Il sottile, misterioso fascino dell’altalena

altalena

Quando  avevo  nove  anni  e  mi  trovavo  in  vacanza  nella  casa  in  appennino, mi  prese  il  ghiribizzo  di  trascorrere  interi  pomeriggi  scatenandomi  su  un’altalena. Per  far  comprendere  il  fatto, occorre  una  premessa: avevo  due  cugine, una  più  grande  di  me  di  quattro  anni  e  una  più  giovane  di  me  di  un  anno  e  mezzo. Data  la  differenza  d’età, i  miei  passatempi  variavano  a  seconda  della  cugina  con  la  quale  trascorrevo  il  tempo: la  cugina  più  ‘anziana’, in  genere, mi  spingeva  ad  ascoltare  la  musica  che  piaceva  a  lei, mi  portava  in  gita  con  la  Vespa  e, a  causa  dell’età, decideva  a  che  tipo  di  trastulli  dovevamo  dedicarci; con  la  cugina  minore, invece, mi  davo  a  passatempi  un  po’  più  infantili.

E  fu  proprio  con  la  cuginetta  più  piccola  che, all’età  di  nove  anni, presi  l’abitudine  di  sparire  da  casa  subito  dopo  pranzo  e  di  ricomparire  all’ora  di  cena  dopo  aver  trascorso  ore  a  fare  il  bello  e il  cattivo  tempo  sull’altalena  di  un  piccolo  parco  che  c’era  in  paese. Dire  che  sparivamo  da  casa  è  però  forse  un’espressione  troppo   forte. Si  sa, infatti, come  vanno  queste  cose in  un  paese: la  mia  casa  era  vicinissima  al  parchetto  con  le  altalene, tanto  che  mio  padre, con  un  certo  zelo, compariva  più  volte  al  giorno  per  darci  un’occhiata. Io  e  mia  cugina  non  eravamo  contente  di  vederlo  perché  ci  sentivamo  già  grandi –  che  ingenuità! – e  ci  sembrava  di  non  aver  alcun  bisogno  di  un  adulto  che  ci  controllasse. Comunque, così  andavano  le  cose  e  così  trascorremmo  parecchi  pomeriggi, come  del  resto  capita  a  quell’età: talvolta  ci  si  fissa  su  un  determinato  passatempo, per  poi  saziarsene  e  abbandonarlo.

Che  c’è  di  strano  in  questa  mania  dell’altalena? Nulla, se  non  fosse  che  per  me  era  impossibile  andare  in  altalena  con  moderazione. Come  ho  scritto  in  un  altro  post,  qualsiasi  cosa  avesse  a  che  fare  con  la  velocità  stimolava  alcuni  miei  insopprimibili  istinti, trasformandomi  in  una  specie  di  maschiaccio  teppista.  Mia  cugina  spingeva  parecchio  sull’altalena, sì, ma  mai  come  me: io  ero  un’autentica  furia, tanto  che  i  pali  di  sostegno  del  mezzo  arrivavano  a  oscillare  parecchio  a  causa  della  forza  con  cui  mi  trastullavo. Volevo  avvertire  il  brivido  della  velocità, non  c’era  niente  da  fare, e  non  potevo  contenermi. Il  bello  è  che  operavo  con  costanza  invidiabile, senza  stancarmi.

A  un  certo  punto,  tutta  questa  velocità  non  mi  bastò  più  e  decisi  di  divertirmi  con  un  altro  giochetto: lanciarmi   a  terra  dall’altalena  ancora  in  movimento. In  questo  caso  ero  però  abbastanza  prudente, perché  mi  lanciavo  quando  l’altalena  non  era  alla  massima  velocità  ma  aveva  perso  parecchio  vigore. Resta  il  fatto  che  io  lo  facevo  e  mia  cugina  no.

Non  so  poi  come  o  quando  questo  gioco  ci  stancò, ma  accadde  e  allora  ci  dedicammo  ad  altro. In  ogni  caso, la  cosiddetta  fase  dell’altalena  appartiene  all’instancabile  flusso  dei  miei  ricordi  più  cari.

