Vecchie corriere, viaggi e ricordi

Mentre lo splendore della primavera sta per lasciare il posto all’estate, i ricordi tornano inaspettati: sono le memorie dell’adolescenza, le memorie di un tempo lontano, fatto di spensieratezza e di libertà, oltre che d’infiniti sogni.

In questi ultimi giorni, la mia mente recupera spesso certi piccoli viaggi fatti in corriera, viaggi che, a distanza di tanti anni, mi appaiono buffi e mi sorprendono. Ai miei tempi, infatti, ossia quand’ero minorenne e trascorrevo l’estate in montagna, spostarsi con questi mezzi lungo le strade dell’appennino assomigliava a una specie di viaggio della speranza: l’odore di benzina era intollerabile, un vero attentato per l’incolumità dei passeggeri, i sedili erano stretti e le sospensioni non svolgevano bene il loro compito; se a ciò si aggiunge lo stato delle strade non sempre eccelso, si capisce che viaggiare non era un trionfo di benessere e comodità. Però eravamo tutti abituati a questo stato di cose, la realtà era quella, prendere o lasciare.

Ricordo che, quando viaggiavo in corriera, a colpirmi erano sempre le fermate, soprattutto quelle remote, quelle che comparivano d’improvviso isolate, fra un paesino e l’altro, in posti assurdi. Quelle fermate erano lì, sole, dimesse, quasi pudiche, un palo e un piccolo cartello azzurro ad autorizzarne l’esistenza. Spesso mi chiedevo chi mai potesse attendere la corriera standosene in mezzo al nulla, sul ciglio della strada, vicino a una curva, sotto al sole o alla pioggia a seconda delle stagioni; eppure, con mia grande meraviglia, talvolta capitava che qualcuno salisse proprio da una di queste fermate, e, quando ciò accadeva, mi chiedevo da dove fosse sbucato quello strano essere capace di aspettare un mezzo pubblico in un angolo di mondo dimenticato persino da Dio. Poi capivo subito che si trattava di chi risiedeva in qualche area isolata, in luoghi per me incomprensibili, formati da quattro o cinque abitazioni strette fra loro lungo qualche sentiero invisibile, minuscoli agglomerati che non appartenevano a nessun paese ma esistevano, suggerendo così la presenza di esseri della mia specie che, come me, avevano bisogno di prendere una corriera.

Ma sono soltanto io a subire il fascino di simili ricordi, in apparenza irrilevanti?

(L’immagine proviene da qui: https://curiosando708090.altervista.org/fiat-3063-lautobus-degli-italiani/)

L’amante senza fissa dimora

Trama

Novembre. Mr. Silvera, guida turistica che accompagna un gruppo di persone a Venezia, incontra una ricca antiquaria romana in viaggio per lavoro. Lui è sfuggente ed enigmatico, lei è sposata, colta, curiosa e piena di vita. Fra i due nasce una relazione, destinata a concludersi in fretta a causa di uno sconvolgente segreto di Mr. Silvera.

 

Commento

L’amante senza fissa dimora (1986) è un’opera di Carlo Fruttero e Franco Lucentini. Non ci si lasci fuorviare dal titolo: non si tratta di un romanzo rosa, perché la vicenda sentimentale è soltanto lo sfondo per un’affascinante narrazione che si dipana a più livelli. Al centro della storia, infatti, c’è un mistero, un’antica leggenda che il lettore può scoprire soltanto alla fine, ma sulla scena si muovono e s’incontrano vari personaggi, ben delineati grazie a un’ottima capacità di indagine psicologica e sociologica, spesso accompagnata da un tocco di sapiente ironia. E sono personaggi che, tutti insieme, formano un interessante campionario di varia umanità, come, ad esempio, i viaggiatori scortati da Mr. Silvera:

In ogni comitiva c’è sempre un’adolescente che s’innamora di Mr. Silvera, sempre un paio di anziane signorine d’inesauribile energia, sempre una coppia di coniugi litigiosi, sempre un’ipocondriaca, sempre un pignolo saccente e scontento di tutto, sempre un ficcanaso pettegolo. È come viaggiare con un campionario, pensa Mr. Silvera (p.16).

E poi c’è Venezia, anch’essa protagonista. Venezia a novembre – malinconica, buia, decadente – è la condizione stessa di possibilità di una trama interamente giocata sul mistero, sull’elusività, sull’incertezza:

Strada facendo avevo scoperto una Venezia ovvia eppure a me […]del tutto ignota. Una Venezia di frequentissimi anfratti, portichetti, angoletti oscuri, minuscoli campielli deserti, calli quasi segrete, di cui sarebbe stato delittuoso non approfittare […] (p.117).

 

Perché leggere questo romanzo:

– per immergersi nella raffinata trama di una scrittura elegante, caratterizzata da uno stile sontuoso ma non barocco, e da una non comune ricchezza lessicale. Perché è bello volare alto ed evitare di appiattirsi nella palude della mediocrità, specialmente in un’epoca come la nostra, in cui si assiste spesso a un’eccessiva semplificazione della lingua scritta.

– per la sottile analisi dei tanti personaggi, attuata attraverso gesti, rapide occhiate, frasi, inaspettate suggestioni, ossia attraverso quegli effetti indiretti che soltanto i bravi scrittori e le brave scrittrici sanno creare.

