Il vento

 

Il vento ci accompagna in questo caldo pomeriggio di giugno – una domenica qualunque, un semplice passaggio fra una settimana e l’altra. Ed è silenzio, il silenzio profondo della giornata festiva, quello in bilico fra la presenza e l’assenza – fra l’esserci e il trovarsi aldilà.

Anche l’estate ha i suoi misteri.

Ancora

Passeggiare sotto la pioggia, mentre le strade sono vuote e il cielo intona un canto disperato, è un abbraccio con la solitudine, la solitudine più amata, quella che si sceglie senza remore.

Lungo la via, gli alberi sembrano brillare con tutta la vivace intensità della primavera, nonostante il vento freddo e il cielo quasi autunnale. Sono momenti rari, questi; sono le sfumature più bizzarre di una stagione che sa confondere, e inebriare, e sorprendere.

E sono ancora gli stessi passi – i miei passi -, quelli di tanti anni fa, quelli sepolti sotto il peso del tempo che s’illudeva di cancellarli. Sono gli stessi passi, quelli che sembrano dover parlare, quelli che non vogliono tacere. In fondo, la pioggia cade anche per questo.

 

Giorni di pioggia e di vento

Sono stati giorni di freddo autunnale, giorni di pioggia e di vento, di passi affrettati lungo strade inospitali; sono stati giorni di novembre a primavera – e un vento feroce a impedire sogni di verde e di azzurro.

Ma gli alberi, nei parchi, sono quelli della nuova stagione: vivi, fieri, sicuri di se stessi, avvolti dallo splendore di un’esistenza appena cominciata.

Oggi il cielo è irrequieto, indeciso se mostrarsi clemente o arrabbiato. Ma noi dobbiamo accettarlo, e comprenderlo, e rubarne i tanti segreti.

Come se arrivasse

Prima il vento, impetuoso, egoista, senza alcun riguardo per cose e persone; poi l’ansia e l’attesa sotto un cielo ambiguo, come sospeso in un’eterna incertezza; infine la pioggia, forse inaspettata. Sembrerebbe un giorno di inizio autunno, questo, se non fosse per il verde brillante delle foglie, quel verde malizioso che tradisce l’inizio della vita.

In lontananza, le macchine sfrecciano come se niente fosse, come se il cielo scialbo e la pioggia fossero un dettaglio senza importanza; poi, uomini e donne che camminano, figure piccole e confuse che a volte sembrano avvicinarsi, come se, d’improvviso, dovesse arrivare qualcuno da un luogo remoto – finalmente, dopo tanto tempo.

Vento di ottobre

Il vento di ottobre, così repentino, è un presagio: è l’autunno con la sua mestizia, con i suoi muti dolori, con i suoi tanti tormenti.

Eppure la sua grazia resta intatta: è un’armonia silenziosa, una malinconia che non ferisce, un’affettuosa carezza – nonostante il freddo e le mattine opache e l’incertezza del domani.

Un attimo

Basta  un  attimo: d’improvviso  le  finestre  si  spalancano, il  vento  entra  nella  stanza  e  lo  sguardo  si  alza  verso  il  cielo, come  attratto  da  un  richiamo. Allora  tornano  altre  estati,  mentre  il  presente  si  dissolve  nell’aria  e  nel  caldo  torrido  per  divenire  desiderio  di  libertà, di  terre  lontane, di  altri  umori, di  nuovi  sapori.

Non  esiste  più  nulla  al  di  fuori  del  vento  e  degli  occhi  rivolti  all’azzurro  del  cielo.

Richiami

Si  alza  il  vento, silenzioso, cauto. Il  cielo  appare  inquieto, vago, quasi  in  affanno. Sembra  che  il  tempo, misteriosamente, si  sia  fermato  almeno  un  istante. Adesso, a  dominare  è  l’attesa,  in  questa  atmosfera  evanescente, di  azzurro  opaco  diluito  e  stanco.

Sono  sbiaditi  frammenti  d’eternità – muti, furtivi. Mentre il  vento  agita  le  tende  e  parla, quasi  fosse  un  richiamo  da  un  altro  mondo.

Screziature di primavera

A  pensarci  bene, la  primavera  si  riduce  a  un  indomabile, prepotente, implacabile  desiderio  di  evadere, di  perdersi  fra  prati  verdi  e  fiori  colorati  dopo  la  monotona, piatta  oscurità  invernale: è  il  desiderio  di  lasciarsi  alle  spalle  ogni  catena  e  ogni  stanca  ripetizione  per  correre  verso  il  nuovo, verso  il  sole, verso  la  luce.

