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Posts Tagged ‘vento’

A  pensarci  bene, la  primavera  si  riduce  a  un  indomabile, prepotente, implacabile  desiderio  di  evadere, di  perdersi  fra  prati  verdi  e  fiori  colorati  dopo  la  monotona, piatta  oscurità  invernale: è  il  desiderio  di  lasciarsi  alle  spalle  ogni  catena  e  ogni  stanca  ripetizione  per  correre  verso  il  nuovo, verso  il  sole, verso  la  luce.

La  primavera  è  un  aprirsi  al  mondo, ammesso  che  si  desideri  farlo  o  che  se  ne  abbia  davvero  la  possibilità, quella  possibilità  che  non  sempre  ci  appartiene. Un  aprirsi  al  mondo  che  diventa  sogno  o  impotenza  o,  ancora  una  volta,  ripetizione. E  allora  si  vorrebbe  che  la  primavera  fosse  magia  pura, che  il  suo  vento  leggero  recasse  messaggi, parole, divertimento, allegria – tutto  in  maniera  inaspettata, casuale, come  fosse  un  dono  del  cielo  e  perciò  infinitamente  caro.

Certo  è  che  le  mezze  stagioni, con  le  loro  incertezze, le  loro  delicatezze  e  le  loro  tante  screziature, hanno  il  pregio  di  non  opprimere, di  non  irritare  e  di  saper  sorprendere. Magari  con  poco.

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Pace di luglio

Questa  mattina, dopo  altri  giorni  di  caldo  torrido  e  notti  infernali, piove. Ma  è  quella  pioggia  silenziosa  e  sottile, quasi  impalpabile, adatta  a  certe  giornate  primaverili  miti  eppure  incerte, insicure  e  vagamente  malinconiche. Una  pioggia  del  tutto  fuori  luogo  nel  clima  di  questo  luglio  che  lentamente  volge  al  termine; una  pioggia  inadeguata  a  questa  stagione, una  pioggia  che  probabilmente  aumenterà  l’oppressione  dell’afa  che  non  intende  scomparire. Ogni  tanto, però, entra  un  poco  di  vento  dalle  finestre  aperte – un  vento  cauto, debolissimo, quasi  sfinito, sfinito  dal  caldo  proprio  come  noi.

Ma  il  silenzio  è  quello  delle  giornate  più  belle: è  sabato, è  luglio, tempo  di  vacanze  e  di  fughe  dalle  città. E  allora  si  avverte  un  senso  di  pace. Non  ha  nulla  a  che  vedere  con  quella  profonda  quiete  che  trapassa  l’anima  quando  le  strade  sono  invase  dai  silenzi  d’autunno, e  ci  si  sente  al  centro  di  un  mistero  solenne –  chiamati  a  decifrare  l’ignoto  e  ad  attendere  rivelazioni  impreviste. Adesso, nel  torrido  pomeriggio  di  un  sabato  di  luglio, il  senso  di  pace  è  soprattutto  un’attesa, un  tentativo  di  risparmiare  le  forze, uno  sguardo  che  si  sforza  di  essere benevolo  verso  il  sole  arrogante  e  le  giornate  troppo  lunghe.

cabianca

(Vincenzo  Cabianca, Al  sole, 1866)

 

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Da una finestra

tende

Nonostante  giugno  segni  l’inizio  dell’estate  meteorologica, quest’anno  la  luce, l’atmosfera  e  il  clima  sono  ancora  quelli  tipici  della  tarda  primavera. Così, capita  che, nel  tardo  pomeriggio, mentre  ci  si  avvia  verso  l’ora  di  cena, la  luminosità  della  mia  stanza  appaia  smorzata. E,  se  apro  una  finestra, il  vento  muove  le  tende  ed  entra  in  casa  quasi  furtivo.

Le  tende  che  danzano  al  vento – una  meraviglia  di  primavera. Si  può  obiettare  che  in  tutte  le  stagioni  il  vento  muove  le  tende  delle  nostre  finestre, quando  queste  sono  aperte. Ed  è  vero. Ma  in  primavera  ciò  assume  una  connotazione  del  tutto  peculiare:  mentre  il  lunghissimo  pomeriggio  si  sfalda  adagio  nella  sera, è  la  luce  a  fare  la  differenza, quella  luce  chiara  e  ferma  ma  obliqua,  e  perciò  densa  di  mistero. Una  luce  serena  anche  quando  il  cielo  sembra  incerto; una  luce  serena  eppure  modesta  e  cauta  e  pensierosa.

Così, quando  il  vento  compare  d’improvviso  da  una  finestra  aperta  e  le  tende  cominciano  ad  agitarsi, si  resta  muti, come  in  attesa  di  qualcosa  o  di  qualcuno  che  non  si  sa  nominare, che  non  si  può  neppure  immaginare. E  gioia, dolore, speranza, malinconia, sgomento  si  fondono  in  un  abbraccio  che  lascia  quasi  senza  respiro. Perché  quella  strana  luce  chiara  che  si  unisce  alle  ombre  è  un  presagio  che  non  si  può  interpretare, ma  che  parla  all’interiorità  con  un  linguaggio  incomprensibile – un  linguaggio  arcano  che  non  appartiene  a  questo  mondo.

