Pettinature imbarazzanti

Alzi  la  mano  chi  non  ha  mai  patito, da  infante, autentiche  violenze  alla  propria  capigliatura, violenze  perpetrate  da  genitori  e  parrucchieri  ‘disinvolti’  e  insensibili. Io  ricordo, ad  esempio, lo  stato  in  cui  ridussero  una  mia  povera  cugina: le  tagliarono  i  capelli, che  aveva  folti  e  belli, fino  alle  orecchie; però, da  un  lato  i  capelli  le  scendevano  sulle  orecchie  piatti, mentre  dall’altro  avevano  un  orrido  rigonfio, tutto  sporgente  all’infuori,  che  la  faceva  sembrare  pazza. Comprensibili, dunque, i  suoi  molti  pianti  dopo  l’infausta  seduta  da  quel  parrucchiere  sciroccato.

E  che  dire  della  pettinatura  in  stile  Napo  Orso  Capo? Eccola:

napo

A  un  mio  amichetto  d’infanzia, dotato  di  tanti  bei  capelli  ricci  e  scuri, fecero  un  taglio  un  po’  spregiudicato  ottenendo  proprio  una  pettinatura  del  genere. Il  poverino, dopo  essere  stato  ridotto  in  simili  condizioni, si  chiuse  in  una  sorta  di  mutismo  per  almeno  una  settimana, mentre  genitori  e  parenti  lo  accusavano  persino di  avere  un  brutto  carattere  perché  troppo  taciturno. Come  si  suol  dire, becco  e  pure  bastonato.

E  ora, qualche  pettinatura  orrida  per  adulti:

capelli

Anche  sforzando  parecchio  le  meningi, non  si  riescono  ad  afferrare  i  reconditi  motivi  per  i  quali  bisognerebbe  andarsene  in  giro  conciate  in  questo  modo.

D’altra  parte, al  peggio  non  c’è  mai  fine:

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La  pettinatura  in  cespuglio-style  pare  poco  adatta  alle  comuni  giornate  di  lavoro, anche  se  forse  ha  il  vantaggio  di  poter  essere  utile  nella  stagione  fredda, perché  riscalda  le  orecchie. E  vi  pare  poco?

Ma  perché  non  rivolgerci  ai  cosiddetti  trend  del  momento? Pare  che  questa  sia  una  tendenza dell’inverno attuale:

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E  se  questa  roba  è  di  tendenza, preferisco  senz’altro  essere  fuori  moda. L’unico  discutibile  vantaggio  di  questa  specie  d’acconciatura  è  la  possibilità  che  offre  a  qualche  smarrito  volatile  di  eleggerla  a  proprio  nido.

E  voi  che  ne  dite?

Il primo appuntamento non si scorda mai?

appuntamento

Dopo  circa  venti  giorni  d’assenza  causati  dal  gran  caldo,  ricomincio  ad  aggiornare  il  blog  con  regolarità. Gli  argomenti  non  mancano  mai, anche  se  non  è  facile  sceglierli. Ma  siccome  siamo  in  piena  estate  e  agosto  è  un  mese  in  cui  è  impossibile  essere  o  sentirsi  troppo  seri, l’istinto  mi  induce  a  scrivere  frivolezze. Ieri  una  mia  conoscente, in  vena  di  chiacchiere  da  salotto, mi  ha  chiesto  quando  ho  ricevuto  per  la  prima  volta  un  invito  da  parte  di  un  ragazzo. Il  cosiddetto  primo  appuntamento, insomma. E  allora, trattandosi  di  un  argomento  leggero  e  spensierato, lo  riporto  sul  blog.

