Vacanze, fotografie e confronti

Ai miei tempi le vacanze erano, fra le altre cose, il periodo in cui fotografare diventava un rito quasi sacro, al pari dell’inviare cartoline. All’epoca esistevano le macchine fotografiche che funzionavano con un rullino, il rullino costava e costava soprattutto far sviluppare le foto; perciò non esisteva l’attuale fenomeno della bulimia fotografica, cioè la mania di fotografare tutto il fotografabile, compresa la triste pizzetta surgelata appena uscita dal frigo o il bombolone sfatto del supermercato, usato come prima colazione.

All’epoca di solito si comprava il rullino da 24 foto e allora, avendo un limitato numero di scatti a disposizione, tendevamo a discriminare, a scegliere in maniera mirata, a salvare fra i ricordi indelebili ciò che davvero c’interessava. Già questo conferiva all’atto di fotografare un sapore ormai smarrito, la sensazione di fare qualcosa di diverso dal solito, di abbastanza infrequente, e che perciò meritava attenzione e impegno. Poi, una volta fatte le fotografie, arrivava il momento tanto agognato in cui farle sviluppare nel negozio apposito, cosa che richiedeva tempo e che recava con sé la formidabile dimensione dell’attesa. Quando non si ha a disposizione tutto e subito, infatti, si vive un groviglio di emozioni e sentimenti, si avvertono dubbi, curiosità e impazienza, quel batticuore che impedisce di scivolare nell’apatia e nella noia.

All’epoca si pregustava per giorni il momento in cui avremmo mostrato le fotografie agli amici, un altro rito sacro che aveva lo scopo di ricordare le vacanze appena terminate, solennizzandole. Non si trattava, nella maggioranza dei casi, di vanità, ma era soprattutto un modo per racchiudere entro un’aura quasi sacrale il momento irripetibile delle vacanze, che avvenivano soltanto una volta l’anno e in genere ad agosto – luglio era un po’ meno gettonato.

Non c’era il web, non c’erano Instagram e Facebook, ossia mancava la possibilità di condividere gli scatti con chiunque attraverso un semplice clic. Così si portavano le foto agli incontri con gli amici e, mentre le guardavamo tutti stretti gli uni gli altri – era proprio una faccenda anche fisica – in genere passavamo il tempo a commentarle un po’, persino a spiegare perché avevamo ripreso quel certo paesaggio o ci eravamo fermati in quel determinato luogo. D’altro canto allora non si viaggiava facilmente in lungo e in largo su tutto il globo, come avviene adesso, non c’era la possibilità di acquistare infiniti pacchetti con orride vacanze last-minute e affini, per cui mostravamo curiosità e interesse per ogni spostamento, per ogni viaggio che oggi sarebbe considerato banale e modesto, o addirittura ridicolo. Poi si potrebbe parlare a lungo di chi ostenta foto esotiche su Facebook e chiacchiera, al bar, di vacanze alle Maldive, e inaspettatamente viene beccato dai conoscenti al Lido delle Cornacchie o a Monte Trecase; ma per carità cristiana stendo un velo e sto zitta.

Sono contenta delle possibilità che ci sono state regalate dal progresso: anch’io, come tutti, fotografo molto e spesso, e sono felice di poter scartare a piacimento gli scatti che non mi convincono, tutte cose che in passato mi erano precluse. Però ora non provo più le sensazioni di un tempo. Scomparsi i riti sacri delle fotografie col rullino e dell’invio delle cartoline ad amici a parenti, le vacanze hanno perso un po’ del loro colore. Almeno per me.

La stagione delle cartoline

Ai miei tempi, quand’ero adolescente, l’estate non era soltanto la stagione della spensieratezza, ma anche il momento magico in cui scrivere e ricevere quegli oggetti ormai obsoleti chiamati cartoline. I cellulari e gli smartcosi non esistevano, l’ormai mitico Uozzappa non era neppure nei nostri sogni e telefonare col fisso o nelle apposite cabine costava parecchio; così, per tutti questi motivi, le comunicazioni erano lente, e tessere le fragili trame delle relazioni interpersonali, cercando di mantenerle in ogni circostanza, prevedeva la scrittura di lettere e di cartoline.

