Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘vergogna’

cappone

Nota  successiva  alla  pubblicazione: avevo  scritto  questo  post  per  pubblicarlo  il  26  dicembre, ma  ho  sbagliato  un  click  e, invece  di  salvarlo  in  bozza, l’ho  pubblicato  stasera, 24  dicembre. Amen, ormai  è  fatta.

Avevo  quindici  anni  e  frequentavo  il  ginnasio. Una  mattina, a  scuola, la  mia  amica  I., con  cui  avevo  molta  confidenza, mi  chiese: “Ma  che  cos’è  un  cappone?”. Io, un  po’  meravigliata  dalla  domanda, risposi  con  sicurezza: “Un  gallo  castrato”. Credendo  di  aver  dato  una  risposta  esaustiva, fui  sconcertata  nel  vedere  la  strana  reazione  della  mia  amica, che  rimase  con  la  bocca  aperta  e  lo  sguardo  interrogativo. Notevole  fu  poi  il  mio  stupore  quando  mi  domandò: “Cosa  significa  castrato?”.

A  questo  punto  fui  colta  dal  panico  perché, pur  conoscendo  bene  il  significato  del  termine  castrato,  mi  vergognavo  a  spiegarglielo. So  che  la  cosa  può  far  sorridere  se  non  ridere  a  crepapelle – e  infatti  per  questo  l’ho  scritta –  ma  giuro  che  è  la  verità. Trovandomi  dunque  in  questo  serio  imbarazzo, scelsi  l’unica  via  per  me  percorribile  in  quel  momento: chiamare  il  nostro  migliore  amico  affinché  le  desse  le  giuste  spiegazioni. E  fu  così  che  I., sempre  più  stupita, mi  sentì  urlare: “ANDREAAAAAAAAAA!  VIENI  QUI, HO  BISOGNO  DI  TE!”. Andrea, infrattato  in  un  angolo  remoto della  classe  semi-vuota,  giunse  in  un  baleno  e  io  gli  dissi: “Senti  un  po’  cosa  vuole  sapere  I.”. E  mi  allontanai.

Stando  distante  alcuni  metri, osservai  la  scena: dapprima  Andrea  scoppiò  a  ridere, poi  s’impegnò  a  fornire  tutte  le  delucidazioni  del  caso. Del  resto,  l’avevo  chiamato  perché  conscia  che  sarebbe  stato  lietissimo  di  fornire  la  fausta  spiegazione. La  povera  I., di  fronte  all’inattesa  rivelazione,  diventò  rossa  e   si  mise  a  ridere  fino  ad  avere  le  lacrime  agli  occhi.

Finito  il   siparietto  e  scampato  il  pericolo, mi  avvicinai  anch’io   e  Andrea  disse  a  I.: “Ma  se  persino  lei  lo  sa!”. E  questa  lei  ero  io. Quasi  inutile  aggiungere  che, se  avessi  potuto, l’avrei  strozzato.

E  adesso  vi  autorizzo  a  prendermi  in  giro  senza  pietà. 😀

Read Full Post »

epitaph
Correva l’anno 1987 e il regista Joseph Merhi partorì l’horror Follia omicidia, detto anche Epitaph, noto a tutti i cinefili come uno dei più brutti film mai realizzati, una vergogna di proporzioni incalcolabili. Prova ne sono le numerose recensioni che lo stroncano senza pietà.
Aggiungo che nel 1987 fu girato anche il mitico trash per eccellenza, Un lupo mannaro contro la camorra, di cui ho già riferito con coraggio su questo blog.

Anche nel caso di Follia omicida, vale quanto ho esposto in altri post dedicati alle super-ciofeche cinematografiche: mancando all’opera – e mi scuso con il termine “opera”- un filo logico degno di questo nome, la mia sintesi sarà per forza caotica.

Una graziosa famigliola, composta da padre remissivo, madre psicopatica e ninfomane, figlia immatura e nonna semi-catatonica, cambia casa trasferendosi in una bella villa isolata. Seguono alcune scene al limite della confusione totale, nonché dialoghi che probabilmente sono stati improvvisati in fase di recitazione. Tutto ciò ci fa comprendere che la prosecuzione della visione del film si configura come uno strazio difficilmente sopportabile.

