Agosto, vacanze e lunghe pause: i ricordi di un tempo lontano

Durante l’estate è inevitabile, mi succede ogni anno, si ripete sempre come se fosse la prima volta: mi lascio andare al flusso disordinato dei ricordi, alle memorie che tornano scomposte come piccoli frammenti, lievi pennellate dai colori sbiaditi e forse per questo affascinanti.

Tornano le estati d’un tempo lontano, più semplici rispetto a quelle di oggi. Ad agosto le città si svuotavano e non è uno scherzo. Adesso questo non succede più, perché si tende a partire in vari periodi dell’anno e le ferie sono mediamente più brevi. Per dirne una, ieri mattina il centro storico di Modena era pieno come a ottobre. Ma, negli anni Ottanta e Novanta, ad agosto le città erano quasi deserte. Solo che, in genere, la mania dei viaggi esotici era appannaggio di un ristretto numero di cittadini, e la maggior parte delle persone era felicissima di trascorrere almeno tre settimane in luoghi non troppo lontani da casa, magari nella solita pensione in riva al mare o nella dimora di famiglia in montagna o in collina, dove quasi sempre arrivava qualche parente in visita.

Non c’erano ancora infinite agenzie di viaggio con (terribili) proposte di viaggi low cost e last minute, e nessuno desiderava passare cinque, striminziti giorni in Madagascar o una settimana a Santo Domingo. Non c’erano neppure i tanti B&B che adesso affollano ogni remoto angolo della nostra Penisola, compresa Rocca Cannuccia. Ai miei tempi le alternative erano chiare e poche: vacanze in appartamento o in albergo o in grande casa di famiglia, spesso a pochi chilometri dalla città. Fine.

La mia impressione, del tutto soggettiva, è che si trattasse di vere vacanze, autentiche rotture rispetto alla solita routine, perché in genere avvenivano soltanto una volta l’anno ed erano lunghe, in qualche caso lunghissime, a differenza delle vacanze di oggi, che spesso sono soltanto un mordi e fuggi forsennato o brevi parentesi; riconosco, però, che le ferie vecchio stile avevano un grave limite: per i pochi costretti a rimanere in città, agosto doveva essere tremendo, con i negozi in gran parte chiusi e quasi nessun servizio funzionante.

Talvolta vorrei tornare indietro, brevemente, certo, in maniera fugace e quasi di soppiatto, per trovarmi di nuovo a quel tempo, quando agosto significava abbandonare tutto e tutti, salutare le amiche e gli amici e darsi appuntamento alla fine del mese o a settembre. Non c’erano i cellulari o non erano ancora molto diffusi, le interurbane costavano parecchio e non comunicavamo gratis via whatsapp, per cui le vacanze erano davvero una pausa, un lungo intervallo spezzato soltanto dall’invio delle cartoline.

Ma questo distacco, dal mio punto di vista, era positivo, perché tornare a casa dopo le vacanze significava impegnarsi a riannodare i fili interrotti delle nostre amicizie. Ritrovarsi dopo settimane di silenzio era sempre molto emozionante, quasi un avvenimento e un rito, ed era anche un’occasione per trascorrere lunghi pomeriggi a raccontare ciò che avevamo fatto e a guardare le poche fotografie che avevamo scattato durante le ferie, felici di essere nuovamente insieme.

Essere sempre connessi è piacevole e comporta molti vantaggi, altrimenti non perderei tempo a scrivere qui. Ma le pause, gli intermezzi e le comunicazioni lente di qualche decennio fa ragalavano emozioni ormai sepolte per sempre.

Colazione all’aperto

Io, di mattina, non ho mai fame: bevo il caffè e il tè e mangio qualche biscotto, ma sempre con un po’ di riluttanza, sforzandomi molto. Forse questo è il motivo per cui, ogni tanto, mi piace pubblicare sul blog l’immagine di una tavola apparecchiata con cura per la prima colazione.

Ma una bella colazione richiede ritmi un po’ lenti, non troppo frenetici, ed è faccenda adatta ai giorni di festa e alle vacanze, quando le mattine sembrano dilatarsi all’infinito e la routine si sfalda per lasciare spazio a una giornata diversa dal solito.