Ebbene, la  prima  volta  in  cui  ricevetti  un  invito  in  piena  regola  fu  alla  tenera  età  di  dodici  anni.  Accadde  a  scuola, durante  l’ora  di  matematica. Un  mio  compagno  di  classe, che  sedeva  nel  banco  davanti  al  mio, si  girò  d’improvviso  e, con  un  sorrisetto  furbo, mi  disse: “Perché  non  usciamo  insieme, un  pomeriggio, per  andare  a  passeggiare  in  centro  e  comprarci  un  gelato?”. Io  rimasi  muta  e  con  gli  occhi  sbarrati, incredula  e  sbigottita. Poi, siccome  all’epoca  non  usavo  mezzi  termini, gli  risposi  torva: “Ma  sei  pazzo?”. E  lui, di  rimando,  disse  un  po’  seccato: “Ecco, ho  capito! Se  hai  paura  a  uscire  da  sola  con  me, facciamo  venire  anche  Paolo  con  la  tua  amica  Isabella  e  usciamo  in  quattro!”. Paolo, che  era  seduto  nel  banco vicino  a  lui  ed  era  più  morto  che  vivo, aprì  con  fatica  gli  occhi  e  borbottò  qualcosa  di  incomprensibile. Sì, perché   a  scuola  Paolo  trascorreva  tutto  il  tempo  a  dormire – fisicamente, non  metaforicamente –  ed  era  assai  raro  che  comprendesse  un  discorso  nella  sua  interezza. Anzi, la  cosa  divertente  è  che  i  due – il  mio  ‘corteggiatore’  e  Paolo – stavano  sempre  insieme  proprio  perché  estremamente  diversi: uno  vivacissimo, iperattivo, sfacciato  e  quasi  delinquente, e  l’altro  sempre  mezzo  addormentato, passivo, bisognoso  di  qualcuno  che  lo  spronasse  a  muoversi.

Ora  non  ricordo  più  cosa  dissi  esattamente  a  proposito  dell’idea  di  uscire  in  quattro; ricordo  solo  che  declinai  l’invito  senza  troppa  cortesia. E  non  fui  cortese  perché  costui, in  realtà, essendo  in  piena  crisi  ormonale, tendeva  a  molestarmi  parecchio. E  allungava  un  po’  troppo  le  manine, cosa  che  io  non  tolleravo. Aveva  anche  preso  l’abitudine  di  telefonarmi  tutti  i  giorni  alle  13:15  circa, ossia  appena  arrivati  a casa  dopo  la  scuola. Mi  chiamava  proprio  mentre  iniziavo  a  mangiare: non  facevo  neppure  in  tempo  a  inghiottire  il  primo  boccone  che  il  telefono  cominciava  a  squillare  e  costui  mi  chiedeva  se  avessi  fatto  i  compiti. Ora, come  chiunque  può  comprendere, era  impossibile  che  io  li  avessi  fatti; ma  ovviamente  si  trattava  di  una  scusa  per  chiamarmi. Lui  poi  non  aveva  alcun  problema  con  i  compiti  scolastici, anzi, aveva  eliminato  il  problema  alla  radice, visto  che  non  studiava, non  scriveva, non  apriva  i  libri. Alle  13:30, dopo  aver  mangiato, correva  subito  nella  nostra  parrocchia  perché  lì  c’era  il  campo  sportivo  e  poteva  giocare  a  calcio, oltre  a  fare  altre  cose, cioè  disturbare  il  suo  prossimo, attività  nella  quale  era  un  autentico  campione.

Al  di  là  di  ciò, il  dato  interessante  è  che  un  tipo  così  vivace  e  sfacciato  fosse  attirato  da  una  come  me: io, a  quell’epoca, ero  silenziosa, riservata, sognatrice  e  tranquilla. Certo, sapevo  essere  vivace  anch’io, ma  con  modalità  del  tutto  differenti  dalle  sue. Perciò  fui  molto  infastidita  dalle  attenzioni  di  questo  soggetto  tanto  scatenato.

E  voi  ricordate  ancora  il  primo  appuntamento  dato  o  il  primo  invito  ricevuto?

Strani pudori

cappone

Nota  successiva  alla  pubblicazione: avevo  scritto  questo  post  per  pubblicarlo  il  26  dicembre, ma  ho  sbagliato  un  click  e, invece  di  salvarlo  in  bozza, l’ho  pubblicato  stasera, 24  dicembre. Amen, ormai  è  fatta.

Avevo  quindici  anni  e  frequentavo  il  ginnasio. Una  mattina, a  scuola, la  mia  amica  I., con  cui  avevo  molta  confidenza, mi  chiese: “Ma  che  cos’è  un  cappone?”. Io, un  po’  meravigliata  dalla  domanda, risposi  con  sicurezza: “Un  gallo  castrato”. Credendo  di  aver  dato  una  risposta  esaustiva, fui  sconcertata  nel  vedere  la  strana  reazione  della  mia  amica, che  rimase  con  la  bocca  aperta  e  lo  sguardo  interrogativo. Notevole  fu  poi  il  mio  stupore  quando  mi  domandò: “Cosa  significa  castrato?”.