Giunge alla villa un imbianchino e la madre, cioè la signora Fulton, fredda come il ghiaccio con il marito ma stranamente assatanata quando vede altri uomini, tenta un vigoroso abbordaggio. Sorge però un problema non indifferente: l’imbianchino è un caso anomalo di maschio in quanto, invece di cedere senza farsi scrupoli, protegge con commovente convinzione la propria virtù, provocando così la scomposta reazione della tenerissima donna, che lo sventra con almeno una decina di pugnalate.
Il bello è che il marito di costei, giunto a casa, seppellisce l’uomo in giardino come se niente fosse. 😮

Normalmente capita che una persona sventrata da numerose pugnalate, e poi sepolta per ore, tiri le cuoia definitivamente. In questo film no. L’imbianchino infatti, dopo il gentile trattamento ricevuto, si ripresenta bello e pimpante e uccide il marito della pazza. La donna però spara all’imbianchino che stavolta muore davvero.
Sì, lo so, in fondo è una bella cosa: due in meno. Sempre meglio che niente!

Intanto una psichiatra, cui il marito della pazza si era rivolto prima di morire, si finge una vicina di casa di costei per poter diventare sua amica. Da notare che la casa degli orrori è una villa isolata e quindi non si capisce come la psichiatra possa definirsi una “vicina”. Vabbè, non indaghiamo, tanto è inutile.
A questo punto l’esilissima e ridicola trama del film si dissolve completamente.

La figlia adolescente prende la solita cotta per un compagno di liceo, che l’affettuosa madre ovviamente detesta. Poi costei scopre che la psichiatra non è una vicina di casa, ma appunto solo una psichiatra, e decide di torturarla e ucciderla. La conduce in cantina, le lega un secchio intorno alla vita con dentro un topo affamato, e usa la fiamma ossidrica per scaldare il secchio e costringere il topo a farsi strada, per fuggire, nello stomaco della donna. 😥 Non ho guardato la scena, e del resto non guardo mai scene splatter o troppo violente perché non ne sopporto la visione: le detesto con tutte le mie forze. Però quanto ho descritto corrisponde a ciò che accade nella pellicola. Disgusto totale.

In seguito la pazza chiude la figlia in una stanza sporca, lasciandola priva di cibo e di acqua per vari giorni. Senza alcuna ragione plausibile, la nonna semi-catatonica comincia a girare per il giardino con un piccone in mano, e poi, mentre telefona alla polizia, resta uccisa dal piccone medesimo. 😕

Finalmente giunge sul posto l’innamorato della ragazzina. La madre, tanto per non farsi mancare niente e per non deludere le aspettative, tenta di sedurre persino lui, ma anche questo è un maschio anomalo, tipo Maria Goretti, e rifiuta di concedersi. Ovvio che la dignitosa e casta donna non tolleri lo sgarbo e reagisca tirandogli addosso un bel po’ di benzina e minacciando di dargli fuoco. Ma il giovane non si scoraggia e le assesta un bel pugno sul viso, facendola svenire e regalandoci un po’ di sadico piacere.
Dopo la fausta impresa si reca a liberare la ragazza che, nonostante il digiuno di giorni e giorni, è in ottima forma. 😮

I due piccioncini raggiungono così l’automobile, credendo di potersi mettere in salvo. Ma qui accade la follia pura: la madre, pur essendo ancora svenuta in casa, si trova anche sulla macchina. Si tratta forse di un caso di bilocazione o di pura pazzia da parte del regista? Non scrivo la risposta, è facile intuirla.
La psicopatica accende un cerino e, al colmo della bontà, dà fuoco al ragazzo che muore. Anche costui viene sepolto in quello che dovrebbe essere il giardino, ma che ormai si è trasformato in un cimitero. A questo punto, la ragazzina dà un bel colpo alla madre con la pala, uccidendola, la carica in macchina e se ne va.
Fine del film. 😐

Recitazione indegna, dialoghi puerili, regia pessima, trama assurda. La visione di questo film può tuttavia diventare, in un certo senso, consolatoria: ci fa infatti comprendere che, qualsiasi cosa brutta ciascuno di noi abbia fatto, c’è qualcuno che ha senz’altro operato peggio.
Inoltre, dopo aver visto questo film si possono rivalutare molte esperienze che siamo inclini a giudicare negative, tipo darsi una violenta martellata su una mano, perdere i risparmi in investimenti sbagliati e altro ancora. Sì, perché tutto ciò è niente rispetto allo strazio che produce assistere a Follia omicida.