A volte mi riprometto di farla come si deve, la colazione, almeno ogni tanto. Chissà se ci riuscirò.

(L’immagine è tratta qui: https://www.tripadvisor.it/LocationPhotoDirectLink-g1061121-d8336486-i192942656-Villa_Pisani_Bolognesi_Scalabrin-Vescovana_Province_of_Padua_Veneto.html)

Vacanze e mutamenti

Questo è un post particolare, frutto di fantasia. Immagino me stessa in vacanza in due momenti storici diversi, il 2021 e il 1987. I gesti e i pensieri non possono essere gli stessi, perché troppe cose sono mutate, intorno a noi e dentro di noi.

Montagna, 2021, vacanze estive. Sono seduta a un bar, è mattina, mi rilasso. Mentre aspetto il dolce e il caffè, invio il buongiorno a una ventina di contatti su Whatsapp. Ho scaricato un’immagine da Google, una di quelle col giorno della settimana già stampato, così auguro a tutti buon lunedì senza nessuno sforzo, senza dover neppure aggiungere un pensiero. Qualche minuto ed è fatto.

Arrivano il dolce e il caffè, comincio a mangiare e ricevo un messaggio su Uozzappa. Guardo e vedo un buon lunedì con un’immaginetta ripresa da Google – facciamo tutti così. Chiudo subito, l’ho appena guardata, non mi soffermo mai più di qualche secondo. Poi, mentre mangio, nuovi squilli che segnalano altri buongiorno. Non li guardo neppure, rimando tutto a un altro momento. Vado su Google, cerco le news, leggo i titoli, tento di capire cosa m’interessa, ma le notizie sono troppe, si accavallano, si rincorrono senza posa. Per fortuna sono in grado di distinguere tra vere notizie e patetici articoli acchiappa clic, ma talvolta questa bulimia di articoletti e post di ogni genere mi fa girare la testa, quasi come se mi trovassi in mezzo a un chiasso infernale. Mi stanco presto e chiudo Google. Finita la colazione m’incammino per una passeggiata. Pochi passi, squilla il telefono, stavolta rispondo. Due o tre parole per confermare il mio ritorno a casa a mezzogiorno circa. Continuo a camminare, mi arrivano altri messaggi, foto di amici e parenti in vacanza, abbronzature, arie felici. So tutto quello che fanno, brevi messaggi m’informano di ogni cosa. Intanto cammino, il paesaggio è meraviglioso e posso sbizzarrirmi a fotografare gli angoli che preferisco, senza limiti di nessun tipo. Al massimo scarterò le foto peggiori. Poi arriva l’ora di tornare a casa. Non ho portato la macchina, ma poco importa: sui bus si viaggia bene, sono silenziosi, puliti e c’è persino l’aria condizionata.

Montagna, 1987, vacanze estive. Sono seduta a un bar, ad alcuni chilometri da casa. Aspetto il dolce e il caffè e, nel frattempo, sfoglio alcune riviste che ho comprato all’edicola qui vicino. Mi piace il profumo della carta dei giornali ancora nuovi, tanto che spesso avvicino le pagine al volto per poterlo sentire meglio. Il mio rapporto con la lettura e la scrittura, infatti, è fisico, intensamente carnale: devo toccarle, le pagine, devo sentirle con il tatto e l’olfatto, sono oggetti concreti preziosi. Non finiranno subito nella spazzatura, alcune riviste si salveranno, le rileggerò, poi forse ne darò una o due a qualche parente. Facciamo sempre così, ce le scambiamo, è un’abitudine.

A un certo punto mi alzo e vado a passeggiare. Mi vengono in mente le amiche lontane, qualcuna al mare, qualche altra in montagna; ci rivedremo fra un mese circa e parleremo delle vacanze, racconteremo qualche sciocchezza, ci lamenteremo della noia di certe giornate. Poi ricominceremo con i nostri svaghi, gli incontri della domenica pomeriggio, le vasche in centro storico. Ma intanto sono qui, sto bene, il tempo scorre a rallentatore, le vacanze sembrano infinite, e questa lontananza da tutto e da tutti, questa lunga pausa, non può che farmi bene.