A  questo  punto  fui  colta  dal  panico  perché, pur  conoscendo  bene  il  significato  del  termine  castrato,  mi  vergognavo  a  spiegarglielo. So  che  la  cosa  può  far  sorridere  se  non  ridere  a  crepapelle – e  infatti  per  questo  l’ho  scritta –  ma  giuro  che  è  la  verità. Trovandomi  dunque  in  questo  serio  imbarazzo, scelsi  l’unica  via  per  me  percorribile  in  quel  momento: chiamare  il  nostro  migliore  amico  affinché  le  desse  le  giuste  spiegazioni. E  fu  così  che  I., sempre  più  stupita, mi  sentì  urlare: “ANDREAAAAAAAAAA!  VIENI  QUI, HO  BISOGNO  DI  TE!”. Andrea, infrattato  in  un  angolo  remoto della  classe  semi-vuota,  giunse  in  un  baleno  e  io  gli  dissi: “Senti  un  po’  cosa  vuole  sapere  I.”. E  mi  allontanai.

Stando  distante  alcuni  metri, osservai  la  scena: dapprima  Andrea  scoppiò  a  ridere, poi  s’impegnò  a  fornire  tutte  le  delucidazioni  del  caso. Del  resto,  l’avevo  chiamato  perché  conscia  che  sarebbe  stato  lietissimo  di  fornire  la  fausta  spiegazione. La  povera  I., di  fronte  all’inattesa  rivelazione,  diventò  rossa  e   si  mise  a  ridere  fino  ad  avere  le  lacrime  agli  occhi.

Finito  il   siparietto  e  scampato  il  pericolo, mi  avvicinai  anch’io   e  Andrea  disse  a  I.: “Ma  se  persino  lei  lo  sa!”. E  questa  lei  ero  io. Quasi  inutile  aggiungere  che, se  avessi  potuto, l’avrei  strozzato.

E  adesso  vi  autorizzo  a  prendermi  in  giro  senza  pietà. 😀

Sono sette: allegria!

holly

Tre  giorni  fa, 12  gennaio, questo  blog  ha  compiuto  sette  anni  di  vita. Che  strano  effetto! Sono  tanti  sette  anni  per  un  blog. Perché  non  festeggiarli – chiedo  venia  per  il  parolone – sorridendo? Lasciamo  da  parte  frasi  poetiche, riflessioni  profonde, pensieri  complessi, e  abbandoniamoci  a  qualcosa  di  non  troppo  impegnativo. A  tale  scopo  riscrivo, con  parole  un  po’  diverse, i  contenuti  di  due  post  d’argomento  frivolo  che  molti  dei  lettori  attuali  non  hanno  letto.

Premessa: anni  fa, su  molte  emittenti  televisive  private  c’erano parecchie   trasmissioni  con  cartomanti  e  affini  impegnati  a  leggere  il  futuro  ai  malcapitati  che  telefonavano. Ebbene, una  volta, allo  scopo  di  ridere, ho  guardato  una  di  queste  trasmissioni  e  ho  trascritto  alla  lettera  le  richieste  più  buffe  o  sconcertanti  di  chi  telefonava. Ecco  quattro  esempi:

Il  caso  di  una  fanciulla  straziata  dal  dolore  e  colma  di  sentimenti  profondi: “Il mio ragazzo è morto una settimana fa. Vorrei sapere se ne trovo un altro”.

–  Fanciulla  alle  prese  con  normali  dubbi  sentimentali: “Vorrei sapere se il rapporto con il mio ragazzo andrà bene”. Risposta  della cartomante:”Sì. Dimmi prima qual è il suo colore di capelli”. A  questo  punto, grande urlo  della  fanciulla: “Papà, di che colore ha i capelli il mio ragazzo?”.

Vicenda  di  signora  con  dubbio  amletico: “Ho sessant’anni e dovrei andare a convivere insieme a due uomini. Uno ha la mia età e l’altro ha ottant’anni. Vorrei sapere se quello di ottant’anni mi lascia l’eredità”. Risposta  della giovane cartomante, con  forte  accento bolognese: “Soccia, signora, è già dura vivere con uno!”.

Caso  di  donna  anziana  priva  di  ipocrisie  e  dotata  di  notevole  sincerità: “Accudisco tutti i giorni mia zia che ha più di novant’anni. Vorrei sapere se dura ancora molto o se finisce presto”.