Read Full Post »

paganini
Dopo avervi deliziati parlandovi di due film come Il bosco1 e Il lupo mannaro contro la camorra, non posso esimermi dal completare l’indecoroso quadro dei super-trash all’italiana con un’altra chicca: Paganini horror (1988). Insieme ai due capolavori sopra citati, infatti, questo abominio forma un’imperdibile trilogia per sadici e masochisti, a seconda delle inclinazioni.
Se, ad esempio, odiate qualcuno e desiderate vendicarvi di un torto che vi ha fatto, vi consiglio d’invitarlo a casa vostra, di legarlo a una poltrona costringendolo a tenere gli occhi aperti, pena violente randellate sulla zucca, e di obbligarlo a guardare in sequenza e senza interruzioni questa magnifica trilogia che tutto il mondo c’invidia. Potete stare sicuri che, dopo la celestiale visione, il poveretto vi chiederà perdono in ginocchio e diventerà più mite di un docile agnellino. 😀

Essendo Paganini horror una cosa senza senso, riassumerne la trama è, come nel caso degli altri due film, un’impresa impossibile. Mi limiterò a un abbozzo: una band di musiciste in crisi, ormai a corto d’idee esattamente come l’intero film, acquista uno spartito composto da Paganini, che a suo tempo aveva fatto un patto col Diavolo in cambio della fama eterna. La band si chiude poi in una villa, nella quale visse Paganini, per girare il videoclip della nuova canzone tratta dallo spartito. Nella villa, costoro moriranno sotto i colpi del fantasma di Paganini, che le uccide con un violino di plastica dotato di lama estraibile. 😕
A sua volta, il fantasma sarà distrutto da un raggio di luce, come se si trattasse di un vampiro.

Adesso proseguirò in ordine sparso, cercando di evidenziare alcuni fra i momenti più penosi della vergognosa pellicola. Come sempre mi scuso per la mancanza di organicità nella trattazione dell’augusto tema, ma dato il livello del film è impossibile scriverne con rigore logico.

All’inizio una bambina getta un asciugacapelli nella vasca da bagno in cui si trova la madre, che ovviamente, dopo il cortesissimo e affettuoso gesto, tira le cuoia. A questo punto si entra nel vivo del film, con la storia della band musicale in crisi d’ispirazione.
Una scena imperdibile a causa della sua involontaria comicità è quella in cui una certa Silvia, volendo scacciare il terribile fantasma di Paganini, partorisce l’idea geniale di urlare con ferocia: “SPIRITO DEL MALE, TI DETESTO!”. In effetti, immaginiamo che il fantasma di Paganini si sia molto spaventato sentendo gridare una frase di tale potenza espressiva.
Da notare che più volte l’audio della ciofeca è fuori sincrono, per cui si vede gente che spalanca la bocca per urlare ma la voce arriva con un quarto d’ora di ritardo. 😕

In uno sforzo intellettuale di cui avremmo fatto volentieri a meno, il regista ha poi inserito nella sua opera formule matematiche scritte sui muri e immagini del povero Einstein. Pure lui hanno disturbato! 😐
Siccome la pellicola è stata girata con mezzi finanziari degni di un precario che sgobba in un call-center con contratto part-time, il regista ha usato focali blu sugli obiettivi per simulare le scene notturne. Inoltre le esterne a Venezia sono state girate probabilmente all’alba, visto che la città appare sempre deserta. D’altra parte, occorre ammettere che forse questa decisione è stata saggia, altrimenti qualche veneziano avrebbe potuto compiere gesti inconsulti ai danni della sgangheratissima troupe. Non che ci sarebbe dispiaciuto troppo, intendiamoci; però comprendiamo che sarebbe inumano sparare sulla Croce Rossa.

Altra scena mitica è quella in cui la protagonista, incline a urlare sempre a causa di attacchi isterici che nemmeno Freud in persona avrebbe saputo curare, volendo sconfiggere il male prende il violino e decide di suonare la musica al contrario, da sempre ottimo rimedio contro gli spiriti maligni. Prima di distruggerci i timpani, però, costei ci delizia così: “Forze del male, ritornate da dove siete venute!”, e poi si dà il tempo: “E one two, one two three“. 😀
Mi raccomando: se per caso sospettate che in casa vostra abiti uno spirito cattivo, munitevi di un violino, suonate qualsiasi musica al contrario e soprattutto datevi il tempo contando in inglese, come se voleste introdurre un bel ritmo rock. Tutto ciò, si sa, spaventa i demoni maligni, e in più non dovrete neppure faticare a trovare un esorcista.