 

Di cataloghi, trastulli e velocità

Da  giorni  avrei  voluto  scrivere  un  post  ma  ho  rimandato  perché, essendo  in  vacanza,  sono  entrata  in  modalità  bambocciona  e  mi  sono  lasciata  trascinare  da  questo  stato di  grazia,  indispensabile  per  ritrovare  le  energie  giuste  utili  ad  affrontare  la  quotidianità. Trovandomi  dunque  in   questa   graziosa  condizione, non  posso  scrivere  un  post  serio: non  riesco, non  mi  viene, non  mi  va. Pertanto  anche  il  post  probabilmente  risulterà  bamboccione.  E  caotico.

Quando  avevo  circa  dieci  o  dodici  anni  e  mi  trovavo  in  vacanza  in  montagna, capitò  più  volte  che  io  e   mia  cugina, che aveva  quattro  anni  più  di  me,  ci  divertissimo  a  fare  le  cretine. Come? Semplice: all’epoca, mia  nonna  leggeva  i  famosi  cataloghi  Postal  Market  e  Cia, che  vendevano  per  corrispondenza  abiti  e  altri  gingilli  strani. Mia  nonna  non  acquistava  nulla  ma  era  abbonata  e  le  piaceva  sfogliarlo. Ebbene, io  e  quella  volpe  di  mia  cugina  prendemmo  l’abitudine  di  sottrarre  quei  cataloghi  a  mia  nonna  per  sfogliarli  da  sole  in  una  casetta  che  avevamo  in  giardino. Niente  di  strano, direte  voi: che  c’è  di  male? Nulla, è  vero. Però  il  nostro  scopo  era  quello  di  ridere  a  crepapelle  e  niente  ci  divertiva  di  più  delle  immagini   degli  abiti  e  degli  accessori  maschili, perché  ciò  ci  consentiva  di  guardare  i  modelli, bei  ragazzi  con  corpi  statuari,  comicamente  impegnati  a  indossare  cose   imbarazzanti  tipo  le  famose  pancere  del  dottor  Gibaud – orrore! –  o  altre  diavolerie  simili. Vedere  un  bellone  sorridente  con  addosso  l’orrida  pancerina  o  le  ginocchiere  di  lana   non  era  un  fatto  che  ci  potesse  lasciare  indifferenti. Inoltre, a  colpire  erano  anche  le  foto  di  singole  parti  dei  corpi, come  nel  caso  dei  calzini – eh  sì, quei  cataloghi  vendevano  pure  i  calzini – per  cui  si  vedeva  solo  la  gamba  del  povero  modello  dal  ginocchio  in  giù,  col  calzino  marrone  o  verde  addosso  e  il  piedino  arcuato  in  posa. Era  soprattutto  il  piede  in  primo  piano  a  farci  ridere  assai.

In  quei  cataloghi  c’erano  poi  anche  oggetti  stranissimi, come, ad  esempio, il  phon  a  cui  si  attaccava  un  inquietante  tubo  di  plastica  a  sua  volta  connesso  a  una  cuffia: la  cuffia  stava  sulla  testa  della  povera  modella, tutta  bella  e  intenta  a  mostrare  la  presunta  praticità  dell’asciugatura  dei  capelli  attraverso  quel  tubo  di  plastica.  Per  non  parlare  poi  di  certi  bizzarri  grembiuli, che  io  non  avrei  indossato  neppure  sotto  tortura, e  di  un  piccolissimo  telaio  del  quale  si  diceva  fosse  adatto  addirittura  per   fare  cappotti  da  adulti, quando  invece  sembrava  al  massimo  adatto  a  fare  un  risicato  vestitino  alla  Barbie. Insomma,  quando  avevamo  un  attacco di  cretinite  acuta, quei  cataloghi  ci  fornivano  abbondanza  di  materia  su  cui  sfogarci.