Adesso mi piacerebbe scattare qualche foto, e allora devo scegliere con cura, devo concentrarmi sui panorami più belli, perché non voglio usare più di un rullino. Le cartoline, invece, le acquisterò la prossima settimana con calma, quando tornerò a comprare altre riviste. Dopo un’ora di vagabondaggio e di pensieri lenti, vado alla fermata della corriera. Per fortuna il viaggio è breve, perché l’odore di benzina, sul mezzo, è molto fastidioso. Ma il percorso sarà piacevole, mi sentirò in compagnia, perché in corriera nessuno si preoccupa di parlare a voce bassa e c’è sempre qualche estraneo che mi rivolge la parola.

Vacanze, fotografie e confronti

Ai miei tempi le vacanze erano, fra le altre cose, il periodo in cui fotografare diventava un rito quasi sacro, al pari dell’inviare cartoline. All’epoca esistevano le macchine fotografiche che funzionavano con un rullino, il rullino costava e costava soprattutto far sviluppare le foto; perciò non esisteva l’attuale fenomeno della bulimia fotografica, cioè la mania di fotografare tutto il fotografabile, compresa la triste pizzetta surgelata appena uscita dal frigo o il bombolone sfatto del supermercato, usato come prima colazione.

All’epoca di solito si comprava il rullino da 24 foto e allora, avendo un limitato numero di scatti a disposizione, tendevamo a discriminare, a scegliere in maniera mirata, a salvare fra i ricordi indelebili ciò che davvero c’interessava. Già questo conferiva all’atto di fotografare un sapore ormai smarrito, la sensazione di fare qualcosa di diverso dal solito, di abbastanza infrequente, e che perciò meritava attenzione e impegno. Poi, una volta fatte le fotografie, arrivava il momento tanto agognato in cui farle sviluppare nel negozio apposito, cosa che richiedeva tempo e che recava con sé la formidabile dimensione dell’attesa. Quando non si ha a disposizione tutto e subito, infatti, si vive un groviglio di emozioni e sentimenti, si avvertono dubbi, curiosità e impazienza, quel batticuore che impedisce di scivolare nell’apatia e nella noia.

All’epoca si pregustava per giorni il momento in cui avremmo mostrato le fotografie agli amici, un altro rito sacro che aveva lo scopo di ricordare le vacanze appena terminate, solennizzandole. Non si trattava, nella maggioranza dei casi, di vanità, ma era soprattutto un modo per racchiudere entro un’aura quasi sacrale il momento irripetibile delle vacanze, che avvenivano soltanto una volta l’anno e in genere ad agosto – luglio era un po’ meno gettonato.

Non c’era il web, non c’erano Instagram e Facebook, ossia mancava la possibilità di condividere gli scatti con chiunque attraverso un semplice clic. Così si portavano le foto agli incontri con gli amici e, mentre le guardavamo tutti stretti gli uni gli altri – era proprio una faccenda anche fisica – in genere passavamo il tempo a commentarle un po’, persino a spiegare perché avevamo ripreso quel certo paesaggio o ci eravamo fermati in quel determinato luogo. D’altro canto allora non si viaggiava facilmente in lungo e in largo su tutto il globo, come avviene adesso, non c’era la possibilità di acquistare infiniti pacchetti con orride vacanze last-minute e affini, per cui mostravamo curiosità e interesse per ogni spostamento, per ogni viaggio che oggi sarebbe considerato banale e modesto, o addirittura ridicolo. Poi si potrebbe parlare a lungo di chi ostenta foto esotiche su Facebook e chiacchiera, al bar, di vacanze alle Maldive, e inaspettatamente viene beccato dai conoscenti al Lido delle Cornacchie o a Monte Trecase; ma per carità cristiana stendo un velo e sto zitta.

