migliori? Non ho la bacchetta magica né so fare incantesimi, ma qualcosa posso scrivere. A modo mio, s’intende, ché si possono raccontare tante verità anche sorridendo.

La teoria del pascolo. No, non bisogna associarlo alle mucche, anche se loro, al pascolo, ci vanno davvero. La teoria del pascolo, da me elaborata in tempi non sospetti, prevede la necessità di mandare a pascolare in fretta, senza indugio, le persone negative. Mollarle, chiudere loro le porte in faccia, alzare altissimi muri inespugnabili. Sembra banale, ma non lo è, perché gli esseri umani trascorrono buona parte della loro breve vita invischiati in rapporti terrificanti o mediocri o umilianti. Le ragioni sono tante e qui non mi ci soffermo; dico solo che, per un effetto combinato di educazione familiare, pressioni ambientali e mancata conoscenza dell’animo umano, tante persone, vittime di schemi disfunzionali, s’impantanano in amicizie, relazioni varie e matrimoni orripilanti. E sono persino convinte che vada bene così, che sia giusto lasciarsi manipolare e martoriare da soggetti sadici o malintenzionati o semplicemente insulsi. Posso svelare un segreto? No, non è obbligatorio farsi rovinare la vita. Lo so, in tanti vi hanno detto che bisogna sopportare (soprattutto alle donne, lo dicono), a scuola alcuni vi hanno persino insegnato che bisogna stare al proprio posto (fini pedagogisti, sì) e mamma e papà, poi, non se ne parli, ché vi vogliono integratissimi e uguali a tutti gli altri. Ho semplificato e banalizzato molto, ovvio; ma mi sembra che il concetto sia chiaro. E c’è un problema: hanno torto marcio, tutti quanti. La vita è breve e complicata e, in genere, si muore molto, molto male. Perciò non vi è alcuna ragione di sprecare la propria esistenza sopportando narcisisti patologici, sfruttatori di ogni risma, gente complessata che vuole scaricare le sue frustrazioni su di voi e casi umani assortiti. Sto esagerando? No, sono soltanto sincera e ho persino ragione. Perciò la teoria del pascolo, da associare sempre al rasoio di Occam, è una condizione fondamentale per vivere in modo sano, gratificante e dignitoso. Pertanto: muoversi in fretta, galoppare rapidamente e mandare al pascolo subito gli individui sopra descritti. Chiuderli fuori dalla propria esistenza, insomma.

I fatti, i fatti: soltanto i fatti contano. Tutti amiamo le belle parole, i sorrisi, le vocette languide e dolci. Peccato però che, a volte, dietro a questo miele seducente si nascondano serpenti a sonagli, manipolatori di ogni genere, persone con pessime intenzioni. Come riconoscere costoro? C’è un metodo infallibile: osservare la corrispondenza tra le parole e i fatti. Se le azioni sono in contrasto con le parole, deve scattare la teoria del pascolo, enunciata qui sopra. Banalizzo al massimo: se Tizio mi fa un complimento ma, subito dopo, mi sferra un pugno, conta il pugno e non il complimento. Solo che la mente umana tende a consolarsi attaccandosi all’idea che le è più favorevole, in questo caso il complimento. Semplifico ancora: Tizio fa un bel complimento a Caia, subito dopo le sferra un pugno e Caia, vittima di una dissonanza cognitiva, ossia in preda alla confusione, tende a giustificarlo o a perdonarlo perché la sua mente corre al bel complimento. Questo meccanismo fa la gioia di tutti gli individui più meschini e disgustosi che esistono, e miete vittime ogni giorno. È in questo modo che si trascinano per anni rapporti tremendi o si cade vittime di truffatori di ogni genere. Ma davvero vogliamo lasciare che costoro prosperino? Ma davvero vogliamo regalare un minuto della nostra vita a gente simile? Ripeto: basta osservare se le parole corrispondono ai fatti. Perché la verità è che costoro si tradiscono sempre. Solo che bisogna avere il fegato – sì, il fegato – per ascoltarli bene e guardarli mentre agiscono. Realismo, razionalità e attenzione ai fatti ci salvano l’esistenza. Provare per credere.