La  primavera  è  un  aprirsi  al  mondo, ammesso  che  si  desideri  farlo  o  che  se  ne  abbia  davvero  la  possibilità, quella  possibilità  che  non  sempre  ci  appartiene. Un  aprirsi  al  mondo  che  diventa  sogno  o  impotenza  o,  ancora  una  volta,  ripetizione. E  allora  si  vorrebbe  che  la  primavera  fosse  magia  pura, che  il  suo  vento  leggero  recasse  messaggi, parole, divertimento, allegria – tutto  in  maniera  inaspettata, casuale, come  fosse  un  dono  del  cielo  e  perciò  infinitamente  caro.

Certo  è  che  le  mezze  stagioni, con  le  loro  incertezze, le  loro  delicatezze  e  le  loro  tante  screziature, hanno  il  pregio  di  non  opprimere, di  non  irritare  e  di  saper  sorprendere. Magari  con  poco.

Pace di luglio

Questa  mattina, dopo  altri  giorni  di  caldo  torrido  e  notti  infernali, piove. Ma  è  quella  pioggia  silenziosa  e  sottile, quasi  impalpabile, adatta  a  certe  giornate  primaverili  miti  eppure  incerte, insicure  e  vagamente  malinconiche. Una  pioggia  del  tutto  fuori  luogo  nel  clima  di  questo  luglio  che  lentamente  volge  al  termine; una  pioggia  inadeguata  a  questa  stagione, una  pioggia  che  probabilmente  aumenterà  l’oppressione  dell’afa  che  non  intende  scomparire. Ogni  tanto, però, entra  un  poco  di  vento  dalle  finestre  aperte – un  vento  cauto, debolissimo, quasi  sfinito, sfinito  dal  caldo  proprio  come  noi.

Ma  il  silenzio  è  quello  delle  giornate  più  belle: è  sabato, è  luglio, tempo  di  vacanze  e  di  fughe  dalle  città. E  allora  si  avverte  un  senso  di  pace. Non  ha  nulla  a  che  vedere  con  quella  profonda  quiete  che  trapassa  l’anima  quando  le  strade  sono  invase  dai  silenzi  d’autunno, e  ci  si  sente  al  centro  di  un  mistero  solenne –  chiamati  a  decifrare  l’ignoto  e  ad  attendere  rivelazioni  impreviste. Adesso, nel  torrido  pomeriggio  di  un  sabato  di  luglio, il  senso  di  pace  è  soprattutto  un’attesa, un  tentativo  di  risparmiare  le  forze, uno  sguardo  che  si  sforza  di  essere benevolo  verso  il  sole  arrogante  e  le  giornate  troppo  lunghe.

cabianca

(Vincenzo  Cabianca, Al  sole, 1866)

 

Da una finestra

tende

Nonostante  giugno  segni  l’inizio  dell’estate  meteorologica, quest’anno  la  luce, l’atmosfera  e  il  clima  sono  ancora  quelli  tipici  della  tarda  primavera. Così, capita  che, nel  tardo  pomeriggio, mentre  ci  si  avvia  verso  l’ora  di  cena, la  luminosità  della  mia  stanza  appaia  smorzata. E,  se  apro  una  finestra, il  vento  muove  le  tende  ed  entra  in  casa  quasi  furtivo.

Le  tende  che  danzano  al  vento – una  meraviglia  di  primavera. Si  può  obiettare  che  in  tutte  le  stagioni  il  vento  muove  le  tende  delle  nostre  finestre, quando  queste  sono  aperte. Ed  è  vero. Ma  in  primavera  ciò  assume  una  connotazione  del  tutto  peculiare:  mentre  il  lunghissimo  pomeriggio  si  sfalda  adagio  nella  sera, è  la  luce  a  fare  la  differenza, quella  luce  chiara  e  ferma  ma  obliqua,  e  perciò  densa  di  mistero. Una  luce  serena  anche  quando  il  cielo  sembra  incerto; una  luce  serena  eppure  modesta  e  cauta  e  pensierosa.

Così, quando  il  vento  compare  d’improvviso  da  una  finestra  aperta  e  le  tende  cominciano  ad  agitarsi, si  resta  muti, come  in  attesa  di  qualcosa  o  di  qualcuno  che  non  si  sa  nominare, che  non  si  può  neppure  immaginare. E  gioia, dolore, speranza, malinconia, sgomento  si  fondono  in  un  abbraccio  che  lascia  quasi  senza  respiro. Perché  quella  strana  luce  chiara  che  si  unisce  alle  ombre  è  un  presagio  che  non  si  può  interpretare, ma  che  parla  all’interiorità  con  un  linguaggio  incomprensibile – un  linguaggio  arcano  che  non  appartiene  a  questo  mondo.