Che altro aggiungere? C’è qualcosa da aggiungere? Regia pietosa, plagi musicali, sceneggiatura assente, recitazione degli attori inferiore al livello di uno spettacolino da parrocchia. D’altra parte nel film ha operato anche un’artista del calibro di Luana Ravegnini, ex soubrettina Mediaset. Ci stupisce l’assenza di qualche suonatrice di nacchere, raccomandata per lavorare in questa gemma da cineteca e trasportata sul set da un aereo di Stato, ma eravamo ancora lontani dai meravigliosi e dignitosissimi fasti di Villa Certosa.

In quest’indecenza compare anche il povero Donald Pleasence, che, partecipando al film, si è prestato a svendere la sua dignità per motivi rimasti ignoti. In una scena, il poveretto inizia a gettare mucchi di banconote da una torre di Venezia, insozzando la città, senza che se ne comprenda il reale motivo. Bah!
Un’altra perla di quest’opera immortale è il momento in cui una delle donne viene trovata imputridita nel suo letto a causa di un fungo tipico del legno del ‘700. 😮

Pare che il regista, Luigi Cozzi, abbia ammesso di aver girato un film orribile. Siamo contenti di tanta consapevolezza, che denota una certa onestà intellettuale; tuttavia, considerando anche il generale livello di degradazione morale e culturale in cui l’Italia è precipitata e da cui minaccia di non sollevarsi mai più, non abbiamo il coraggio di assolverlo.

Read Full Post »


La croce dalle sette pietre, cioè Il lupo mannaro contro la camorra, non è l’unico delirio in salsa horror e involontariamente comico realizzato nella nostra amata Penisola. A lottare strenuamente per il primo posto nella classifica degli inguardabili c’è anche Il bosco 1, super-micidiale-ciofeca realizzata nel 1988 da Andrea Marfori.

Già il titolo non promette bene: il numero 1, infatti, farebbe pensare a un sequel che però non è mai stato realizzato. Qualcuno ha poi affermato che il regista non ebbe mai l’intenzione di dare un seguito alla sua opera. Pertanto quel numero 1 ci lascia attoniti, essendo un mistero che nessuna mente umana riuscirà mai a sondare. Eppure, chissà perché, siamo certi che ce ne faremo una ragione.

Ma entriamo ora nel vivo dell’intelligente e dotto argomento. Trattandosi di un film sgangheratissimo e privo di qualsiasi filo logico, riassumerne la trama è un’impresa impossibile; tuttavia cercherò ugualmente di ricordare alcuni momenti dell’obbrobrio in questione.
Tony e Cindy, due fidanzatini di non belle speranze, decidono di raggiungere le Alpi partendo da Venezia. Belle le Alpi, vero? Peccato però che in questo film il paesaggio alpino sembri invece appenninico. Pare infatti che Il bosco 1 sia stato girato sull’appennino tosco-emiliano. La domanda sorge quindi spontanea: perché gabellare un paesaggio appenninico per alpino? Impossibile rispondere.

Andiamo avanti. Sulle Alpi-non-Alpi, i due incontrano una donna che chiede un passaggio in macchina con una scusa: “Là c’è qualcosa di orrendo!”, o una frase simile. Questa donna è in realtà una strega con cattive intenzioni.
I tre giungono in un paesello dove incontrano un presunto scrittore di libri horror, un soggetto strano che indossa un impermeabile bianco e occhiali da motociclista, e in più parla grazie all’ausilio di una speciale macchinetta applicata alla laringe. La strega se ne va e lo scrittore invita i due a una cascata per raccontargli una storiella horror che non c’entra nulla con l’inesistente trama del film. Poi li ammonisce a proposito dei pericoli del bosco, e siccome Cindy e Tony brillano per acutezza mentale, dopo essere stati avvertiti delle minacce incombenti, decidono di fare un bel giretto proprio nel boschetto (la rima ci sta, dato il livello del film).

Nel bosco incontrano di nuovo la strega e, dopo aver girovagato a lungo, accettano di dormire in una casa abbandonata.
La strega offre a Tony un po’ di cocaina. Secondo voi Tony rifiuta? No, è ovvio. Poi la cocaina finisce in un secchio colmo di strana “roba” nera, inizia a gorgogliare e arriva in faccia a Tony, stimolando in noi un piacere sadico.

Successivamente i tre incendiano una roccia che si mette a sanguinare (sigh!) e qui raggiungiamo uno dei picchi di comicità della pellicola, perché quando Tony, arrabbiato, getta in terra il secchio pieno di cocaina, la strega, che è cattiva ma si preoccupa per l’inquinamento delle falde acquifere, quasi lo sgrida: “No! Non buttarlo qui, non vicino alla sorgente del sotterraneo!”.