La teoria della vanga terapeutica, ovvero: muovere le mani, please. Coltivare la mente è una condizione indispensabile per imparare a ragionare e quindi per muoversi bene nel mondo: se si può – non tutti possono – bisogna leggere, leggere, leggere e studiare. Però, nello stesso tempo, è opportuno dedicarsi sempre a qualche lavoro manuale, qualsiasi esso sia. Il lavoro manuale è un modo straordinario per restare ancorati alla realtà e per imparare a rispettare il prossimo. Dedicarsi a un piccolo lavoro manuale significa arrivare a comprendere l’importanza di tutti i mestieri, anche i più umili, senza i quali questo mondo non potrebbe sussistere e certi soloni, chiusi nella torre d’avorio dei loro privilegi, non potrebbero neppure aprire la porta di casa ogni mattina. Inoltre, il lavoro manuale combatte l’apatia e quel particolare senso di rassegnazione che qualche volta ci pervade. Il lavoro manuale, poi, aumenta l’autostima, perché è bellissimo creare qualcosa con le proprie mani e vedere il prodotto finito. Io, ad esempio, amo lavorare a maglia e pitturare sedie e mobili vecchi, ridando loro nuova vita. Ecco, è proprio questo il punto: regalare vita, recuperare ciò che sarebbe gettato via o dimenticato. Un lavoro manuale si trova sempre: basta inventarselo. E sì, è davvero terapeutico.

Che la bellezza sia sempre con noi. È tutta una questione di sguardo, nulla più di questo. Ma bisogna saperlo usare e avere cuore per farlo. La bellezza è vicina a noi, sempre: un magnifico tramonto, un fiore che spunta in mezzo al fango, una strada dimenticata dai più, un cane o un gatto che giocano sull’erba, il mattino che compare adagio. E poi un libro, una spiaggia, le colline d’autunno e a primavera, qualche parola improvvisa a portare conforto, la luna d’estate, i luoghi della memoria. Ciascuno può afferrarla dove vuole, la bellezza; ma non si dica che è impossibile, perché dipende da noi.

Sabato pomeriggio, gennaio e passeggiata

Sono uscita in fretta, nel primo pomeriggio – il cielo terso a mitigare il freddo di gennaio, e la calma distratta di questa giornata lenta, che chiude il ciclo della settimana.

E sono arrivata qui, al parco di Villa Ombrosa, un lungo viale muto a guardarmi con benevolenza, nonostante gli alberi esausti e il dormire dei rami in attesa di tempi migliori:

Come per magia – che cosa buffa! – ho incontrato subito un piccolo felino, grigia e un po’ marrone e bianca la sua morbida pelliccia; ed è nato un bizzarro dialogo umangattesco, fatto di lunghi sguardi e goffi tentativi di contatto e diffidenza mista a curiosità – quel volersi sfiorare senza riuscirci del tutto:

Era vecchietta, la gattina, bellissima, col pelo un po’ arruffato dall’età e qualche piccolo problema a respirare. Una micetta di famiglia, si vedeva, anche se libera di divertirsi dentro al parco. L’ho lasciata accoccolare sul tavolo al sole, ché di afferrare qualche raggio di vita aveva un gran bisogno, e di nutrirsi di calore, quello che troppo spesso manca, a noi e a loro:

Poi mi ha guardato dolcissima e affettuosa, sebbene un po’ impaurita. L’ho vista strofinare il bel visetto sulla panca e fermarsi in un’attesa misteriosa:

Dopo si è acquattata come soltanto i gatti sanno fare, felice della mia presenza ma pronta a fuggire in fretta, al minimo scricchiolio di foglia morta. E allora l’ho lasciata in pace a sopportare l’inverno della vita, lei, la gatta, con i suoi segreti felini e quella calma quasi ultraterrena che di paradiso parla a tratti:

C’era persino un’atmosfera quasi dorata, come se gennaio non fosse tale, come se novembre fosse tornato entrando furtivo dal cancello aperto – voleva incontrarmi, desidero pensarlo:

Per un momento – quasi eterno, quel momento – sono diventata anch’io una gatta, ferma a lasciarmi accarezzare dal sole, immobile in quel piccolo angolo di alberi e di foglie secche. Finché ho capito che dovevo tornare, che da quei cancelli dovevo uscire, che la mia via era quella verso casa. E ho ripreso la strada, via Sanremo e poi via La Spezia, per arrivare dopo poco in un parco tutto differente, senza cancelli e senza reti – non ama nascondersi, lui, e del silenzio non sa che farsene:

Ed eccolo, il parco della Resistenza a gennaio, dominato dagli umori invernali. Se ripenso alla fine di ottobre, al rosso fuoco sui filari, alle foglie screziate di toni caldi e audaci, mi sento scossa, quasi tramortita. Ma questo è gennaio e va accettato tutto – persino capito, e in parte amato:

L’inverno racconta

Stamattina l’inverno ha tentato di regalarci la neve: alcuni fiocchi stanchi e dubbiosi, soltanto un’idea di neve, e poi il nulla, il nulla del cielo incolore. È rimasto lo sguardo gelido e intransigente di questo mese cupo, e l’inspiegabile bellezza degli alberi spogli.

È inconsueto, lo so, amare gli alberi in queste condizioni, gli alberi fragili e soli e circondati da tanta indifferenza; ma io ne colgo – non so come – lo stupore assorto, la profonda intelligenza, la misteriosa forza che a tutto sa resistere.

Non si dissolve mai, la vita, ma sempre ricomincia. E l’inverno questo ci racconta.

Meraviglie di ottobre

Disporre di un intero venerdì libero durante il mese di ottobre è una fortuna, forse persino un dono del cielo. E io non sono certo una persona che possa lasciarsi sfuggire un’opportunità di questo tipo in una meravigliosa mattina autunnale. No, nessun giro per negozi né chiacchiere al bar, ma una calma immersione nell’atmosfera del mese più bello dell’anno, fra alberi e campi e filari di viti. Non ho dovuto allontanarmi molto da casa per vivere intense emozioni, e anche questa è una fortuna, lo so – il non doversi perdere in lunghi viaggi, l’avere accanto qualcosa per cui vale la pena muoversi e camminare senza esitazioni. Mi è bastato tornare a visitare due parchi di cui avevo parlato su questo blog a fine agosto. Allora il paesaggio era quello estivo, adesso è un altro, adesso è uno splendore di colori.

Il parco di Villa Ombrosa, col suo lungo, elegante viale alberato, sembra appartenere a un’epoca lontana, di vago sapore ottocentesco. Il fatto che vi si possa accedere da tre cancelli, che di sera vengono chiusi, ne accentua il carattere solitario e appartato, e quell’aura di mistero che l’avvolge tutto. Forse il suo privilegio risiede in questo, nell’essere in parte nascosto, poco conosciuto, non molto frequentato; e allora, quando lo si attraversa, quando ci si ferma a osservare le foglie gialle che cadono adagio, si ha l’impressione di assistere a uno spettacolo riservato, proprio come se lui, il parco, ti dicesse che le foglie dei suoi alberi stanno danzando soltanto per te, per te che le sai capire e amare all’infinito.

Dal vivo il viale è più bello, ma forse qualcosa si percepisce anche attraverso queste foto:

Ho lasciato Villa Ombrosa uscendo da via Levanto, per dirigermi al parco della Resistenza. Neppure dieci minuti di cammino, nel silenzio autunnale di via La Spezia, per raggiungere quest’angolo di campagna in città. La foschia e il cielo scolorito fanno parte dell’animo buono di ottobre, quello malinconico e austero, ma sempre dolce e cortese:

Qui avviene l’incontro con le grandi meraviglie di ottobre, quei colori accesi, quasi sfacciati, che abbracciano toni stinti e dimessi, quasi a formare il senso stesso dell’esistenza, che non può fare a meno di nulla, che non può vivere soltanto di rosso o di verde, ma che tutto deve racchiudere senza timore. Lo si osservi bene, ottobre, perché c’insegna l’importanza della complessità, il suo immenso valore:

Ottobre: opaco e vivace, malinconico e allegro, inafferrabile, intenso, evocativo, generoso. Non si perda tempo, non ci si lasci distrarre da frivolezze o chiacchiere inutili, da tutto quel vociare insensato che ci rincorre ogni giorno, perché si rischia di lasciarsi sfuggire l’essenziale. Ecco, ottobre è essenziale e non merita di essere trascurato.