– per l’atmosfera decadente, romantica e poetica di Venezia, colta in un malinconico mese d’autunno e catturata nei suoi angoli più remoti, lungo le vie meno frequentate, davanti ai suoi tanti portoni sbreccati.

– perché è ambientato negli anni Ottanta del secolo scorso, ossia nel passato prossimo, e descrive con garbata ironia un fenomeno  come quello dei viaggi organizzati low cost, già diffuso in quel periodo e ormai diventato parte integrante del nostro attuale stile di vita.

– per la profonda consistenza di tante riflessioni, sparse nel romanzo come gemme preziose da cogliere senza indugio. Come quella della protagonista che, a proposito di se stessa, ammette: mi avvilisce l’idea – ma non è propriamente un’idea, è come una cicatrice d’idea – di aver malamente tradito me stessa. Né mi consola pensare che non soltanto la mia, ma qualsiasi vita è così: un premere formicolante, incalcolabile, che poi, messo alle strette, si risolve in rivoletti incolori (p.131).

Libertà d’estate

Quando  trascorrevo  le  lunghe  vacanze  estive  in  appennino, uno  dei  miei  passatempi  favoriti  era  allontanarmi  da  casa  per  girovagare  da  un  paese  all’altro. Certo, non  era  così  semplice: a  dodici  o  tredici  anni  non  avevo  i  mezzi  per  scorrazzare  da  sola  e  a  sazietà  sulle  vette  montuose. Avevo  però  una  cugina  più  grande  di  me  di  quattro  anni  e  così, complice  la  sua  Vespa  fiammante, quando  i  nostri  genitori  dormivano  o  erano  distratti  filavamo  via  in  silenzio  per  dirigerci  da  qualche  parte.

A  guidare  la  Vespa  ero  io, che  non  avrei  potuto  perché  ero  appena  dodicenne. Mia  cugina, però, seduta  dietro  di  me, cambiava  le  marce  e  vigilava. Ripensandoci  ora, mi  accorgo  che  guidavo  davvero  bene, perfettamente  a  destra, senza  neppure  un  attimo  d’incertezza, senza  il  minimo  sbandamento  neppure  nelle  curve, che  erano  tante; guidavo  bene  perché  non  temevo  nulla  e  amavo  la  velocità, con  quel  misto  di  coraggio  e  incoscienza  che  spesso  caratterizza  l’estrema  giovinezza.

Non  erano  viaggi  lunghissimi, ma  neanche  troppo  brevi: in  genere  percorrevamo  dieci  o  dodici  chilometri, ma  a  volte  ci  spingevamo  anche  molto  oltre. Passare  da  un  paese  all’altro  ci  regalava  un’enorme, gratificante  sensazione  di  libertà, accentuata  dal  percorrere  rapidamente  le  strade  e  le  curve  sinuose  e  dal  vento  che  ci  sferzava  il  corpo  e  i  capelli. In  quei  momenti  irripetibili  amavamo  l’estate  di  un  amore  folle, con  un’intensità  che, a  distanza  di  tanto  tempo, stupisce  e  forse  commuove. L’amavamo  talmente  da  sentircela  addosso  o  persino  dentro  di  noi, come  se  ci  avesse  invase  e  non  volesse  andarsene  più.

A  volte, nelle  nostre  corse  passavamo  attraverso  piccole  frazioni, luoghi  nei  quali  al  massimo  c’erano  quattro  o  cinque  case, e  ci  divertivamo  moltissimo  a  domandarci  perché  certi  minuscoli  agglomerati  avessero  un  nome,  quasi  non  meritassero  una  simile  dignità. La  cosa  buffa  era  che  anche  noi  provenivamo  da  una  semplice  frazione, circondata  tutt’intorno  da  numerosi  casolari; ma  in  realtà  prendevamo  in  giro  anche  il  nostro  paesello, con  l’arguzia, l’ironia  e  l’assenza  di  freni  tipici  di  quell’età. Del  resto, il  nostro  imperativo  era  divertirci  e  ogni  piccolo  dettaglio, anche  il  più  insignificante, diventava  una  buona  scusa  per  trastullarci  senza  remore.

Durante  le  nostre  gite, non  ci  ponevamo  il  problema  della  lontananza  da  casa  e  dell’irraggiungibilità  dei  nostri  parenti. Non  avevamo  cellulari  né  smartphone, e  quindi  per  noi  era  normale  non  essere  sempre, costantemente  connesse  col  mondo  intero; per  noi  partire  significava  davvero  allontanarci, porre  una  distanza, interrompere  rapporti, anche  se  momentaneamente. In  caso  di  bisogno, avremmo  telefonato  a  casa  da  un  bar, perché  anche  nelle  frazioni  di  montagna  si  trovava  sempre  un  bar  con  tavolini, telefono, gelati  e  merce  varia  assortita. E  più  i  bar  apparivano  spartani  più  mi  divertivo, perché  la  semplicità, in  vacanza, concorreva  a  formare  e  a  nutrire  quel  meraviglioso  senso  di  libertà  di  cui  non  mi  sentivo  mai  sazia. Quella  libertà  che, ai  miei  occhi, era  l’autentica  essenza  della  stagione  estiva, se  non  addirittura  la  sua  stessa  ragion  d’essere.

 

(L’immagine  allegata  al  post  è  tratta  da: http://www.mondodelgusto.it/territori/4946/il-territorio)