Durante l’estate, le cartoline erano un modo veloce e pratico per conservare un flebile legame con amici e parenti mentre ci si trovava in vacanza. Non sempre si scrivevano per vero affetto: a volte mandare cartoline era quasi un dovere, altre volte era un modo per far sapere che sì, si era in vacanza, e guarda un po’ in che bel posto mi trovo, tiè! Però, a differenza di quanto accade ora con Uozzappa et similia, l’invio delle cartoline richiedeva un piccolo impegno, un certo sforzo, e allora si tendeva a selezionare le persone cui mandarle: difficilmente si perdeva tempo a scriverle a qualcuno di cui nulla c’importava o che, peggio, ci era antipatico. Bisognava, infatti, entrare in un negozio, scegliere le cartoline, scrivere un pensiero e l’indirizzo esatto, e poi comprare i francobolli per farle giungere a destinazione, dopo averle infilate nella meravigliosa cassetta postale rossa fiammante.

Non bisogna sottovalutare la rilevanza di queste cassette, perché, oltre all’ovvia funzione pratica, svolgevano anche un importante ruolo sul piano psicologico: le cassette postali, infatti, erano la certezza visibile e tangibile della presenza dello Stato in luoghi sperduti e impervi. Incontrarle in un remoto paesino di montagna o in una piccola località di mare confinata a casa di Dio, infondeva un senso di sicurezza, perché erano il segno inconfondibile della nostra appartenenza a un’ampia comunità. Quelle cassette lucide e rosse ci dicevano che non eravamo soli, nonostante ci trovassimo al Lido delle Zanzare o a Bosco Tre Case.

Inviare un cartolina comportava, come si è visto, un certo impegno e un piccolo investimento economico, poche cose, è vero, ma impegnative se paragonate al convulso invio d’immagini via Uozzappa, dove c’è un tasto che consente di mandare rapidamente la stessa foto a tutti i propri contatti, fra cui il conoscente del quale a stento si ricorda il nome e il presunto amico conosciuto su Facebook, di cui s’ignora tutto ma non importa, perché ciò che conta è avere un buon numero di contatti e inviare. Ormai siamo in preda alla mistica dell’invio.

Le cartoline erano, ai miei tempi, un complemento indispensabile dell’estate e si trovavano ovunque, anche in paesini sconosciuti. La mia casa in appennino, ad esempio, era in una piccola frazione a tre chilometri dal Comune principale della zona. Eppure, oltre a un bel campo sportivo grande (ci si giocava anche il torneo di calcio dell’appennino), a un parco con le altalene e a una bella chiesa con annesso campanile, nella mia frazione c’erano anche due negozi di alimentari e altri prodotti, fra cui le cartoline, che immortalavano quel luogo regalandogli la dignità di paese da ricordare. Così, fra due etti di prosciutto e un chilo di pane, si poteva decidere quale cartolina mandare fra quelle presenti, perché c’era persino una discreta possibilità di scelta. Quasi superfluo aggiungere che, nella mia frazioncina, non mancava una bella cassetta postale.

All’epoca molte persone conservavano le cartoline che ricevevano per rileggerle, guardarle e parlare di chi le aveva inviate. Erano segni concreti delle nostre relazioni sociali e preziosi ricordi, perché lasciavano una traccia di chi era lontano e di chi aveva abbandonato per sempre questa valle di lacrime. Il fatto che fossero scritte a mano conferiva alle cartoline un fascino che nessun messaggio elettronico potrà mai avere. La calligrafia, infatti, è un’espressione della propria individualità, perché nessuna calligrafia può essere identica a un’altra; perciò rileggere poche parole vergate a mano su una vecchia cartolina rievoca con forza particolare l’immagine di chi l’ha scritta.