All’epoca, io  avevo  anche  l’insana  mania  della  velocità. Fin  da  quando  avevo  imparato  ad  andare  in  bicicletta, infatti, avevo  manifestato  un  temperamento  un  po’  strano: a  differenza  delle  mie  amichette,  che  guidavano  la  bicicletta  con  garbo  e  a  velocità  moderata, io  mi  scatenavo  come  una  furia  pedalando  da  vera  ossessa  e  sudando  senza  remore. Amavo  giocare  con  le  bambole, confezionare  loro  vestitini, mettere  in  fila  i  miei  orsacchiotti  di  peluche  e  fare  tante  altre  cose  in  genere  considerate  tipiche  di  noi  femmine; ma  quando  salivo  su  qualsiasi  tipo  di  veicolo  mi  trasformavo  di  colpo  in  un  maschio  mezzo  teppista: volevo  correre, correre, correre  velocemente, senza  sosta, e  provare  anche  a  fare  manovre  strane.

Ricordo  che, una  volta, mentre  ero  impegnata  in  cortile  a  correre  come  una  furia  con  la  mia  bicicletta  intorno  a  tutto  il  condominio, mi  venne  la  brillante  idea  di  fare  le  curve  inclinando  il  mezzo. Insomma, mi  ero  stancata  di  fare  le  curve  senza  provare  l’ebbrezza  di  qualche  pericolo,  e  inclinare  la  bicicletta  il  più  possibile, rischiando  così  di  cadere  al  suolo,  mi  sembrò  il  culmine  della  felicità. E  siccome  non  caddi,  continuai  a  lungo  questo  esercizio spaventando  a  morte  la  signora  C.  che, scesa  in  cortile, diventò  paonazza  quando  mi  vide  così  forsennata. Ricordo  ancora  le  sue  urla: “Mamma  mia! Che  curve  fai! Fermati, fermati!”.

Tutto  questo  spiega, almeno  in  parte, cosa  accadde  quando, a  diciotto  anni, diedi  l’esame  di  guida. Per  l’esame  di  teoria  non  ebbi  alcun  problema, ma  quello  di  guida  pratica  fu – come  dire – un  po’  particolare. A  giocarmi  il  brutto  scherzo  fu  anche  un  pochino  d’ansia; poca, in verità, però  ammetto  di  essere  stata  leggermente  emozionata. E  visto  che  all’emozione  si  sommò  l’impossibilità  di  governare  il  mio  insano  istinto, successe  il  fattaccio. Salita  sulla  vettura  con  l’esaminatrice  nel  sedile  posteriore  e  il  mio  istruttore  accanto, cominciai  a  guidare  alla  media  dei  70  chilometri  orari. Il  problema  è  che  non  me  ne  accorsi  e, a  un  certo  punto, mi  si  spense  il  motore. Risultato: fui  bocciata.

Quando  l’esaminatrice  se  ne  andò, il  mio  istruttore  di  guida, costernato, mi  disse: “Guarda  che  non  sei  sulla  pista  di  Fiorano”. E  io: “Lo  so, qui  siamo  al  villaggio  Giardino. Ma  ero  emozionata”. E  lui  di  rimando: “Sì, ma  ti  rendi  conto  che  viaggiavi  alla  media  dei  70? Io  ho  più  volte  tentato  di  frenare  senza  farmi  vedere  da  quella”. E  io: “Ah! Ecco  perché  mi  sembrava  che  la  macchina  faticasse  un  po’! E  acceleravo”.  😀

 

Gioie infantili

luna  park

Piove, piove, piove. Non  vuole  saperne  di  smettere. Questa  atmosfera  cupa  e  priva  di  sfumature  è  abbastanza  opprimente, tanto  che  la  mia  mente  ballerina  ha  appena  afferrato  un’immagine  primaverile: una  primavera  di  tanti  anni  fa, col  cielo  azzurro, l’aria  tiepida  e  i  prati  in  fiore.

