Questo silenzio

C’è questo silenzio, intorno, e tutto immobile, tutto immobile tranne l’acqua – e il respiro lieve. C’è questo silenzio, e questo pomeriggio vuoto che non sa morire – la luce, il giorno interminabile, il tempo che verrà.

C’è questo silenzio, intorno, e l’inverno è arrivato e scomparso in fretta – debole, risentito, avaro. C’è questo silenzio, e la primavera come sfondo, la primavera che non so – si sfalderà d’improvviso e saremo travolti. C’è questo silenzio, intorno, e tu che passeggi e io che ti vedo – trasparente, muta, un velo.

C’è questo silenzio, e il non poter dire, e soltanto l’assenza.

Magia d’inverno

Questa mattina, al risveglio, ho trovato il volto severo dell’inverno: il cielo sbiadito, quasi assente, e l’asfalto bagnato sulla strada quieta. Di sabato, quando la frenesia della settimana ormai finita cede il posto a un ritmo più tranquillo, questi toni cupi avvolgono ogni cosa come a proteggerla, cullarla, rasserenarla. E allora ci si sente qui e altrove nello stesso tempo, e forse non si desidera altro.

È la magia dell’inverno, la più sottile, quasi inafferrabile – un velo trasparente che conferisce senso a ogni cosa.

All’orizzonte

Agosto volge al termine col cielo scuro, forse presagio della nuova stagione che verrà. I passaggi non sono mai indolori, neppure quando li desideriamo: portano sempre con sé qualche brivido inaspettato, alcune incertezze, malinconici ricordi. Ma i passaggi sono anche il segno concreto dell’ininterrotto fluire del tempo, del suo scorrere senza posa. E questo è un conforto.

All’orizzonte il cielo sta cambiando colore.

 

Ancora

Passeggiare sotto la pioggia, mentre le strade sono vuote e il cielo intona un canto disperato, è un abbraccio con la solitudine, la solitudine più amata, quella che si sceglie senza remore.

Lungo la via, gli alberi sembrano brillare con tutta la vivace intensità della primavera, nonostante il vento freddo e il cielo quasi autunnale. Sono momenti rari, questi; sono le sfumature più bizzarre di una stagione che sa confondere, e inebriare, e sorprendere.

E sono ancora gli stessi passi – i miei passi -, quelli di tanti anni fa, quelli sepolti sotto il peso del tempo che s’illudeva di cancellarli. Sono gli stessi passi, quelli che sembrano dover parlare, quelli che non vogliono tacere. In fondo, la pioggia cade anche per questo.

 

La via più giusta

Spesso, su questo blog, ho parlato della magica atmosfera che invade gli ultimi giorni dell’anno, fra Natale e San Silvestro. Forse sono i giorni che preferisco e per tante ragioni. Prima di tutto, si avverte un silenzio particolare nelle strade, nei viali, persino nelle piazze: è la quiete che inevitabilmente segue alla festa e che, nello stesso tempo, preannuncia altre feste e altri riti. Poi c’è questo senso di sospensione che deriva dall’attesa del nuovo anno, un’aspettativa cui non ci si può sottrarre, un appuntamento ineludibile.

Ed è inverno, inverno freddissimo e scuro. Ma, lungo le vie cittadine, restano alcuni segni dell’autunno appena trascorso: certe foglie rosse tenaci, ancora abbracciate ai rami degli alberi, sono un’eredità della stagione precedente e, con la loro tranquilla presenza, spezzano quel confuso intreccio di antracite e marrone cupo che caratterizza la monotona tavolozza dei colori invernali. Del resto, in questo periodo è facile dimenticare il cupo volto dell’inverno, perché è un momento di bilanci, di riflessioni severe, di progetti, di ripensamenti. Così, si oscilla costantemente fra il desiderio di quiete e il desiderio di agire, muoversi in fretta, decidere.

Ma forse occorre altro. Forse occorre soltanto fermarsi, guardare fuori – con calma – oltre la pioggia e la nebbia, e cercare, al di là del vuoto apparente, la via più giusta.

Il primo, incerto segnale d’autunno

E  finalmente, nella  tarda  mattinata  di  questo  primo  sabato  di  settembre, la  pioggia  è  arrivata  davvero, decisa  e  incerta  al  tempo  stesso, a  tratti  molto  intensa, a  tratti  debole  e  insicura. Ma  il  cielo  è  rimasto  triste  e  confuso, senza  poter  tornare  a  splendere  d’azzurro. Questo  umore  titubante, questa  pioggia,  che  cade  e  poi  si  ferma  e  poi  ricomincia  a  scendere,  è  un  primo,  sbiadito  messaggio  d’autunno.