In seguito Tony comincia a dare segni di “follia” e Cindy spera di trovare aiuto girovagando nel bosco. Tutti sanno, infatti, che un bosco è il luogo ideale per ricevere immediato soccorso quando ci si trova in difficoltà, perché c’è sempre, fra gli intricati rami e i nodosi tronchi degli alberi, qualche anima pia disposta ad aiutare.
Invece di trovare conforto, i due cervelli da premio nobel incontrano lo zombie Fango (eh già, si chiama così) che vorrebbe farli secchi, ma che è talmente poco sveglio da farsi incatenare. Nel film si nota, infatti, che gli zombie sono mediamente intelligenti quanto i due protagonisti.

Giunge poi lo scrittore e si viene a sapere la cruda verità: la strega cattiva è sua figlia (o una parente? Impossibile ricordare con precisione). Costei lo ammazza e lui diventa zombie.
A questo punto, in mezzo al bosco e inseguito dagli zombie, secondo voi Tony che fa? Cerca forse di darsela a gambe con moto accelerato? No, Tony manifesta il desiderio di dormire. Una sana pennichella non fa male a nessuno, soprattutto in un bosco infestato dagli zombie. Purtroppo, però, il Nostro non realizza il suo sogno perché lo zombie Fango gli amputa le mani.

Girando per il bosco con le braccia prive di mani incontra Cindy che, vedendolo in quello stato, decide di andare a cercare, ovviamente sempre nel bosco, rimedi vari e acqua per aiutarlo un po’. Le virtù terapeutiche dell’acqua in caso di amputazione, infatti, sono note alla scienza medica fin dalla notte dei tempi: fior di chirurghi, si sa, curano moncherini per mezzo di acqua fresca.

Finalmente Tony muore decapitato, e così almeno uno fra gli attori di questa “cosa” allucinante scompare.
Alla fine Cindy sconfigge gli zombie, esce dal bosco e ringrazia il “Dio della Luce”. Chi sarebbe questo fantomatico Dio della Luce? Non si sa.

Aggiungo ora alcuni dettagli sparsi, scusandomi per la mancanza di organicità di questa trattazione, ma non sono ancora attrezzata per compiere miracoli, cioè per conferire forma logica a un delirio totale.
Nel film emerge la generosità degli attori perché, quando sono inseguiti dagli zombie, rallentano la corsa per aspettarli e quindi agevolarli. L’attrice che interpreta Cindy parla con un fintissimo accento inglese che invece di far ridere induce alle lacrime e alla depressione, nonché al malvagio desiderio di sopprimerla.
In una scena, si vede poi uno zombie con una canna da pesca che lancia l’amo e acchiappa la ragazza su una guancia. 😀 Non avrei mai creduto che qualcuno potesse inventare uno zombie-pescatore!
La recitazione dei cinque attori che compongono il misero cast è così scadente da diventare surreale.

Infine non posso esimermi dal riportare uno degli allucinanti dialoghi del film, sperando che l’autore degli stessi non sia stato pagato ma preso a sane bastonate sulla zucca.

Copio/incollo da un sito dedicato a questi temi.
Algernoon: “Vedi, ci sono cose che appaiono diverse da quello che sono. Le trote per esempio…mentre, tranquille, nuotano nella corrente, vedono questo piccolo amo e, pensando che sia un delizioso, minuscolo pesce, una di loro si avvicina per mangiarlo. Ma, naturalmente, c’è chi… è pronto a pescarla!

Tony: “E’ forse una storia sulla pesca?”

Cindy: “Un altro tipo di storia…ti stai dimenticando gli zombie!”

Algernoon: “Io non volevo raccontarvi una nuova storia, ma dirvi che le cose possono essere diverse e più pericolose di quello che sembrano.”

Tony: “Vuoi dire che qui c’è il divieto di pesca?” 😐

E dopo questa mirabile domanda di Tony, preferiamo chiudere.
________________________

(Segnalazione errore del 28/7/10: mi è stato detto che il film, in realtà, fu girato a Giazza, in provincia di Verona).

Read Full Post »

Fra gli irriducibili cinefili c’è un dibattito lacerante ancora in corso: qual è il film italiano peggiore di tutti i tempi? Purtroppo è impossibile rispondere, perché varie pellicole si contendono l’ambito primo posto nella classifica delle ciofeche stratosferiche.