Sono contenta delle possibilità che ci sono state regalate dal progresso: anch’io, come tutti, fotografo molto e spesso, e sono felice di poter scartare a piacimento gli scatti che non mi convincono, tutte cose che in passato mi erano precluse. Però ora non provo più le sensazioni di un tempo. Scomparsi i riti sacri delle fotografie col rullino e dell’invio delle cartoline ad amici a parenti, le vacanze hanno perso un po’ del loro colore. Almeno per me.

La stagione delle cartoline

Ai miei tempi, quand’ero adolescente, l’estate non era soltanto la stagione della spensieratezza, ma anche il momento magico in cui scrivere e ricevere quegli oggetti ormai obsoleti chiamati cartoline. I cellulari e gli smartcosi non esistevano, l’ormai mitico Uozzappa non era neppure nei nostri sogni e telefonare col fisso o nelle apposite cabine costava parecchio; così, per tutti questi motivi, le comunicazioni erano lente, e tessere le fragili trame delle relazioni interpersonali, cercando di mantenerle in ogni circostanza, prevedeva la scrittura di lettere e di cartoline.

Durante l’estate, le cartoline erano un modo veloce e pratico per conservare un flebile legame con amici e parenti mentre ci si trovava in vacanza. Non sempre si scrivevano per vero affetto: a volte mandare cartoline era quasi un dovere, altre volte era un modo per far sapere che sì, si era in vacanza, e guarda un po’ in che bel posto mi trovo, tiè! Però, a differenza di quanto accade ora con Uozzappa et similia, l’invio delle cartoline richiedeva un piccolo impegno, un certo sforzo, e allora si tendeva a selezionare le persone cui mandarle: difficilmente si perdeva tempo a scriverle a qualcuno di cui nulla c’importava o che, peggio, ci era antipatico. Bisognava, infatti, entrare in un negozio, scegliere le cartoline, scrivere un pensiero e l’indirizzo esatto, e poi comprare i francobolli per farle giungere a destinazione, dopo averle infilate nella meravigliosa cassetta postale rossa fiammante.

Non bisogna sottovalutare la rilevanza di queste cassette, perché, oltre all’ovvia funzione pratica, svolgevano anche un importante ruolo sul piano psicologico: le cassette postali, infatti, erano la certezza visibile e tangibile della presenza dello Stato in luoghi sperduti e impervi. Incontrarle in un remoto paesino di montagna o in una piccola località di mare confinata a casa di Dio, infondeva un senso di sicurezza, perché erano il segno inconfondibile della nostra appartenenza a un’ampia comunità. Quelle cassette lucide e rosse ci dicevano che non eravamo soli, nonostante ci trovassimo al Lido delle Zanzare o a Bosco Tre Case.

Inviare un cartolina comportava, come si è visto, un certo impegno e un piccolo investimento economico, poche cose, è vero, ma impegnative se paragonate al convulso invio d’immagini via Uozzappa, dove c’è un tasto che consente di mandare rapidamente la stessa foto a tutti i propri contatti, fra cui il conoscente del quale a stento si ricorda il nome e il presunto amico conosciuto su Facebook, di cui s’ignora tutto ma non importa, perché ciò che conta è avere un buon numero di contatti e inviare. Ormai siamo in preda alla mistica dell’invio.

Le cartoline erano, ai miei tempi, un complemento indispensabile dell’estate e si trovavano ovunque, anche in paesini sconosciuti. La mia casa in appennino, ad esempio, era in una piccola frazione a tre chilometri dal Comune principale della zona. Eppure, oltre a un bel campo sportivo grande (ci si giocava anche il torneo di calcio dell’appennino), a un parco con le altalene e a una bella chiesa con annesso campanile, nella mia frazione c’erano anche due negozi di alimentari e altri prodotti, fra cui le cartoline, che immortalavano quel luogo regalandogli la dignità di paese da ricordare. Così, fra due etti di prosciutto e un chilo di pane, si poteva decidere quale cartolina mandare fra quelle presenti, perché c’era persino una discreta possibilità di scelta. Quasi superfluo aggiungere che, nella mia frazioncina, non mancava una bella cassetta postale.

