Una passeggiata particolare


Non è come attraversare un prato a primavera, mentre il cielo sorride e i fiori sembrano parlare al vento; non è neppure come percorrere un sentiero quando l’autunno esibisce il meglio di sé e ci colpisce al cuore. Eppure è una passeggiata, una passeggiata su internet. Nel mio caso è caratterizzata da alcune abitudini ormai quasi irrinunciabili: c’è il blog da controllare, curare e migliorare, il solito forum in cui discutere dei casi di cronaca che m’interessano, i quotidiani on line da leggere, altri blog da visitare. E tutto ciò è accaduto per pura curiosità: desideravo studiare questo nuovo mezzo di comunicazione, capirne il funzionamento e le potenzialità; per farlo, ho dovuto ricorrere al metodo più adeguato, ossia all’esperienza. Mentre si fa, si apprende.

Ormai so cosa mi piace e cosa mi lascia indifferente, cosa mi attira e cosa respingo con forza. Ho scelto il mio sentiero, insomma, dopo averne visitati tanti al solo scopo di capire, e mi piace perché l’ho tracciato io poco alla volta, tessera dopo tessera, come se stessi formando un mosaico. Così, nonostante gli impegni e gli svaghi della vita reale, e spesso a dispetto della stanchezza, mi trovo quasi ogni giorno a compiere questa passeggiata tanto particolare. Magari non posso camminare lungo l’intero sentiero, però percorro sempre qualche metro.

(In foto, I papaveri di Claude Monet)

Ricordi di primavera


In queste giornate di pioggia, è inevitabile percorrere con i pensieri strade che conducono al sole e a colori chiari e luminosi. La colpa è di marzo che, iniziando, mi ha donato fantasie e ricordi di altre primavere, remote nel tempo e forse per questo affascinanti.
Penso spesso alle primavere della mia infanzia e le memorie di cui conservo traccia sono deformate, come spesso avviene in questi casi: sono sbiadite le tante ombre, quasi cancellate dal trascorrere degli anni, e sono rimasti soltanto i toni rosa e azzurri legati alla spensieratezza e all’immaginazione di un’età che, pur nei tanti affanni, sapeva regalare illusioni.

Le viole e le primule, nei parchi e in montagna, erano una gioia infinita non solo per gli occhi ma anche per lo spirito: erano il segno del ritorno degli svaghi all’aperto, erano le compagne di lunghi pomeriggi fra il verde dei prati dopo lo squallore dell’inverno. Niente era più attraente, per me, del sole gentile che accarezzava le giornate d’aprile e di maggio, che accompagnava il fiorire delle rose e che infondeva colore persino alle strade più grigie. Allora la primavera era per me una festa, una speranza e una promessa di felicità.

Mentre oggi piove, i pensieri corrono altrove in attesa che la primavera possa inondarmi, anche solo per un attimo, di altri sogni e di nuovi toni di rosa.

Passioni scatenate (II)


Come ho scritto in un altro post, non amo le telenovelas e ne ho viste soltanto due non interamente, più una decina di puntate di Cuore selvaggio. In queste ho notato il ripetersi di uno stereotipo: la presenza della donna-infermiera.
L’eroina, una fanciulla sospirante, avvolta in pizzi e trine, ingenua, lacrimante, onesta e impegnata a struggersi per amore, non fa altro che ricamare, prendere il tè e chiacchierare con altre femmine. Poi, a un certo punto della vicenda, il maschio della situazione viene gravemente ferito e lei olè!, d’improvviso si trasforma in un’esperta infermiera.

Ad esempio, in Amor real Manuel, il protagonista, viene condotto a casa pieno di sangue dopo che un disgraziato l’ha impallinato a dovere sperando che morisse. A questo punto che accade? Quella lagna della moglie Matilde, che piange in ogni puntata per i motivi più disparati, comincia a prendere catinelle colme d’acqua e panni bianchi e, prima dell’arrivo del macell…, ehm, del medico, opera con abilità sulla profonda ferita di Manuel improvvisandosi infermiera provetta. Naturalmente piange per tutto il tempo, ma in questo caso le sue eccessive lacrime hanno almeno un senso viste le condizioni del consorte.

Ora, se immagino me stessa al posto di Matilde – io però non piango per ventiquattro ore di fila tutti i giorni dell’anno –  temo che il povero Manuel morirebbe dissanguato perché, oltre a non essere infermiera, non saprei neppure improvvisarmi tale. Questa mia inettitudine, però, ha un lato positivo: farebbe terminare la telenovela in tempi assai ragionevoli, accorciandola di circa due terzi del totale. Il classico caso, dunque, in cui una mancanza o difetto si rivela invece un pregio.
Al di là di ciò, resta vivo l’importante quesito: fra i sogni segreti di molti maschi, aleggia forse la figura della donna-infermiera?