Si  torna  allora  a  vivere, perché  comincia  a  dissolversi  l’intollerabile  arroganza  della  stagione  estiva  per  lasciare  spazio all’alternarsi  di  luci  e  di  ombre, alla  dolcezza  del  tempo  grigio  ma  privo  di  cattiveria, alla  bellezza  dei  toni  smorzati  e  opachi, alla  serenità  che  sempre  accompagna  il  procedere  calmo, rispettoso  e  lento  dell’autunno. Una  stagione  che  non  pretende  di  annientare, sottomettere, intimorire, ma  che  vuole  soltanto  accompagnare, dialogare  e  sorprendere.

Il tempo e lo sguardo

Giugno  è  arrivato. Ogni  anno, quando  inizia  questo  mese, sono  invasa  da  un  vortice  di  memorie  e, se  anche  volessi, non  potrei  disfarmene. Sono  ricordi  di  un  tempo  in  cui  giugno  rappresentava  la  nascita  di  un  periodo  completamente  nuovo: le  vacanze, la  fine  della  scuola, la  fine  della  prigione, la  libertà. Non  era  soltanto il  principio  dell’estate, ma  un  vero  e  proprio  passaggio  verso  un’altra  dimensione. E  il  sole, i  pomeriggi  lunghissimi  e  le  notti  brevi  erano  quanto  di  più  bello  potesse  esistere.

In  montagna, le  giornate  apparivano  quasi  senza  fine: lunghe  le  mattine, interminabili  i  pomeriggi, lunghe  anche  le  sere. Ricordo  sempre  con  stupore  un  giorno  particolare, credo  un  lunedì. Io  e  le  mie  cugine  avevamo  finito  di  pranzare  ed  eravamo  rimaste  in  cucina  a  chiacchierare. A  un  certo  punto, mi  sembrò  che  fosse  trascorso  molto  tempo, mi  sembrò  che  le  nostre  chiacchiere  fossero  durate  troppo  e  che  fosse  il  momento  di  uscire  da  casa. Così  guardai  l’orologio  e  rimasi  sbalordita: erano  soltanto  le  13:40. Davanti  a  noi, avevamo  un  pomeriggio  infinito.

Il  ricordo  che  ho  di  quelle  estati  è  il  ricordo  della  mia  percezione  del  tempo: lo  avvertivo  quasi  fosse  qualcosa  di  concreto, di  vivo, dotato  di  un’anima  propria; e  ne  sentivo  persino  lo  scorrere, lentissimo, cauto, sornione. Il  tempo  era  un  amico, un  compagno  silenzioso  e  costante, un  alleato. Certo, spesso  mi  annoiavo  e  desideravo  che  fosse  più  veloce; ma  era  il  tempo  estivo, il  tempo  della  libertà  e  delle  piccole  follie. Perciò  era  bene  che  fosse  tanto pacato. In  fondo, mi  stava  facendo  un  regalo, anche  se  non  me  ne  accorgevo.

E  poi  lo  sguardo, lo  sguardo  sul  mondo. Non  era  soltanto  la  percezione  del  tempo  a  essere  così  peculiare, ma  anche  il  modo  in  cui  guardavo  tutto  l’insieme, cose  e  persone. Lo  so, è  un’affermazione  che  sembra  banale, perché  si  tratta  di  un  fatto  scontato. Però  è  il  ricordo  di  quello  sguardo  che  assume  contorni  particolari  e  che  non  può  essere  descritto  con  facilità: sarebbe  come  voler  catturare  l’immagine  di  un  arcobaleno  di  colori  che  si  trasforma  adagio – sempre  in  movimento – fino  ad  assumere  sfumature  sorprendenti, sfumature  con  le  quali  occorre  imparare  a  convivere.

Ogni  anno, quando  giugno  compare  e  annuncia  la  nuova  stagione, sono  il  tempo  e  lo  sguardo  ad  attraversare  i  miei  pensieri – e  a  parlarmi  e  a  raccontarmi  sempre  qualche  nuovo  dettaglio.

Luce di maggio

Chiara, ferma  e  talvolta  indecisa, lievemente  turbata – ma  solo  per  un  attimo, solo  per  un  frammento  di  questo  tempo  infinito. E  poi  la  pace, il  complicato  mosaico  dei  pensieri, i  segreti  dell’anima  che  vacilla,  mentre  il  pomeriggio  scorre, freme, vive  a  dispetto  di  tutto  e  di  tutti.