Ho  già  parlato  più  volte, su  questo  blog, della  signora  C., che  abitava  nel  condominio  in  cui  trascorsi  la  mia  discutibile  infanzia. Per chi  non  ricorda  la  signora  C., riscrivo  qualche  utile  dato: la  signora  C. era  maniaca  dell’ordine, tanto  che  in  casa  non  sedeva  neppure  in  salotto  per  non  rovinarlo, aveva  un  marito  sottomesso  e  mite  come  un  agnello   e  un  nipotino  molto  buono  e  simpatico  di  nome  Gianluca. Ebbene, in  un  bellissimo  giorno  d’aprile, uno  di  quei  giorni  in  cui  sembra  che  l’esistenza  sia  la  miglior  cosa  che  ci  possa  capitare  in  sorte, mia  madre  e  la  signora  C. decisero  di  condurre  me  e  Gianluca  ai  cosiddetti  baracconi, termine  modenese  usato  per  riferirsi  a  quel  Luna  Park  che, ogni  anno, compariva  e  compare   in  città  fra  aprile  e  la  festa  del  primo  maggio. A  quell’epoca, i  baracconi  arrivavano  all’ex  autodromo  della  città, ora  trasformato  in  Parco  Ferrari. Siccome  la  giornata  era  bella, mia  madre  e  la  signora  C. decisero  di  raggiungere  il  Luna  Park  a  piedi; così  facemmo  una  lunga  camminata, che  divertì  molto  me  e  Gianluca, piccoli, pieni  di  vita  ed  entusiasti  per  lo  splendore  della  primavera.

Come  ho  già  scritto, Gianluca  era  un  bambino  educato, privo  di  malizie  e  soprattutto  non  violento. All’arrivo  al  Luna  Park, però, anche  lui  cominciò  a  scatenarsi, com’è  giusto  che  sia,   manifestando  il  sanissimo  desiderio  di  salire  su  varie  tipologie  di  giostre. In  ciò  fu  calorosamente spalleggiato  da  me, che, quando  si  trattava  di  certi  divertimenti, non  mi  tiravo  indietro  e  non  sapevo  cosa  fosse  il  concetto  di  paura. Ricordo  che  c’era  una  giostra  con  tutte  macchine,  o  simil-macchine, attaccate  le  une  alle  altre,  che  giravano  velocissime  finché – sorpresa! –  si  alzava  un  bel  telone  e  copriva  le  sacre  teste  (e  pure  le  corna)  di  chi  vi  si  trovava  dentro. Io  e  Gianluca  insistemmo  per  salire  su  quella  diavoleria, mettendo  in  ansia  mia  madre  e  la  signora  C., che  non  conoscevano  quel  tipo  di  giostra  e  non  sapevano  cosa  aspettarsi.

Saliti  a  bordo  della  macchinina  e  partita  la  giostra  a  velocità  molto  sostenuta, io  e  Gianluca  cominciammo  a  sghignazzare  per  la  gioia. Quando, in  lontananza, cominciammo  a  sentire  la  voce  concitata  di  mia  madre,  ormai  in  ansia  vedendo  a  che  velocità  stavamo  girando, ridemmo  ancora  più  forte, con  le  bocche  tutte  spalancate, contenti  di  aver  turlupinato  le  nostre  accompagnatrici. Quando  poi   il  telone  ci  coprì  le  zucche, raggiungemmo  l’apoteosi  della  felicità, mettendoci  persino  a  urlare. Dopo  un  po’  il  telone  si  alzò, la  velocità  cominciò  a  diminuire  progressivamente  e   il  nostro  bel  giro  finì. Terminato  il  divertimento, ci  avvicinammo  alle  nostre  cortesi  accompagnatrici  sorbendoci  gli  inutili  rimproveri  di  mia  madre  e  le  lamentele  della  signora  C., che  iniziò  a  prendersela  col  nipote  per  non  so  più  che  motivo.