Aggiungo  che  non  ho  inventato  nulla, neppure  una  virgola: ho  scritto  la  pura  verità, anche  se  può  sembrare  assurda. D’altra  parte, non  è  forse  vero che  la  realtà  a  volte  supera  la  fantasia?

A  proposito  di  realtà  che  supera  la  fantasia, tralasciamo  le  stravaganti  domande  ai  cartomanti  e  soffermiamoci  su  altro. Un  signore  anziano, conoscente  di  mio  padre,  amava  raccontare  bugie  ed  enormità  con  estrema  disinvoltura, tanto  che  molti  si  riunivano, di  sera, in  un  certo  bar  all’aperto  per  ascoltarlo  narrare  le  sue  improbabili  imprese. Era  un  bell’uomo, di  aspetto  distinto, ed  era  anche  una  persona  sensibile; però, purtroppo, aveva  questa  strana  mania  d’inventarsi  un’esistenza  parallela  volando  in  alto  con  l’immaginazione,  e, quando  incontrava  gli  amici, era  capace  di  trascorrere  ore  a  parlare  all’infinito  senza  che  nessuno  riuscisse  a  fermarlo. Per  comodità, schematizzo  le  principali  amenità  che  ci  raccontò  e  che  sono  passate  alla  storia  fra  quanti  l’hanno  conosciuto. Premetto  che, nella  vita, aveva  sempre  lavorato  come  artigiano  fino  alla  pensione, ma  sosteneva  con  convizione:

1) di aver fatto l’equilibrista e il domatore di leoni e di tigri al circo Orfei
2) di aver costruito centinaia di aerei
3) di aver visto Hitler in persona nel bel mezzo della Foresta Nera
4) di aver lavorato alla Nasa
5) di aver dipinto una riga su una bicicletta utilizzando la coda di un topo per farla dritta
6) di aver seguito ben tre corsi all’Accademia Militare di Modena
7) di essere nato sotto l’ala di un aereo
8) di aver avuto una nonna discendente da Toro Seduto.

Ma questo è niente: per narrare le sue gesta immaginarie occorrerebbe scrivere un romanzo. Mi  limito  soltanto  ad  altri  due  episodi. Una volta mi raccontò di aver trasportato un elefante del circo Togni su un camioncino, lungo una strada molto tortuosa, e mi disse che, durante la guida, l’elefante gli aveva leccato allegramente il collo con la proboscide. Un’altra volta, narrò a tutti i suoi amici che in casa non aveva più pace e che sua moglie non gli preparava mai pranzo e cena perché trascorreva tutta la giornata al telefono con la moglie di George Bush, allora Presidente degli Stati Uniti. 😮

Il poeta

back

Per  far  comprendere  la  storiella  che  intendo  raccontare, devo  fare  una  premessa. Al  liceo  la  mia  compagna  di  banco, una  certa  R., era  una  pettegola  incallita, una  che  sapeva  o  sosteneva  di  sapere  tutto  di  tutti. Per  reperire  informazioni  sulle  esistenze  altrui, aveva  una  strategia  le  cui  caratteristiche  non  ho  mai  voluto  approfondire  nel  dettaglio. Ricordo  che, durante  l’intervallo  delle  ore  dieci,  usciva  dalla  classe  e  se  ne  andava  in  giro  per  la  scuola; poi, terminata  la  pausa, tornava  e   mi  raccontava  qualcosa  su  personaggi  dei  quali  io  nemmeno  sospettavo  l’esistenza: il  Tizio  della  IIA, il  figlio  del  signor  Tal  dei  Tali  che  stava  in  IIIB, il  nipote  dell’avvocato  Caio  che  stava  in  IC  e  così  via. Io  l’ascoltavo, annuivo  e  poi  dimenticavo quasi  tutto. Eravamo  molto  diverse, io  e  R., opposte  come  il  giorno  e  la  notte, e  probabilmente  era  proprio  questa  marcata  differenza  a  tenerci  unite. L’unica  cosa  che  avevamo  in  comune  era  la  folta  capigliatura  bruna: eravamo  senza  dubbio  le  più  capellone  della  classe.