All’epoca molte persone conservavano le cartoline che ricevevano per rileggerle, guardarle e parlare di chi le aveva inviate. Erano segni concreti delle nostre relazioni sociali e preziosi ricordi, perché lasciavano una traccia di chi era lontano e di chi aveva abbandonato per sempre questa valle di lacrime. Il fatto che fossero scritte a mano conferiva alle cartoline un fascino che nessun messaggio elettronico potrà mai avere. La calligrafia, infatti, è un’espressione della propria individualità, perché nessuna calligrafia può essere identica a un’altra; perciò rileggere poche parole vergate a mano su una vecchia cartolina rievoca con forza particolare l’immagine di chi l’ha scritta.

Chi non ha vissuto quei tempi non può comprendere cosa significhi una piccola cartolina e quale valore affettivo possa avere. Certo, si possono rileggere anche le email, si possono guardare più volte le immagini ricevute sullo smartphone e le foto su Instagram; però, toccare con le mani una cartolina e osservare la calligrafia di chi magari non c’è più, è un’esperienza che coinvolge ricordi e affetti con una profondità sconosciuta ai nuovi mezzi di comunicazione. Che poi questi siano utilissimi e piacevoli è cosa che non metto in dubbio, altrimenti non scriverei qui; ma chi ha conosciuto il tempo delle cartoline sa che esse restano, per alcuni versi, insostituibili.

Estate, marachelle e libertà

Era giugno, in Tuscia e al mare, e stavamo trascorrendo il mese in una bella villetta. Quell’anno eravamo in sette: io, mia madre, mio zio con la sua famiglia e i miei nonni. All’epoca – un’epoca non poi così remota – era normale  fare le vacanze in gruppi familiari allargati: ciò non era considerato né vergognoso né sinonimo d’immaturità.

Ricordo che, una sera, mentre tutti si trovavano a tavola assorbiti nelle loro chiacchiere, io e mio cugino, dopo esserci scambiati un’occhiata d’intesa, ci alzammo calmi e sereni e, con notevole disinvoltura e audace sprezzo del pericolo, trotterellammo serafici verso la porta di casa, che era aperta, e uscimmo tranquilli al buio per andarcene in spiaggia, cosa che, almeno in teoria, non avremmo dovuto fare.

In spiaggia, a quell’ora, non c’era nessuno. Restammo lì circa venti minuti, a giocare con la sabbia e ad ascoltare il rumore del mare. Poi rientrammo e ci accorgemmo che la nostra assenza non era stata notata. Così, ci sedemmo sul divano con i volti angelici e innocenti, ma intimamente soddisfatti di aver gabbato la nostra parentela.

Gabbare genitori e parenti era uno sport che amavamo molto, perché era un modo per renderci un po’ indipendenti e per provare qualche emozione – la gioia di farla franca con qualche minuscola marachella. Nella casa in appennino, dove trascorrevo il mese di agosto, io e mia cugina raggiungevamo la felicità suprema quando i nostri familiari, dopo pranzo, si sedevano in giardino intenti a chiacchierare e, le donne, a lavorare a maglia o all’uncinetto. Per me e per mia cugina era un sollazzo indescrivibile poter inforcare la Vespa a motore spento, e lanciarci in discesa oltrepassando il cancello senza che nessuno se ne accorgesse. Se ne accorgevano però al ritorno, quando il motore della Vespa era, per forza di cose, in piena funzione, e noi ci divertivamo come matte nel constatare quanto fosse facile eludere la sorveglianza degli adulti.

Certo, in se stessi sono episodi insignificanti, racconti da poco, che qualcuno definirebbe racconti di una piccola vita – sempre ammesso che ce ne sia una grande, di vita. Ma tralascio l’argomento per cristiana misericordia. Ciò che invece m’interessa, ossia il motivo per cui ho scritto questo post, è la malinconia che ogni tanto mi assale quando penso all’impossibilità di provare le medesime emozioni adesso, da adulta. Ormai, se voglio uscire di casa a qualsiasi ora, non ho bisogno di squagliarmela di nascosto provando un po’ di sana adrenalina nel farlo; ormai posso prendere la porta in qualsiasi momento e andare fuori, portando con me il solito fardello di pensieri.