Chi non ha vissuto quei tempi non può comprendere cosa significhi una piccola cartolina e quale valore affettivo possa avere. Certo, si possono rileggere anche le email, si possono guardare più volte le immagini ricevute sullo smartphone e le foto su Instagram; però, toccare con le mani una cartolina e osservare la calligrafia di chi magari non c’è più, è un’esperienza che coinvolge ricordi e affetti con una profondità sconosciuta ai nuovi mezzi di comunicazione. Che poi questi siano utilissimi e piacevoli è cosa che non metto in dubbio, altrimenti non scriverei qui; ma chi ha conosciuto il tempo delle cartoline sa che esse restano, per alcuni versi, insostituibili.

Estate, marachelle e libertà

Era giugno, in Tuscia e al mare, e stavamo trascorrendo il mese in una bella villetta. Quell’anno eravamo in sette: io, mia madre, mio zio con la sua famiglia e i miei nonni. All’epoca – un’epoca non poi così remota – era normale  fare le vacanze in gruppi familiari allargati: ciò non era considerato né vergognoso né sinonimo d’immaturità.

Ricordo che, una sera, mentre tutti si trovavano a tavola assorbiti nelle loro chiacchiere, io e mio cugino, dopo esserci scambiati un’occhiata d’intesa, ci alzammo calmi e sereni e, con notevole disinvoltura e audace sprezzo del pericolo, trotterellammo serafici verso la porta di casa, che era aperta, e uscimmo tranquilli al buio per andarcene in spiaggia, cosa che, almeno in teoria, non avremmo dovuto fare.

In spiaggia, a quell’ora, non c’era nessuno. Restammo lì circa venti minuti, a giocare con la sabbia e ad ascoltare il rumore del mare. Poi rientrammo e ci accorgemmo che la nostra assenza non era stata notata. Così, ci sedemmo sul divano con i volti angelici e innocenti, ma intimamente soddisfatti di aver gabbato la nostra parentela.

Gabbare genitori e parenti era uno sport che amavamo molto, perché era un modo per renderci un po’ indipendenti e per provare qualche emozione – la gioia di farla franca con qualche minuscola marachella. Nella casa in appennino, dove trascorrevo il mese di agosto, io e mia cugina raggiungevamo la felicità suprema quando i nostri familiari, dopo pranzo, si sedevano in giardino intenti a chiacchierare e, le donne, a lavorare a maglia o all’uncinetto. Per me e per mia cugina era un sollazzo indescrivibile poter inforcare la Vespa a motore spento, e lanciarci in discesa oltrepassando il cancello senza che nessuno se ne accorgesse. Se ne accorgevano però al ritorno, quando il motore della Vespa era, per forza di cose, in piena funzione, e noi ci divertivamo come matte nel constatare quanto fosse facile eludere la sorveglianza degli adulti.

Certo, in se stessi sono episodi insignificanti, racconti da poco, che qualcuno definirebbe racconti di una piccola vita – sempre ammesso che ce ne sia una grande, di vita. Ma tralascio l’argomento per cristiana misericordia. Ciò che invece m’interessa, ossia il motivo per cui ho scritto questo post, è la malinconia che ogni tanto mi assale quando penso all’impossibilità di provare le medesime emozioni adesso, da adulta. Ormai, se voglio uscire di casa a qualsiasi ora, non ho bisogno di squagliarmela di nascosto provando un po’ di sana adrenalina nel farlo; ormai posso prendere la porta in qualsiasi momento e andare fuori, portando con me il solito fardello di pensieri.

Sembrano sciocchezze, ma, a pensarci bene, tali non sono. Qualche volta sarebbe bello tornare indietro almeno per un giorno, e rivivere quel magico senso di libertà e di onnipotenza destinato a non ripresentarsi mai più.