Un  giorno, durante  la  ricreazione, mentre  io  ero  felicissima  perché  stavo  mangiando  con  calma  un  croissant  e  nell’aula  non  c’era  confusione, R. piombò  su  di  me  con  energia  inaudita  e  farfugliò  in  fretta  qualcosa  a  proposito  di  un  ragazzo  di  un’altra  sezione. Non  compresi  nulla, in  quanto  distratta  dal  croissant,  e  le  feci  ripetere  il  discorso: mi  disse, tutta  ansiosa, che  nella  IIB  c’era  un  ragazzo  che  aveva  l’abitudine  di  scrivere  poesie. Io  la  guardai  con  stupore  domandando  il  motivo  di  questa  esternazione. Dato  che  non  sapevo  chi  fosse  costui, cosa  poteva  importarmi  se  scriveva  poesie? Ma  no – mi  disse  R.  con  una  punta  di  stizza – è  che  a  G. piace  tanto!“.

Chi  era  G. ? Era  l’altra  nostra  compagna  di  banco, una  biondina  con  gli  occhioni  enormi, una  che  aveva  l’abitudine, quando  capitava  qualcosa  di  anomalo, di  guardarci  in  faccia  a lungo  e  dire  con  preoccupazione: “O  Dio  mio!“. Ad  esempio, se  un  compito  in  classe  di  greco  l’aveva  turbata, mi  guardava  negli  occhi  profondamente, quasi  a  volermi  entrare  nell’anima, e  mi  diceva: “O  Dio  mio!“. Oppure, se  un  professore  affermava  qualche  sciocchezza (e  non  era  cosa  infrequente)  mi  ricacciava  gli  occhi  addosso, intensamente, e  mi  diceva: “O  Dio  mio!“.

Dopo  l’importante  rivelazione  di   R.  a  proposito  del  poeta  di  IIB, arrivò  in  classe  la  nostra  amica  bionda (lupus  in  fabula!), camminando  svelta  svelta  com’era  solita  fare, scuotendo  i  capelli  e  dicendo: “O  Dio  mio!“.  Appena  sentii  il  Dio  mio  mollai  in  un  angolo  il  croissant  e  le  chiesi: “Cosa  ti  è  successo?“. Lei  mi  fissò  con  ardore  e  disse: “Mi  piace  tanto  un  ragazzo  che  sta  in  IIB  e   scrive  poesie“. E  continuò  a  fissarmi  con  gli  occhi  spalancati. Io  non  le  dissi  che  la  cara  R., come  al  solito, mi aveva  anticipato  la  notizia e, mentre  stavo  cercando  il  commento  più  adatto  alla  circostanza, G.   ci  pregò  di  non  parlare  a  nessuno  di  questa  sua  infatuazione.

Ora, come  tutte  le  persone  adulte  e  vaccinate  sanno,  il  miglior  modo  per  far  conoscere  un  segreto  consiste  nel  pregare  altri  di  non  rivelarlo. Io  sono  sempre  stata  molto  discreta: se  mi  si  chiedeva  di  tacere  su  qualcosa, stavo  zitta  senza  difficoltà. Ma  R. non  era  così, tutt’altro. Lei  ci  sguazzava  in  queste  cose  e  io, fin  da  subito, compresi  che  il  ragazzo  della  IIB, di  lì  a  non  molto, avrebbe  saputo  tutto.

Per  qualche  giorno,  il  copione  delle  nostre  mattinate  scolastiche  si  ripeté  identico: durante  la  ricreazione  G. usciva  in  fretta  dalla  classe  per  sbirciare  con  ansia, nel  corridoio, il  poeta  di  IIB; R., invece, filava  via  dall’aula  senza  aprire  bocca  e  non  si  sa  dove  andasse. Dopo  meno  di  una  settimana, sempre  durante  l’intervallo, R. entrò  in  classe  tutta  spumeggiante, si  diresse  verso  di  me  e   mi  disse: “Oh! Pensa  che  il  ragazzo  della  IIB  è  venuto  a  sapere  che  G. ha  una  cotta  per  lui!“. Be’, guarda, avevo  sospettato   dall’inizio  che  tu  avresti  fatto  in  modo  di  farglielo  sapere.  Queste  furono  le  parole  che  pensai  ma  evitai  di  dirgliele. R. gongolava  e  strepitava, curiosa  di  vedere  cosa  sarebbe  accaduto. Io, invece  di  gongolare, con  sano  realismo  mi  chiesi  come  avrebbe  reagito  questo  soggetto  che  non  conoscevo.