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primavera26

In  questi  giorni, aprile  continua  a  dispiegare  tutte  le  sue  incertezze: è  una  primavera  ancora  cauta  e  timida, la  sua, una  primavera  indecisa  perché  appena  arrivata. Così, permane  quell’atmosfera  magica  in  cui  i  grigi  chiari  del  cielo  s’incontrano  con  un  azzurro  ancora  confuso  e  pigro, che  sonnecchia  contento  in  attesa  di  un  placido risveglio.

E  dopo  saranno  campi  invasi  da  tanti  colori, campi  assetati  di  sole  e  di  vento  a  ogni  ora  del  giorno. Niente  potrà  turbarli, neppure  gli  intermezzi  di  pioggia  e  di  fango, perché  continueranno  a  splendere, a  esibirsi, a  farsi  ammirare  e, soprattutto,  a  consolarci. Con  semplicità  e  modestia, senza  chiedere  nulla  in  cambio.

 

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Settembre, il  mese  in  cui  l’estate, che  lo  voglia  o  meno, deve  cedere  il  posto  all’autunno. Questo  passaggio  può  avvenire  in  diversi  modi, in  maniera  più  o  meno  sfumata: può  essere  un  dissolversi  lento  e  impercettibile  o  un  cambiamento  brusco  e  colmo  di  desolazione. In  ogni  caso, settembre  non  ha  in  sé  la  profonda, struggente, dolcissima  ambiguità  di  ottobre.

Settembre  è  lieve, quasi  impalpabile, indefinito  e  indefinibile. E  non  potrebbe  essere  altrimenti, perché  conserva  sempre  in  sé  una  traccia  dell’estate, una  traccia  dai contorni  un  po’  sfumati  e  dai  colori  già  sbiaditi, eppure  chiara  e  luminosa; nel  contempo, settembre  mostra  i  primi, lievissimi, fugaci  toni  dello  sfacelo, della  vita  che  si  corrompe  fino  a  morire.

Lentissimo, impercettibile  declino: le  sere  si  allungano, le  mattine  ci  sorprendono  con  qualche  brivido  di  troppo, il  vento  ci  accarezza  con  frequenza, qualche  pioggia  ci  parla  di  finestre  chiuse  e  di  calda  intimità. Così, ci  si  prepara  al  morbido, affettuoso, enigmatico  abbraccio  dell’autunno, sperando  che  possa  confortarci  e  ascoltarci  e  regalarci  qualche  consiglio.

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Canto d’estate

Campagna-Toscana-con-grano

Fuoco  sulle  colline  immobili: il  pomeriggio  rovente, i  pensieri  fermi, il  sonno  faticoso  e  stanco. Scarni,  distratti, spenti  i  ricordi; e  gli  affanni  dietro  le  finestre  chiuse  e  il  buio  a  fare  compagnia,  e  il  non  vedere  e  il  non  sapere.  Il  vento  è  lontano, il  vento  è  una  chimera; e  la  vita  è  un  sogno, un  sogno  che  brucia  d’estate, un  sogno  sulle  colline  immobili – e  il  niente  dello  scorrere  lento.

(Nell’immagine il  dipinto  Campagna  toscana  con  grano, del  maestro  Roberto  Bernabini)

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zan

Capita  sempre  così: una  finestra  aperta, il  cielo  quasi  privo  di  colore, un  vago  grigio  intorno  e  le  tende  che  iniziano  a  danzare  al  vento. È  il  preludio  alla  pioggia  d’estate, quel  preludio  in  cui  il  silenzio  del  primo  pomeriggio  si  ammanta  d’indecifrabile  solennità, quasi  a  voler  richiamare  l’attenzione  invocando  rispetto  e  compostezza. L’estate  placa  la  sua  esuberanza  e  acquista  un’aria  più  seria,  l’estate  si  riposa  perché  ha  bisogno  di  un  breve  ristoro  nonostante  il  suo  vigore.

E  allora  è  quiete, quiete  assoluta: le  tende  continuano  a  danzare  al  vento, nessuna  voce  intorno, nessun  respiro, come  se  il  mondo  intero, d’improvviso, si  fosse  fermato  per  ragioni  inesplicabili. E  si  attende, si  attende  qualcosa  che  non  arriverà, si  attende  sapendo  che  poi  tutto  tornerà  come  sempre  è  stato, eternamente  identico  a  se  stesso.

Mentre  l’estate  si  riposa  e  i  monti  dormono  e  le  colline  sorridono.

 

(Nell’immagine  il  dipinto  Donna  distesa,  di  Federico  Zandomeneghi)

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