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Posts Tagged ‘vita’

Noi e l’autunno

L’autunno  è  vita, nonostante  tutto. L’autunno  è  vita  nonostante  il  lento  sfacelo  della  natura, nonostante  il  declino  rapido  del  giorno, nonostante  il  fitto  incupirsi  delle  ombre.

L’autunno  è  un  maestro:  insegna  a  chiudere  porte, a  circoscrivere  i  propri  pensieri, a  limitare  le  proprie  parole; l’autunno  insegna  il  valore  della  discrezione, il  rispetto  per  se  stessi, la  bellezza  dei  ricordi.

L’autunno  è  un  privilegio, perché  non  tutti  riescono  ad  afferrarne  le  meravigliose  trame; non  tutti  possono  avvertirne  i  tanti  discorsi  sussurrati  mentre  fuori  piove, mentre  il  vento  freddo  trascina  via  le  foglie, mentre  la  nebbia  del  mattino  addolcisce  ogni  pensiero.

L’autunno  è  mistero, perché  il  rosso, il  giallo  e  il  marrone  trionfano  assumendo  sfumature  indecifrabili – un  enigma  senza  soluzione,  che  non  pretende  di  essere  risolto  ma  soltanto  amato, accolto, rispettato.

L’autunno  siamo  noi  quando, dopo  infiniti  percorsi, restiamo  fermi  e  sereni  ad  ascoltare  il  maestoso  silenzio  che  avvolge  le  giornate –  e  poi  le  voci, le  tante  voci  di  chi  sembra  assente  e  invece  è  sempre  qui, tra  le  foglie  che  cadono  adagio, nell’atmosfera  rarefatta  delle  mattine  incolori, nelle  stanze  accarezzate  dalla  luce  malata  del  sole, un  sole  stanco  ma  comprensivo.

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Canto d’estate

Campagna-Toscana-con-grano

Fuoco  sulle  colline  immobili: il  pomeriggio  rovente, i  pensieri  fermi, il  sonno  faticoso  e  stanco. Scarni,  distratti, spenti  i  ricordi; e  gli  affanni  dietro  le  finestre  chiuse  e  il  buio  a  fare  compagnia,  e  il  non  vedere  e  il  non  sapere.  Il  vento  è  lontano, il  vento  è  una  chimera; e  la  vita  è  un  sogno, un  sogno  che  brucia  d’estate, un  sogno  sulle  colline  immobili – e  il  niente  dello  scorrere  lento.

(Nell’immagine il  dipinto  Campagna  toscana  con  grano, del  maestro  Roberto  Bernabini)

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sola

Sommesso, sazio  di  vento, trasognato  e  forse  stanco. È  un  mattino  d’inverno  aspro  e  incolore, un  mattino  d’inverno  e  un  desiderio  profondo, mai  davvero  sopito  e  opportunamente  celato: dormire, dormire  a  lungo, dormire  e  non  sapere  altro, dormire  e  non  vedere  altro –  dormire  soltanto  e  poi  dimenticare.

È  un  mattino  d’inverno  rigido  e  spento, è  un  giardino  coperto  da  neve, è  il  nulla  del  bianco  che  avvolge  e  nasconde, il  nulla  del  bianco  che  travolge  e  nasconde – e  la  verità  che  non  lascia  scampo.

È  un  mattino  d’inverno  rigido  e  stanco, è  un  mattino  d’inverno  senza  alcuna  importanza.

 

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mosaico

Mi  piace  assistere  all’accorciarsi  delle  giornate: è  un  rientrare  lento  dentro  se  stessi, un  ritorno  all’interiorità  e  all’intimità. Adagio, senza  fretta, com’è  giusto  che  sia  perché  abbiamo  bisogno  di  abituarci  a  nuovi  ritmi  e  a  nuove  sfumature. Dobbiamo  anche  ricominciare  con  la  frenesia  della  routine  quotidiana, che  ci  regala  gioie  e  dolori, soddisfazioni  e  stanchezza, risate  ma  anche  tanto  stress.

Un  modo  per  cercare  di  non  farsi  divorare  dallo  stress  consiste, a  mio  parere, nell’inventarsi  alcune  pause. Ciò  non  implica  evitare  di  fare  il  proprio  dovere  e  di  essere  attivi: le  pause  sono  sempre  momenti  essenziali  per  poter  poi   impegnarsi  al  meglio. Quando  parlo  di  pause  non  intendo  soltanto  il  riposo  fisico, ovviamente  indispensabile  per  non  ammalarsi, ma  mi  riferisco  anche  a  pause  mentali  o  psicologiche: ci  sono  momenti  in  cui  occorre  staccare  la  spina, volgere  i  pensieri  altrove, a   ciò  che  ci  piace, ci  appaga, ci  riempie  lo  spirito, ci  mette  in  contatto  con  la  parte  più  vera  del  nostro  essere.

Capita  però  a  volte  che, schiacciati  dalle  pressioni  sociali  e  culturali, ci  si  senta  quasi  in  colpa  se  si  desidera qualche  breve  intermezzo  di  pace  dedicato  soltanto  a  se  stessi. Siamo  continuamente  bombardati  dal  mito  del  fare, fare, fare  a  tutti  i  costi  e  dall’idea  che, nella  vita, si debbano  raggiungere   i  cosiddetti  traguardi.