Ebbene, alcuni  giorni  dopo  R.  chiamò  la  biondina  e  le  disse  di  andare  in  corridoio, durante  l’intervallo, perché  il  ragazzo  della  IIB  aveva  scritto  una  poesia  per  lei  e  voleva  leggergliela. A  quel  punto  persino  io, sempre  così  discreta, fui  colpita  dal  gesto  di  costui  e  m’incuriosii  parecchio; così, nel  momento  fatidico, acconsentii  a  farmi  trascinare  in  corridoio  da  R.  per  assistere  al  lieto  evento. Finalmente  vidi  il  poeta  intento  a  leggere  il  suo  componimento  alla  nostra  amica: era  un  gran  bel  ragazzo  moro,  alto  e  atletico, e, cosa  fondamentale – direi  anzi  di  primaria  importanza – aveva  addirittura  lo  sguardo  da  persona  intelligente. Ma  ciò  che  non  dimenticherò  mai  fu  il  volto  di  G.  che, intimidita  ed  estasiata  nello  stesso  tempo,  lo  ascoltava  con  gli  occhioni  enormi  ancora  più  spalancati  del  solito.

Dopo  il  fatto,  G. trascorse  la  restante  parte  della  mattinata  nel  mondo  dei  sogni  e  non  ci  fu  verso  di  farla  applicare  al  latino  e  alla  matematica. En  passant, aggiungo  che  fra  i  due  non  nacque  nulla, la  qual  cosa  un  pochino  mi  stupì. Tuttavia, G. si  rassegnò  abbastanza  in  fretta  perché  si  fidanzò  dopo  un  po’  di  tempo  con  un  individuo  del  suo  paese.

Un umarell pieno di fantasia


Non era un umarell classico, puro, doc. Era un umarell sui generis: inventava storie inesistenti, attribuiva a se stesso gesta mai compiute e raccontava bugie con estrema disinvoltura. Sono talmente tante le fantasie nelle quali si sbizzarrì che mi è impossibile ricordarle tutte.

Aveva sempre lavorato come artigiano fino alla pensione, ma sosteneva:
1) di aver fatto l’equilibrista e il domatore di leoni e di tigri al circo Orfei
2) di aver costruito centinaia di aerei
3) di aver visto Hitler in persona nel bel mezzo della Foresta Nera
4) di aver lavorato alla Nasa
5) di aver dipinto una riga su una bicicletta utilizzando la coda di un topo per farla dritta
6) di aver seguito ben tre corsi all’Accademia Militare di Modena
7) di essere nato sotto l’ala di un aereo
8) di aver avuto una nonna discendente da Toro Seduto.

Ma questo è niente. Per narrare le sue gesta immaginarie occorrerebbe scrivere un romanzo.

Due sono gli episodi che non dimenticherò mai. Una volta mi raccontò di aver trasportato un elefante del circo Togni su un camioncino, lungo una strada molto tortuosa, e mi disse che, durante la guida, l’elefante gli aveva leccato allegramente il collo con la proboscide. 😮
Un’altra volta, narrò a tutti i suoi amici che in casa non aveva più pace e che sua moglie non gli preparava mai pranzo e cena perché trascorreva tutta la giornata al telefono con la moglie di George Bush, allora Presidente degli Stati Uniti. 😐

Un vecchio filobus

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Anni fa, durante la mia infanzia, abitavo nel quartiere Buon Pastore. Per venire qui in centro storico, dove ora risiedo, c’era un mitico filobus: il sei barrato. La sua caratteristica principale era la terrificante lentezza in perfetto stile lumaca.

Il sei barrato percorreva viale Buon Pastore quasi autocompiacendosi della sua scarsissima velocità. Era sempre traboccante di umarells e rezdore prepotenti – erano terribili a quei tempi – che lo consideravano una proprietà e lo utilizzavano come salotto per conversare in dialetto ad alta voce, con una disinvoltura e una mancanza di discrezione stupefacenti.
Il sei barrato era deprimente: adatto sì ai ritmi degli anziani e della città, ma angosciante per chi aveva tutta la sana e irrefrenabile vitalità dell’estrema giovinezza.