Di luglio e ricordi

garden

Arriva  luglio  e  non  si  può  fare  nulla  per  impedirlo. Non  possiamo  eliminarlo  dal  calendario, esiste, c’è, bisogna  accettarlo. Mese  splendido  per  chi  abbandona  la  città  e  si  tuffa  nel  ritmo  spensierato  delle  vacanze, ma  insopportabile  per  chi  in  città  deve  restare. E  in  effetti  io  non  lo  sopporto  più.

C’è  stato  un  tempo, però, in  cui  l’ho  amato: era  il  periodo  in  cui  lo  trascorrevo, almeno  in  parte, in appennino. A  quell’epoca, consideravo  luglio  magnifico  perché  mi  consentiva  di  starmene  quasi  tutto  il  giorno  fuori  casa  a  correre, passeggiare, inventare  passatempi, chiacchierare  e  fare  innocue  stravaganze. Il  momento  più  magico  era  il  mattino, subito  dopo  aver  fatto  colazione, perché  il  giardino  aveva  uno  splendore  tutto  suo, difficile  da  descrivere, con  quel  verde  brillante  che  sembrava  ancora  più  verde  del  solito. Ai  miei  occhi, era  come  se  la  notte  appena  trascorsa  avesse  donato  una  freschezza  particolare  alle  piante, che  apparivano  particolarmente  vive  e   vivaci  – forse  quasi  bambine.

Di  pomeriggio, subito  dopo  pranzo, l’atmosfera  cambiava  e  il  giardino  diventava  ai  miei  occhi  più  maturo, più  adulto, forse meno  vivace  ma  placido  e  sereno, quasi  rassicurante. Poi, dopo  cena, quando  le  prime  ombre  della  sera  comparivano, il  giardino  si  trasformava  in  un  vecchio  saggio  o  in  un  discreto, intelligente  e  affidabile  consigliere: era  giunto  il  momento  del  riposo  e  del  raccoglimento. Certo, era  un  riposo  tipicamente  estivo, dal  quale  erano  banditi  i  pensieri  più  opprimenti  o  profondi. A  volte, con  le  mie  cugine, ascoltavamo  musica  fino  a  mezzanotte  e  danzavamo  sotto  le  stelle  e  la  luna, sotto  un  cielo  immenso  che  non  finiva  di  stupirmi, che  mi  lasciava  frastornata  e  felice, che  mi  faceva  sognare  l’impossibile.

Naturalmente, spesso  mi  annoiavo. Adesso, quando  ripenso  a  quei  momenti, scelgo  solo  di  selezionare  le  memorie  più  belle; ma  la  realtà  era  anche  un’altra, come  frequentemente  accade  in  simili  casi. Solo  che  ora, trascorrendo  luglio  in  città, certi  ricordi  tornano  spontaneamente  con  una  luminosità  particolare  dalla  quale  sono  sedotta. E  intanto, mentre  ricordo, spero  che  per  me  questo  mese  passi  in  gran  fretta.

Flusso caotico di mezza estate

Continua  la  mia  fase  bambocciona: sono  in  preda  a  un  attacco  di  sanissima  immaturità. Sì, perché  non  si  può  essere  sempre  perfetti, sempre  seri  e  seriosi, sempre  in  linea  con  le  aspettative  altrui, sempre  dentro  la  parte  che  la  recita  dell’esistenza  ci  impone. Arrivano  le  vacanze  e  arriva  anche  il  desiderio  di  rilassare  la  mente, di  togliere  il  costume  di  scena, di  lasciarsi  andare. E  anche  sul  blog  è  la  stessa  cosa: niente  argomenti  pesanti, niente  pensieri  profondi, ma  solo  un  caotico  flusso  di  parole  che  si  rincorrono, vanno  e  vengono, si  annodano, si  separano, si  confondono.