Equinozio d’autunno

Il giorno magico è oggi. Dal punto di vista astronomico, infatti, nell’emisfero boreale l’autunno compare ufficialmente stasera, alle 20 e 21 ora italiana. Sono un po’ emozionata, quasi turbata da questo evento che è un inizio a tutti gli effetti e, come tale, un’incognita, un enigma, un intrico di sogni, speranze e timori.

Quest’anno immagino l’autunno vibrante d’intensità, di colori saturi, pieno di vita, caldo di passioni – i frutti raccolti in abbondanza, la bellezza della maturità, le tante consapevolezze, gli sguardi del sole mite.

Però, accanto a questo sfolgorio di luci e d’intenzioni, desidero anche l’autunno più smorzato, l’autunno dei toni polverosi, di veli grigiastri a ricoprire il rosso e l’arancione, dell’oro che si arrende alle giornate nebbiose e spente – i ricordi, i morti che tornano, le malinconie, l’ineluttabile sfaldarsi del tempo.

Dell’autunno bisogna accogliere tutto, ogni frammento, perché non si può mai eludere la complessità, specialmente dopo l’estate. Finita la leggerezza, si torna alla serietà. L’autunno ci chiede di riprendere il nostro posto, di accettare la routine, di chiudere porte e finestre. Ma lo chiede con garbo e senza costrizioni, perché sa che infiniti sono i suoi doni e i suoi consigli e il suo parlare sommesso e saggio.

L’autunno dialoga, non impone. Perciò merita di essere ascoltato.

Autunno, splendore e declino

Ciascuno ha il proprio autunno, quello che avverte dentro quando l’estate s’addormenta. L’autunno muta a seconda di chi se lo sente addosso, un abito viola che non si addice a tutti; l’autunno muta a seconda dei giorni, degli umori contingenti, dello sguardo che ci concedono gli altri passo dopo passo.

Allora l’autunno può essere sontuoso, da mille colori avvolto, come una tavola imbandita a festa – e broccati d’oro e porcellane dipinte a mano. Altre volte, l’autunno è l’appassire lento della vita, la luce sfinita che resiste a stento e la capacità di accettarla, quell’agonia, e quelle ombre tetre di saggezza infinita pervase.

Convivono, d’autunno, lo splendore e il declino, le gioie intense e le malinconie improvvise: è il mistero profondo dell’esistenza, capire che ci siamo e non dovremmo esserci, che l’equilibrio è instabile, che i rami prima o poi si spezzano.

Ciascuno ha il proprio autunno, l’autunno che muta di giorno in giorno. Ciascuno lo sogna di nascosto, agli angoli di strade vuote, soltanto da fantasmi popolate; ma non sa dirlo, no – non osa dirlo.

Sere di luglio

Me le ricordo tutte, quelle sere estive, le sere trascorse a parlare e a dire troppo, ciò che non si doveva; e poi il vento sui capelli e il non voler dormire – la notte, promessa di vita eterna. Me le ricordo tutte le sere sotto le stelle e le canzoni senza fine e i nostri scherzi – e il giorno dopo, e ricominciare.

Me le ricordo tutte, io, quelle sere, e so che torneranno, perché non è finita.

Ore 21:30

ore 21:50

Aprile, vento e pioggia

E sì, sono stata esaudita, quasi una benedizione dal cielo: oggi pomeriggio aprile è incerto, un poco irrequieto, emotivamente labile – però dolce, un ragazzino infreddolito e stanco. Il cielo oscilla fra l’azzurro e il grigio chiaro, il vento compare d’improvviso poi s’assopisce, per ritornare dopo poco; e la pioggia sottile è quasi soltanto un’idea di pioggia, un pianto sommesso, educato.

Fra lo stormire delle foglie, sotto agli alberi, non si è più qui – trascinati altrove, come rapiti. Il tempo si ferma un istante o forse una vita intera; di ieri non resta nulla – e nulla, nulla conta.

Buona Pasqua, buon fine settimana, buona primavera.