Siccome ho già parlato di Alex l’ariete, mi soffermo ora su La croce dalle sette pietre, un horror del 1987. Il titolo, considerato astrattamente, ossia senza aver visto il film, non induce ad aspettative pessimistiche. Basta però passare al sottotitolo per provare un lieve senso di sgomento: il lupo mannaro contro la camorra. Come direbbe il buon Antonio Di Pietro, che c’azzecca un licantropo con la camorra?

Il protagonista Marco Sartori (Marco Antonio Andolfi), playboy da strapazzo, giunge a Napoli. Qui due ladri da strada gli rubano la croce gemmata che porta al collo e che finisce ben presto nelle mani del ricettatore, chiamato, con l’evidente intenzione di abbattere i luoghi comuni più spinti, Totonno o’ cafone. Purtroppo si tratta di un furto gravissimo, perché il baldo Marco Sartori è stato concepito da sua madre con il demone Aborym, un essere peloso che assomiglia a un incrocio fra uno yeti e un orsacchiotto di peluche gigante raccattato nei rifiuti.
Il povero Sartori, dunque, a causa dei discutibili gusti materni, è condannato a trasformarsi ogni giorno, allo scoccare della mezzanotte, in un lupo mannaro. Grazie però alla croce gemmata che lo protegge, Sartori può evitare la trasformazione.

Dopo il furto, il nostro eroe va alla disperata ricerca della croce, ma purtroppo giunge da Totonno o’ cafone troppo tardi, quando la croce è già stata venduta.

Per quanto riguarda la trama, a questo punto è impossibile proseguire in quanto gli eventi del film – e mi scuso con il termine “film” – sono privi di senso, un’accozzaglia di scene sconnesse recitate da attori visibilmente a disagio. Ci si augura che siano stati presi dalla strada, perché ciò potrebbe in parte salvare la loro dignità.
Sceneggiatura penosa, effetti speciali imbarazzanti, dialoghi che tali non sono a causa del loro ridicolo piattume e altro ancora che è impossibile elencare, considerando la completa follia di questa pellicola.

La trasformazione di Andolfi in lupo mannaro supera poi ogni possibile immaginazione: il povero pirla digrigna i denti a lungo, con lo sguardo nella macchina da presa, mentre gli crescono alcuni peli sul viso finché, alla fine di tale metamorfosi, lo si può ammirare con una maschera di carnevale che gli copre metà volto e due guanti pelosi nelle mani; privo poi di vestiti (sigh!) e persino glabro, indossa solo un pezzetto di moquette per coprirsi ciò che nessuno di noi si augura di vedere.
Ammirate la sua maschera da licantropo:
aborym
Quando questa meraviglia di maschio diventa licantropo, sapete che fa? Squittisce. Eh sì, qui siamo di fronte all’unico caso al mondo di lupo che fa il verso di un topo. Il regista aveva forse assunto qualche sostanza innominabile?

Siccome il film è un’accozzaglia di scene indecorose e illogiche, ne cito una a caso, quella supposta onirica. Il protagonista sogna sua madre e si susseguono così immagini squallide alternate a schermate verdi di cui è impossibile, anche dopo notevoli sforzi, cogliere il significato. In sottofondo si odono suoni che definire musica sarebbe oltraggioso. Ci sembra di capire che Andolfi volesse mostrarci un incubo, ma il risultato è un abominio indescrivibile.
Evito poi di soffermarmi  troppo  sulla  scena finale del film: basti pensare che il nostro eroe si accoppia con una cartomante e poi, allo scoccare della mezzanotte, si trasforma in lupo con conseguenze super-trash ai danni della poveretta.

Per fortuna, all’inizio della ciofeca c’è una scena in cui Andolfi viene picchiato da alcuni camorristi e riceve un bel calcione nel suo posteriore. Magrissima consolazione, lo so, però speriamo che abbia sentito almeno un po’ di dolore dopo il calcio.

Il regista di tanto scempio è addirittura il protagonista del film, il non mitico Andolfi. Avendo forse compreso i notevoli rischi cui sarebbe stato soggetto dopo l’uscita del suo lavoro, a suo tempo ebbe l’idea di cambiarsi nome, firmandosi Eddy Endolf. Noi capiamo la sua scelta, viste le altissime probabilità di una lapidazione pubblica.
Con profondo sconforto, chiudiamo rivelando che Andolfi, per creare tale delirio, usufruì di un finanziamento pubblico.

Dulcis in fundo ecco Aborym, lo yeti-orsacchiotto padre di Andolfi nel film.
aborym

Read Full Post »