In  questi  ultimi  giorni, vagando  su  youtube, mi  sono  soffermata  più  volte  a  guardare  video  a proposito  delle  attrazioni  più  pericolose  di  Gardaland  e  Mirabilandia. E  mi  sono  divertita  quasi  come  una  bambina. Mi  ha  colpito  molto  Raptor, una  montagna  russa  alata  molto  sinuosa  e  spettacolare  presente  a  Gardaland. Un  brevissimo  video  rende  bene  l’idea  di  tanta  bellezza:

Voglia  di  leggerezza, di  spensieratezza, di  tornare  un  po’  indietro  nel  tempo. Tutto  questo  e  probabilmente  altro  ancora. Intanto  buon  Ferragosto, buon  riposo, buoni  pensieri. Ovviamente  continuerò  a  scrivere  perché  il  blog  non  va  in  vacanza. 🙂

Estate e vacanze

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E  così  luglio, il  mese  estivo  sempre  rovente  e  senza  pietà, si  accinge  a  terminare  il  suo  percorso  con  una  brusca  e  strana  svolta  autunnale. La  pioggia  di  queste  ore, infatti, non  ha  nulla  a  che  vedere, almeno  qui, con  le  tipiche  piogge  della  stagione  estiva, intense  ma  brevi; questa  è  una  pioggia  persistente   accompagnata  da  un  notevole  calo  termico. Basta  poi  aprire  le  finestre  per  avvertire  un  vento  freddo  che  ricorda  quello  delle  ultime  giornate  di  settembre, quando  l’autunno  richiama  l’attenzione  su  di  sé  annunciando  la  fine  della  vecchia  stagione.

Eppure  è  estate  e  ci  aspetta  agosto, il  mese  delle  vacanze-a-tutti-i-costi, della  finta  o  vera  spensieratezza, dei  tramonti  che  si  tingono  di  festa  e  di  allegria, delle  lunghe  giornate  in  riva  al  mare  o  sui  prati  in  montagna. Ma  non  pochi  trascorreranno  agosto  in  città, per  i  più  svariati  motivi; e  allora  ci  si  chiede  cosa  rappresenti  agosto  per  chi  deve  restare  a  casa.  Se  il  clima  è  abbastanza  mite, senza  la  cappa  del  caldo  infernale, rimanere  in  una  città  per  metà  vuota  e  con  il  traffico  automobilistico  ridotto  può  essere  una  bella  esperienza: il  caos  è  assente, le  strade  sono  più  pulite  e  spesso  si   avverte  la  magia  del  silenzio.  La  verità  è  che  ci  si  può  sentire  in  vacanza  anche  restando  in  città, perché  essere  in  vacanza  è  soprattutto  uno  stato  d’animo.

Non  si  tratta  di  un  semplice  modo  di  dire  o  di  un  espediente  autoconsolatorio: è  davvero  così.  Ricordo  di  aver  trascorso  alcune   pessime  vacanze  in  montagna  perché  ero  tormentata  da  pensieri  e  preoccupazioni  che   non  mi  abbandonavano  per  il  solo  fatto  di  non  trovarmi  in  città; ricordo  addirittura  l’agosto  del  2000 – non  lo  dimenticherò  mai – in  cui  trascorsi  l’intera  vacanza  sui  monti  afflitta  dall’insonnia. Perciò  so  con  certezza  che  le  vacanze  sono  soprattutto  uno  stato  dell’anima.  E  allora  ben  venga  anche  agosto  in  città, se  l’anima  o  l’interiorità – la  si  chiami  come  si  vuole – è  ben  disposta.

 

(Post  ispirato  alla  conversazione, avuta  questa  mattina, con  una  mia  vicina  di  casa  un  po’  malinconica  perché  costretta  a  restare  in  città   durante  il  mese  di  agosto)

L’omologato-cronico con manie marine

spiaggia-affollata

Si  sa  che  le  località  di  mare  sono  le  più  frequentate  quando  si  tratta  di  vacanze. Del  resto, ci  sono  posti  davvero  meravigliosi  ed  è  comprensibile  che  piacciano. In  Italia, noi  amanti  della  montagna  siamo  una  ristretta  minoranza, e  questo, da  alcuni  punti  di  vista, è  un  bene: chi  ama  andare  in  vacanza  in  montagna, infatti,  cerca  il  silenzio, la  pace, il  contatto  con  la  natura, ritmi  umani  e  divertimenti  tranquilli.