Le  parole  sono  importanti, non  si  usano  mai  a  caso. Il  fatto  che, in  un  determinato  momento  storico  e  in  un  determinato  ambiente  sociale, economico  e  culturale  si  usino  di  frequente  certe  espressioni  linguistiche  è  indicativo  dei  valori  di  quel  momento  e  di  quell’ambiente. Quando, ad  esempio,  io  sento  il  termine  traguardi   riferito  alle  tappe  dell’esistenza  di  un  essere  umano  avverto  sempre  un  piccolo  brivido. Si  tratta  infatti  di  una  parola  che  richiama  subito  alla  mente  l’idea  di  una  competizione, di  una  gara  e  di  un  possibile  trofeo  o  di  una  sconfitta. Ma  l’esistenza  di  ogni  singolo  essere  umano  non  è  una  gara: è  un  fatto  infinitamente  più  complesso  e  ricco  di  innumerevoli  variabili. E  la  vita  stessa  non  è  una  partita  in  cui  ci  sia  chi  vince  e  chi  perde: è  appunto  vita, un  divenire  colmo  di  esperienze  belle  e  brutte, un  groviglio  di  eventi, passioni, emozioni, cambiamenti, traumi, esaltazioni.

L’idea  dei  traguardi  è  strettamente  connessa  al  mito  dell’efficienza-a-tutti-i-costi. Non  ci  si  può  poi  stupire  delle  tante  nevrosi  che  colpiscono  le  società  come  la  nostra.  Allora  occorre  impiegare  un  po’  di  senso  critico  e  rendersi  conto  che  non  stiamo  giocando  una  partita  in  attesa  di  vincere  un  trofeo, ma  stiamo  vivendo, cioè  affrontando  un  percorso  più  o  meno  facile  o  difficile  a  seconda  dei  casi  e  certamente  ricco  di  incognite. In  questo  percorso, non  dobbiamo  diventare  schiavi  di  un’ideologia, ma  cercare  appunto  di  vivere  con  i  nostri  alti  e  bassi, con  i  nostri  pregi  e  i  nostri  difetti, con  le  nostre  grandezze  e  le  nostre  inevitabili  miserie. E  in  questo  mosaico  che  è  l’esistenza, un  mosaico  che  non  si  lascia  mai  comporre  definitivamente  e  al  quale  sempre  mancherà  qualche  tessera – un  mosaico  eternamente  imperfetto –  abbiamo  a  volte  bisogno  di  qualche  pausa  mentale, di  un  attimo  di  sbandamento, di  essere  adulti  e  infantili  insieme, di  infrangere  qualche  schema  di  troppo.

 

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autumn1

E  così  è  tornato: settembre  è  il  mese  del  lento,  estenuante  passaggio  fra  il  trionfo  della  luce  pura  e  il  sopraggiungere  dell’oscurità. Il  mese  in  cui  l’estate  è  costretta  a  dissolversi  per  lasciare  spazio  alle  ombre  autunnali, misteriose, dense  di  suggestioni, amichevoli  sebbene  introverse.

A  volte  la  mitezza  di  settembre  è  imbarazzante: assomiglia  a  un  caro  amico  che  fa  di  tutto  per  non  offendere, che  usa  soltanto  parole  dolci, che  smussa  ogni  asprezza. Altre  volte, non  sapendo  essere  così  cauto  e  sereno,  settembre  si  lascia  andare  mostrando le  sue  inevitabili  malinconie. I  suoi  chiaroscuri  non  sono  mai  troppo  forti, il  suo  sorriso  prevale  sul  pianto;  ma  ci  avverte  con  toni  sommessi  che  qualcosa  si  è  spezzato. E  allora  verranno  giorni  diversi, ambigui  e  tormentati,  profondi  e  intensi. Giorni  di  mille  screziature, giorni  che  valgono  una  vita  intera.

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primavera11

C’era  un  tempo  in  cui, a  maggio, il  sole  era  splendore  di  vita  che  accecava  lo  sguardo  e  la  mente, disegnando  immagini,  sogni,  illusioni  e  rapidi  frammenti  d’infinito. Era  il  tempo  della  leggerezza  nonostante  tutto, del  non  voler  capire, del  non  voler  vedere. Era  la  primavera  che  entrava  nel  cuore, che  dipingeva  ogni  cosa  di  rosa  e  d’azzurro, che  azzardava  con  le  sue  troppe  promesse.

Adesso,  maggio  è  un   sentiero  che  attraversa  il  presente  e  il  passato, complicata  via  di  serenità  e  fredde  consapevolezze, di  prolungati  silenzi  e  di  porte  definitivamente  chiuse.

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primavera1

Quando  le  giornate  iniziano  a  parlare  di  primavera, ci  si  sente  afferrati  da  un  groviglio  di  pensieri,  sogni,  sensazioni  che, talvolta, ci  fanno  quasi  arrossire: si  diventa  bambini  e  adolescenti  a  un  tempo, si  vorrebbe  correre, gridare, gettare  via  le  convenzioni. E  poi  cogliere  quei  fiori  che  non  sono  mai  stati  colti, e  riprendersi  con  fierezza  tutto  quello  che  ci  è  stato  rubato.

È  la  rinascita, la  vita  che  chiama  anche  se  siamo  stanchi, la  vita  che  s’impone  e  pretende  di  essere  guardata  senza  ammettere  rifiuti, la  vita  che  lusinga  e  illude, la  vita  che   racconta  e  promette. Terminato  il  comodo  alibi  delle  nebbie  dense  e  delle  mattine  scure – pietosi  veli  a  nascondere  dolori  e  insoddisfazioni – non  resta  che  adattarsi  ai  cieli  tersi  e  alle  voci  scomposte  lungo  le  strade.

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