L’estate che non ci appartiene

 

 

 

 

 

 

 

 

Un signore cammina adagio sulla strada, quasi trascinato dal suo bel cane. Un altro siede immobile sul suo balcone, come se niente avesse senso. Una donna si affanna con le borse della spesa, sfinita, lo sguardo assente, come se rifiutasse tutto, come se fosse altrove – per dimenticare. E poi le automobili, troppe per il mese di agosto.

È l’estate della maturità, l’estate vissuta con distacco e fastidio, l’amarezza per una stagione che non ci appartiene più. È il sentirsi estranei a questo flusso e, nello stesso tempo, l’esservi incatenati, avvinti – come a soffocare sotto il cielo indifferente.

Allora si attende la pioggia, il cielo scuro – aprire le finestre e respirare, aprire le finestre e sentire che qualcosa sta mutando, l’estate che si sfalda adagio, orgogliosa ma sconfitta.

Intermittenze

Il  pomeriggio  è  lungo, tipicamente  primaverile. Il  pomeriggio  è  lungo, luminoso, quieto,  ma  d’improvviso  attraversato  da  una  lieve  incertezza, da  un  mutamento  dell’umore  nel  quale  si  riconosce  uno  dei  volti  più  belli  di  aprile. Non  si  tratta  dell’incertezza  autunnale, quella  che  prelude  alla  comparsa  di  ombre  scure  e  dolenti; questa  è  un’esitazione che  sa  di  timidezza  o  di  lieve  stanchezza  o  forse  di  timore. Ma  senza  drammi, senza  tristezze, senza  il  buio  di  profondità  inesplorate.

È  uno  dei  quei  momenti  che  rendono  aprile  un  mese  speciale, diverso  dagli  altri: la  luce  se  ne  sta  andando  adagio, mentre  nella  stanza  si  accentua  qualche  ombra. Tutto  sembra  parlare  di  una  pausa, di  un  istante  di  quiete  o  persino  di  interi  minuti  di  silenzi  e  di  pacatezza. E  vi  è  qualcosa  di  sfuggente, qualcosa  di  elusivo  in  questa  atmosfera  indefinibile – né  malinconica  né  allegra, chiara  e  scura  nello  stesso  tempo.

Poi  si  avvertono  tuoni, tuoni  in  lontananza, anch’essi  incerti, vaghi  o  forse  soltanto  riguardosi. Aprile  ci  sta  ricordando  che  sempre, in  qualsiasi  stagione, giunge  il  momento  in  cui  è  bene  ritirarsi, chiudere  alcune  porte, tacere.

Prima del temporale


Mi piace il rumore dei tuoni in lontananza, quando il temporale avverte del suo imminente passaggio. Chiudere le persiane prima del suo arrivo è un gesto che m’infonde sicurezza, è la prova che ho un rifugio e la possibilità di resistere.
Apro la finestra, guardo la strada e vedo una luce chiara all’orizzonte. A primavera i temporali sono così: il grigio che li accompagna non è mai troppo intenso, il pianto cela sempre un sorriso.
Mi sembra che i tuoni, in questo lungo pomeriggio, siano una buona compagnia.

(La foto è tratta da qui)