Ora, capita  che, a  volte, l’amante  della  montagna  venga  guardato  con  molta  sufficienza  da  parte  di  una  certa  categoria  di  entusiasti-del-mare-a-tutti-i-costi,  coloro  per  i  quali  il  termine  vacanza  coincide  solo  con  il  termine  mare, per  cui, quando  sentono  che  qualcuno  ha  trascorso  agosto  in  montagna, lo  considerano  un  poveraccio  da  compatire. Attenzione, non  sto  generalizzando: esistono  tantissime  persone  che  amano  il  mare, non  vanno  in  montagna  e   non  pensano  queste  cose. Mi  riferisco  a  una  ristretta  minoranza  di  omologati-cronici  affannosamente  in  cerca  di  vivere  secondo  le  mode  e  soprattutto  facendo  quello  che  fanno  gli  altri.  E  ciò  comprende  anche  la  vacanza  al  mare.

A  me  è  capitato  più  volte  di  essere  guardata  con  il  classico  sorriso  di  compatimento  dall’omologato-cronico  che, già  alla  fine  di  maggio,  comincia  a  scalpitare  per  l’eccitante  vacanza  al  mare  che  l’aspetta. Che  poi, in  alcuni  casi, tale  vacanza  consista  in  una  settimana  risicata  al  Lido  delle  Sabbie  Mobili, fa  niente: ha  comunque  una  parvenza  di  mare, pare  che  ci  sia  un  po’  d’acqua  e  dunque  va  bene  così.

L’omologato-cronico  con  manie  marine, ovviamente  fidanzato  o  sposato  con  una  uguale  a  lui, quando  riesce  finalmente  a  partire  per  farsi  qualche  giorno  on  the  beach, si  produce  in  tutto  il  repertorio  che  lo  distingue. In  che  consiste  tale  repertorio? Semplicissimo: nel  disturbare  il  suo  prossimo. Possibilmente  molto. Lancia  l’automobile  a  tutta  velocità  lungo  la  strada  principale  della  località  prescelta – magari  nel  primo  pomeriggio, quando  le  persone  mentalmente  sane  tendono  a  riposarsi   un  po’  e  a  evitare  di  far  baccano –  e, mentre  passa  guidando  come  un  ossesso  e  credendo  di  essere  Alain  Prost,  mette  la  musica  del  suo  stereo  a  tutto  volume  per  far  capire  che  lui  c’è, è  qui, esiste  e  l’umanità  è  obbligata  ad  avvertirne  la  presenza. Dopo  di  che  s’impegna  a  seguire  con  invidiabile  costanza  l’imperativo  di  tutta  la  sua  vacanza, che  è  uno  soltanto: esagerare. Ciò  significa  che  evita  il  più  possibile  di  dormire, trascinandosi  tutte  le  notti  fino  all’alba, trangugiando  con  ostinazione  litri  e  litri  di  squallidi  aperitivi –  sul  contenuto  dei  quali  è  meglio  non  indagare – cercando  di  partecipare  a  tutti  gli  eventi  organizzati, in  spiaggia  e  non, e  danzando  ogni  giorno, alla  medesima  ora  e  con  notevole  zelo,  il  solito  ballo  dell’estate, che  ha  visto  promosso  fin  dalla  primavera  in  qualche  trasmissione  televisiva  piena  di  veline  e  tronisti. Quando  poi  si  trova  in  spiaggia, cerca  di  stare  in  ammollo  nell’acqua  il  più  a  lungo  possibile  e   fa  il  bagno  a  qualsiasi  ora, anche  col  cibo  sullo  stomaco. Ovviamente, costui  trascorre  l’intera  vacanza  in  costume  da  bagno – possibilmente  uno  slip  molto  ridotto, soprattutto  se  il  fisico  non  glielo  consente – rifiutandosi  categoricamente  d’infilarsi  un  pantalone  leggero  e  una  maglietta  anche  quando  si  è  scatenato  il  temporale, il  mare  è  in  tempesta, le  temperature  si  sono  abbassate  di  dieci  gradi  e  il  vento  infuria  che  è  un  piacere.

