Aprile, vento e pioggia

E sì, sono stata esaudita, quasi una benedizione dal cielo: oggi pomeriggio aprile è incerto, un poco irrequieto, emotivamente labile – però dolce, un ragazzino infreddolito e stanco. Il cielo oscilla fra l’azzurro e il grigio chiaro, il vento compare d’improvviso poi s’assopisce, per ritornare dopo poco; e la pioggia sottile è quasi soltanto un’idea di pioggia, un pianto sommesso, educato.

Fra lo stormire delle foglie, sotto agli alberi, non si è più qui – trascinati altrove, come rapiti. Il tempo si ferma un istante o forse una vita intera; di ieri non resta nulla – e nulla, nulla conta.

Buona Pasqua, buon fine settimana, buona primavera.

Riprendere il cammino

L’anno comincia così, fra incognite e un prima e un dopo, almeno nel nostro confuso immaginario. Si è disorientati – come uno sconquasso; occorre riprendere il cammino, stabilire priorità, riaversi dal tempo sospeso delle feste, ritornare sul solito sentiero dopo le svolte improvvise e le tante deviazioni.

E poi correre incontro all’inverno, lasciarsi avvolgere senza timori dal suo mantello cupo ma protettivo, e preparare ciò che verrà. Ci si ritrae adagio, con garbo, per rendere possibile il domani.

Le nebbia, la pioggia e l’inverno che verrà

Ieri sera è arrivata la nebbia e ho girato un brevissimo video per immortalarla. La qualità della ripresa non è memorabile, per usare un eufemismo, ma – come si dice di solito per giustificarsi – conta il pensiero.

Di notte, però, la nebbia ha lasciato spazio a un’intensa pioggia, e il mattino è cominciato gelido, pungente, com’è tipico dell’autunno in questi ultimi giorni di novembre. L’atmosfera si fa di giorno in giorno più malinconica, e richiede uno sforzo di comprensione e di adattamento che è il segreto del buon vivere, dell’averla capita davvero, quest’esistenza bizzarra.

Abbiamo avuto tutto il tempo necessario per abituarci a questo lento trapasso, a questo scivolare silenzioso verso l’inverno, che non è ancora arrivato, che dovrà lottare contro la forza dell’autunno per imporsi, ma che è nell’aria, nei pensieri, forse persino nei desideri – o forse no, ma poco importa. A sedurci è infatti l’attesa e quel movimento incessante che nasconde sotto la sua apparente, rarefatta immobilità.

Intanto novembre resiste con forza, come dimostrano gli alberi del parco sotto casa mia, quelli che non sono ancora spogli e che s’intravedono fra i bruttissimi ponteggi:

Lungo questa via

Le prime foglie gialle cadono sospinte dal vento, e brillano al sole del mattino. Tu mi passi accanto, fantasma che non cede al tempo, anima disorientata lungo questa via silenziosa e stanca, di cui nulla t’importava, di cui quasi ignoravi l’esistenza.

Mi sfuggono le tue parole, mi sfugge il senso di questo camminare, eppure è qui che spero di vederti. Le persiane e il cancello sono chiusi, ma le rose d’ottobre resistono nel giardino immobile, come assopito e disfatto – lui sa che l’attesa sarà lunga.

Torneremo con la neve, a stringerci nei ricordi.

Il senso dell’estate

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La prima cosa, quella per la quale da adolescente adoravo l’estate, era la lunghezza delle giornate, che in vacanza non volevano terminare. A volte mi scoprivo a guardare l’orologio stupefatta e quasi incantata, perché il tempo sembrava serenamente addormentato, forse persino dissolto e destinato a non tornare più. Certo, era una percezione soggettiva; però la ricordo come fosse una magia, quasi che il tempo rallentasse per ragioni inafferrabili – un mistero, un enigma insolubile connesso all’estate.