A  un  certo  punto, Gianluca, forse  ancora  eccitato  dall’ebbrezza  della  velocità  appena  sperimentata, chiese  a  sua  nonna,  con  aria  un  po’  arrogante, di  comprarle  un  certo  giornalino  a  fumetti. Apriti  cielo! La  signora  C., innervosita  da  tutto  quello  scatenarsi  d’infantili  passioni, attaccò  la  tiritera: eh  sì, perché  mi  avete  stancata, tu  e  i  tuoi  genitori! Non  fate  altro  che chiedermi  questo  e  quello, mi  fate  soltanto  spendere  soldi  e  bla, bla, bla. E  fu  così  che  il  timido, educato  e  gentile  Gianluca, evidentemente  esaltato  da  quel  pomeriggio  di  fuoco, ci  lasciò  letteralmente  di  stucco  perché  urlò  alla  nonna  una  colorita  espressione  in  dialetto  modenese,  che  preferisco  non  riportare  ma  che, grosso  modo, corrisponde  al  vaffa  italiano. Inutile  spiegare  la  reazione  della  povera  signora  C., gonfia  di  bile  dopo  essersi  sentita  appellare  in  quel  modo  non  proprio  elegante.

A  onor  del  vero, dopo  quell’episodio  Gianluca  tornò  a  essere  il  bambino  tranquillo  di  sempre  e, come  testimoniato  dalla  signora  C.  nonostante  il  vaffa, buono  come  suo  nonno. Io, poi, sperimentata  la  frenesia  della  velocità, non  mi  lasciai  mai  più  sfuggire  il  Luna  Park  primaverile  e  cominciai  a  frequentarlo  ogni  anno, arrivando  a   spingere  alcuni  miei  amici  maschi, timorosi  come  coniglietti, sulle  giostre  più  pericolose. Ma  di  questo  e  di  altro  ancora  parlerò  in  futuro. Perciò,  restate  sintonizzati  su  questo  canale. 😀

Un vecchio filobus

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Anni fa, durante la mia infanzia, abitavo nel quartiere Buon Pastore. Per venire qui in centro storico, dove ora risiedo, c’era un mitico filobus: il sei barrato. La sua caratteristica principale era la terrificante lentezza in perfetto stile lumaca.

Il sei barrato percorreva viale Buon Pastore quasi autocompiacendosi della sua scarsissima velocità. Era sempre traboccante di umarells e rezdore prepotenti – erano terribili a quei tempi – che lo consideravano una proprietà e lo utilizzavano come salotto per conversare in dialetto ad alta voce, con una disinvoltura e una mancanza di discrezione stupefacenti.
Il sei barrato era deprimente: adatto sì ai ritmi degli anziani e della città, ma angosciante per chi aveva tutta la sana e irrefrenabile vitalità dell’estrema giovinezza.

Adesso molte cose sono cambiate, in fretta e in maniera drastica. Tempo fa mi trovavo a una fermata di viale Veneto per prendere il cinque, dovendo andare al centro commerciale Leclerc. Quando finalmente il cinque è arrivato, non si è fermato ma ha proseguito la sua corsa indifferente a noi poveri cittadini in attesa, fermi con la faccia stravolta, umiliati e ammutoliti di fronte all’autobus che correva via ignorandoci con disprezzo.
All’inizio ho pensato che l’autista fosse un pazzo o avesse fumato sostanze innominabili, ma poi, alcuni giorni dopo, qualcuno mi ha informato a proposito della cruda realtà: ormai gli autobus si fermano soltanto se i passeggeri immobili in attesa, quando lo vedono, gli fanno un apposito cenno con la manina.

Dopo aver saputo questo, ho ripensato con nostalgia al caro, vecchio e ingiustamente bistrattato sei barrato: sì, era noioso, un po’ ridicolo e quasi muffito, però aveva una sua umanità. Gli autisti erano persino soliti aspettare con pazienza i ritardatari quando li vedevano correre da lontano e sbracciarsi senza ritegno.
Quante cose sono cambiate in breve tempo!