Ovviamente  individui  del  genere  non  sono  sterili, ma, al  contrario,  tendono  a  riprodursi  con  facilità. E  allora  vediamo l’omologato-cronico  che  fa  di  tutto  per  avviare  sulla  retta  via  il  proprio  figlio. Il  suo  incolpevole  bambino, infatti,  è  lasciato  libero  di  sfogarsi  a  sazietà  sulla  spiaggia: lo  si  vede  girare  a  lungo  senza  cappello  sulla  testa, sotto  il  sole  alto  e  quindi  rischiando  un’insolazione,  e  tirare  la  sabbia  sugli  occhi  ai  poveracci  che  cercano  di  riposarsi  sotto  l’ombrellone; lo  si  ammira  mentre  gioca  spavaldo  lanciando  palle  e  palline  che  rimbalzano  sulla  testa  dei  malcapitati  addormentati  sui  lettini, e,  purtroppo,  lo  si  vorrebbe  strozzare  quando  comincia  a  gridare  forte  come  un  orso  scotennato  perché, poverino,  ha  fame  e  sete, ma  mamma  e  papà  non  se  ne  accorgono  in  quanto  troppo  impegnati  a  parlare, con  i  vicini  di  ombrellone,  di  argomenti  intelligenti, tipo  il  party  della  sera  prima  dopo  il  quale  hanno  vomitato  anche  l’anima.

Infine, a  coronamento  di  questa  imperdibile  vacanza, l’omologato-cronico  non  dimentica  d’immortalare,  con  la  macchina  fotografica  digitale,  la  fidanzata  o  la  moglie  che  si  esibisce  tutta  giuliva  in  topless, sentendosi  una  diva. E  costei  non  vede  l’ora  di  postare  la  foto  sexy  su  Facebook.  In  attesa  dei  “mi  piace”.

D’estate, dopo il temporale

temporale

Dopo  il  forte  temporale  di  due  giorni  fa, l’atmosfera  è  cambiata. L’estate  sembra  aver  perso  parte  del  suo  vigore: il  cielo  è  azzurro, le  giornate  sono  limpide, però  la  luce  è  smorzata  e  il  vento  è  una  presenza  costante. Si  sta  infinitamente  meglio,  perché  gli  eccessi – tutti  gli  eccessi – sono  insopportabili  e  pericolosi.

In  queste  giornate  calme  è  difficile  tornare  ai  consueti  ritmi  della  vita  quotidiana. I  pensieri  sono  altrove, risentono  ancora  della  spensieratezza  delle  vacanze  appena  trascorse, tanto  che  sembra  quasi  impossibile  ricondurli  sulla  retta  via, che  è  quella  del  dovere. Ma  si  sa  che  i  passaggi  sono  così, bellissimi  e  faticosi, allegri  e  malinconici  allo  stesso  tempo. Mentre  qualche  ombra  s’insinua  nello  splendore  della  luce  del  giorno, si  tenta  di  riafferrare  le  proprie  abitudini. Ma  senza  fretta, senza  troppe  ansie  e  con  un  po’  d’indulgenza  verso  se  stessi.

 

(L’immagine  è  tratta  da: http://luciagangale.blogspot.it/2013/08/la-poesia-prima-del-temporale-estivo.html)

Ferie

Prima  o  poi  arriva  il  momento  di  staccare  la  spina, per  riposarsi  e  poter  così ricominciare  al  meglio: vado  in  ferie  e  va  in  ferie  anche  il  mio   blog  fino  al  20  agosto.

Buone  vacanze, buon  riposo, buona  pausa  a  tutti. 🙂