In questo tempo dilatato e rarefatto, ero spesso travolta dal dèmone della velocità. Sembra una contraddizione, lo so; eppure aveva un senso, un senso del tutto personale: correre in Vespa sulle strade di montagna, affrontare le curve senza alcun timore, sentire il vento sulla faccia e sui capelli, tutto questo era la vita che scorreva impetuosa nel sangue, che chiedeva di essere ascoltata, che reclamava attenzione; ed era anche la libertà – una sensazione profonda, persino fisica, una sensazione di libertà assoluta.

Del resto, che senso ha l’estate se non si possono sciogliere le proprie catene?

A giugno

È bello cominciare il lunedì con questo tempo incerto, con questa pioggia che desidera arrivare ma, per insondabili ragioni, d’improvviso si chiude in se stessa, come in attesa di non si sa cosa, lasciando il cielo disorientato e stanco. Così giugno scorre, i giorni passano e l’estate tarda a esplodere, cosa che mi rallegra e mi fa sperare. E poi queste giornate così lunghe, queste giornate che sembrano infinite, la luce che non vuole dissolversi – che colpo al cuore, e che sogni, e che fantasie.

A giugno bisognerebbe starsene in un bel giardino, dopo cena, quando la notte tarda ad abbracciarci.

Giovedì

Ogni giorno ha un suo tono particolare, una sfumatura che ne circoscrive il senso. Il giovedì è per me un giorno umbratile, ossia letteralmente ricco di ombre interiori. Un giorno che mi lascia perplessa, ma senza affaticarmi, un giorno che non mi rallegra ma neppure mi affanna.

E poi questo tempo incerto, questo vento che arriva inaspettato, questo cielo che non trova pace, mi rassicurano del fatto che l’estate, quella vera, quella che ti soffoca anche l’anima, non è ancora arrivata.

Buon giovedì.

L’estate in giardino

Lunedì, giorno controverso. Anzi, il giorno controverso per eccellenza, spesso anche molto detestato. E poi siamo all’inizio di giugno, il verde e i fiori intorno a noi ci chiamano; e così, a volte, vorremmo annullare tutto e lasciarci andare ai sogni, ai sogni di prima estate proprio come facevamo durante l’infanzia e l’adolescenza. L’estate distrae, questo è il problema.

Io l’estate la vedo in giardino, senza costrizioni, senza quattro mura intorno; in giardino e fra i colori, a dimenticare il grigio che ci si porta addosso, a splendere di nuovo, come se il tempo non avesse fatto alcun danno.

Il flusso del tempo

L’inarrestabile flusso del tempo – quello destabilizzante, quello che sembra scuotere con forza le precarie fondamenta della nostra vita – emerge anche da dettagli in apparenza trascurabili. Mi riferisco, ad esempio, alla chiusura di negozi importanti, di attività commerciali che ci hanno accompagnato dall’infanzia e che forse credevamo eterne.

Negli ultimi anni, in centro storico, ho assistito alla definitiva serrata della libreria Muratori, della casa della pantofola in via Emilia, di due negozi di biancheria in Corso Duomo e di altro ancora. Piccole cose, si vorrebbe dire; eventi che prima o poi accadono, certo. Ma è complicato lasciarsi dominare da questo realismo quando, con il trascorrere dei decenni, ad accumularsi sono le perdite, anche quelle, per così dire, simboliche.

Questo silenzio

C’è questo silenzio, intorno, e tutto immobile, tutto immobile tranne l’acqua – e il respiro lieve. C’è questo silenzio, e questo pomeriggio vuoto che non sa morire – la luce, il giorno interminabile, il tempo che verrà.

C’è questo silenzio, intorno, e l’inverno è arrivato e scomparso in fretta – debole, risentito, avaro. C’è questo silenzio, e la primavera come sfondo, la primavera che non so – si sfalderà d’improvviso e saremo travolti. C’è questo silenzio, intorno, e tu che passeggi e io che ti vedo – trasparente, muta, un velo.

C’è questo silenzio, e il non poter dire, e soltanto l’assenza.