Sembrano sciocchezze, ma, a pensarci bene, tali non sono. Qualche volta sarebbe bello tornare indietro almeno per un giorno, e rivivere quel magico senso di libertà e di onnipotenza destinato a non ripresentarsi mai più.

Di luglio e ricordi

garden

Arriva  luglio  e  non  si  può  fare  nulla  per  impedirlo. Non  possiamo  eliminarlo  dal  calendario, esiste, c’è, bisogna  accettarlo. Mese  splendido  per  chi  abbandona  la  città  e  si  tuffa  nel  ritmo  spensierato  delle  vacanze, ma  insopportabile  per  chi  in  città  deve  restare. E  in  effetti  io  non  lo  sopporto  più.

C’è  stato  un  tempo, però, in  cui  l’ho  amato: era  il  periodo  in  cui  lo  trascorrevo, almeno  in  parte, in appennino. A  quell’epoca, consideravo  luglio  magnifico  perché  mi  consentiva  di  starmene  quasi  tutto  il  giorno  fuori  casa  a  correre, passeggiare, inventare  passatempi, chiacchierare  e  fare  innocue  stravaganze. Il  momento  più  magico  era  il  mattino, subito  dopo  aver  fatto  colazione, perché  il  giardino  aveva  uno  splendore  tutto  suo, difficile  da  descrivere, con  quel  verde  brillante  che  sembrava  ancora  più  verde  del  solito. Ai  miei  occhi, era  come  se  la  notte  appena  trascorsa  avesse  donato  una  freschezza  particolare  alle  piante, che  apparivano  particolarmente  vive  e   vivaci  – forse  quasi  bambine.

Di  pomeriggio, subito  dopo  pranzo, l’atmosfera  cambiava  e  il  giardino  diventava  ai  miei  occhi  più  maturo, più  adulto, forse meno  vivace  ma  placido  e  sereno, quasi  rassicurante. Poi, dopo  cena, quando  le  prime  ombre  della  sera  comparivano, il  giardino  si  trasformava  in  un  vecchio  saggio  o  in  un  discreto, intelligente  e  affidabile  consigliere: era  giunto  il  momento  del  riposo  e  del  raccoglimento. Certo, era  un  riposo  tipicamente  estivo, dal  quale  erano  banditi  i  pensieri  più  opprimenti  o  profondi. A  volte, con  le  mie  cugine, ascoltavamo  musica  fino  a  mezzanotte  e  danzavamo  sotto  le  stelle  e  la  luna, sotto  un  cielo  immenso  che  non  finiva  di  stupirmi, che  mi  lasciava  frastornata  e  felice, che  mi  faceva  sognare  l’impossibile.

Naturalmente, spesso  mi  annoiavo. Adesso, quando  ripenso  a  quei  momenti, scelgo  solo  di  selezionare  le  memorie  più  belle; ma  la  realtà  era  anche  un’altra, come  frequentemente  accade  in  simili  casi. Solo  che  ora, trascorrendo  luglio  in  città, certi  ricordi  tornano  spontaneamente  con  una  luminosità  particolare  dalla  quale  sono  sedotta. E  intanto, mentre  ricordo, spero  che  per  me  questo  mese  passi  in  gran  fretta.

Flusso caotico di mezza estate

Continua  la  mia  fase  bambocciona: sono  in  preda  a  un  attacco  di  sanissima  immaturità. Sì, perché  non  si  può  essere  sempre  perfetti, sempre  seri  e  seriosi, sempre  in  linea  con  le  aspettative  altrui, sempre  dentro  la  parte  che  la  recita  dell’esistenza  ci  impone. Arrivano  le  vacanze  e  arriva  anche  il  desiderio  di  rilassare  la  mente, di  togliere  il  costume  di  scena, di  lasciarsi  andare. E  anche  sul  blog  è  la  stessa  cosa: niente  argomenti  pesanti, niente  pensieri  profondi, ma  solo  un  caotico  flusso  di  parole  che  si  rincorrono, vanno  e  vengono, si  annodano, si  separano, si  confondono.

In  questi  ultimi  giorni, vagando  su  youtube, mi  sono  soffermata  più  volte  a  guardare  video  a proposito  delle  attrazioni  più  pericolose  di  Gardaland  e  Mirabilandia. E  mi  sono  divertita  quasi  come  una  bambina. Mi  ha  colpito  molto  Raptor, una  montagna  russa  alata  molto  sinuosa  e  spettacolare  presente  a  Gardaland. Un  brevissimo  video  rende  bene  l’idea  di  tanta  bellezza:

Voglia  di  leggerezza, di  spensieratezza, di  tornare  un  po’  indietro  nel  tempo. Tutto  questo  e  probabilmente  altro  ancora. Intanto  buon  Ferragosto, buon  riposo, buoni  pensieri. Ovviamente  continuerò  a  scrivere  perché  il  blog  non  va  in  vacanza. 🙂

Estate e vacanze

Karlsaue Estate 027

E  così  luglio, il  mese  estivo  sempre  rovente  e  senza  pietà, si  accinge  a  terminare  il  suo  percorso  con  una  brusca  e  strana  svolta  autunnale. La  pioggia  di  queste  ore, infatti, non  ha  nulla  a  che  vedere, almeno  qui, con  le  tipiche  piogge  della  stagione  estiva, intense  ma  brevi; questa  è  una  pioggia  persistente   accompagnata  da  un  notevole  calo  termico. Basta  poi  aprire  le  finestre  per  avvertire  un  vento  freddo  che  ricorda  quello  delle  ultime  giornate  di  settembre, quando  l’autunno  richiama  l’attenzione  su  di  sé  annunciando  la  fine  della  vecchia  stagione.

Eppure  è  estate  e  ci  aspetta  agosto, il  mese  delle  vacanze-a-tutti-i-costi, della  finta  o  vera  spensieratezza, dei  tramonti  che  si  tingono  di  festa  e  di  allegria, delle  lunghe  giornate  in  riva  al  mare  o  sui  prati  in  montagna. Ma  non  pochi  trascorreranno  agosto  in  città, per  i  più  svariati  motivi; e  allora  ci  si  chiede  cosa  rappresenti  agosto  per  chi  deve  restare  a  casa.  Se  il  clima  è  abbastanza  mite, senza  la  cappa  del  caldo  infernale, rimanere  in  una  città  per  metà  vuota  e  con  il  traffico  automobilistico  ridotto  può  essere  una  bella  esperienza: il  caos  è  assente, le  strade  sono  più  pulite  e  spesso  si   avverte  la  magia  del  silenzio.  La  verità  è  che  ci  si  può  sentire  in  vacanza  anche  restando  in  città, perché  essere  in  vacanza  è  soprattutto  uno  stato  d’animo.

Non  si  tratta  di  un  semplice  modo  di  dire  o  di  un  espediente  autoconsolatorio: è  davvero  così.  Ricordo  di  aver  trascorso  alcune   pessime  vacanze  in  montagna  perché  ero  tormentata  da  pensieri  e  preoccupazioni  che   non  mi  abbandonavano  per  il  solo  fatto  di  non  trovarmi  in  città; ricordo  addirittura  l’agosto  del  2000 – non  lo  dimenticherò  mai – in  cui  trascorsi  l’intera  vacanza  sui  monti  afflitta  dall’insonnia. Perciò  so  con  certezza  che  le  vacanze  sono  soprattutto  uno  stato  dell’anima.  E  allora  ben  venga  anche  agosto  in  città, se  l’anima  o  l’interiorità – la  si  chiami  come  si  vuole – è  ben  disposta.

 

(Post  ispirato  alla  conversazione, avuta  questa  mattina, con  una  mia  vicina  di  casa  un  po’  malinconica  perché  costretta  a  restare  in  città   durante  il  mese  di  agosto)