Adesso molte cose sono cambiate, in fretta e in maniera drastica. Tempo fa mi trovavo a una fermata di viale Veneto per prendere il cinque, dovendo andare al centro commerciale Leclerc. Quando finalmente il cinque è arrivato, non si è fermato ma ha proseguito la sua corsa indifferente a noi poveri cittadini in attesa, fermi con la faccia stravolta, umiliati e ammutoliti di fronte all’autobus che correva via ignorandoci con disprezzo.
All’inizio ho pensato che l’autista fosse un pazzo o avesse fumato sostanze innominabili, ma poi, alcuni giorni dopo, qualcuno mi ha informato a proposito della cruda realtà: ormai gli autobus si fermano soltanto se i passeggeri immobili in attesa, quando lo vedono, gli fanno un apposito cenno con la manina.

Dopo aver saputo questo, ho ripensato con nostalgia al caro, vecchio e ingiustamente bistrattato sei barrato: sì, era noioso, un po’ ridicolo e quasi muffito, però aveva una sua umanità. Gli autisti erano persino soliti aspettare con pazienza i ritardatari quando li vedevano correre da lontano e sbracciarsi senza ritegno.
Quante cose sono cambiate in breve tempo!

El Puma

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Si sa che in Italia abbiamo tante disgrazie e una di queste è senz’altro il Festival di Sanremo, che nel corso del tempo ci ha fracassato i timpani con il livello medio delle sue canzoni, e ci ha devastato emotivamente proponendo talvolta personaggi ai confini della realtà. Ebbene, nel 1984 l’inossidabile Pippo Baudo presentò come ospite della kermesse José Luis Rodríguez González, universalmente noto come El Puma.

Sguardo molto tenebroso, a metà fra quello di un guappo ribelle e di un seduttore di periferia, animo caliente, sopracciglia spesse e chioma fluente nonché setosa, il venezuelano El Puma era all’epoca molto conosciuto in America Latina perché attore di telenovelas: il soprannome El Puma, infatti, gli fu incautamente affibbiato perché in una telenovela ebbe la discutibile ventura d’interpretare un personaggio così chiamato, il classico duro dal cuore tenero che tanto piace alle donne. 😕 Dopo il fausto esordio come attore, El Puma si cimentò col canto e anche in questo caso ebbe un notevole successo. Non essendo però noto in Europa, qualcuno pensò bene di mandarlo in Italia.

Siccome Sanremo è Sanremo, e con ciò ho detto tutto, El Puma si esibì con una canzone sentimental-diabetico-dolciastra che, sia per testo sia per musica, sembrava concepita quarant’anni prima: Due come noi.
Ma non finisce qui. Il fatto sconcertante è l’esistenza di un video della canzone in cui El Puma sfodera una sensualità ruspante e pittoresca di cui forse non sentivamo l’esigenza: per chi ha il cuore forte, nel video è possibile ammirare il Nostro senza camicia mentre fa a “cuscinate” con una ragazza in una camera da letto.
Per carità, nulla di cui preoccuparsi, non sono certo io il tipo di persona che vi conduce lungo la via della perdizione: il video, infatti, potrebbe essere guardato anche dalle suore orsoline, visto il contenuto soporifero.

Tornato finalmente in patria, El Puma continuò con impegno indefesso a lavorare come cantante e attore, mietendo altri successi. Nel 2006 creò poi una fragranza da uomo chiamata, con insperata originalità, El Puma parfume.

Tutti noi abbiamo compiuto azioni di cui vergognarci, nessuno escluso: chi non ha qualche scheletro nell’armadio? Ora confesso il mio: ho speso alcuni minuti per fare una ricerca un po’ approfondita su questo mito venezuelano. Così, oltre al resto, ho saputo una cosa che neppure la mia fervida immaginazione avrebbe mai concepito: El Puma ha un figlio, a sua volta cantante, che si fa chiamare El Super Puma. Detto questo, non è più il caso di continuare.
Qui sotto, un’immagine del Puma ormai anziano.
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Eccolo: è Dio

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Ebbene sì: finalmente nessuno potrà mai più avere dubbi. Mai più tormenti interiori, mai più scetticismi, mai più sofferenze dell’anima! Adesso abbiamo una certezza, qualcosa di tangibile e di concreto, qualcosa della cui esistenza non potremo più dubitare.
Il Divino Otelma, infatti, noto mago dotato di poteri miracolosi e mistico fondatore dell’Ordine Teurgico di Elios e della Chiesa dei Viventi, ha stabilito un dogma di cui molti – per fortuna – non sono ancora a conoscenza: si è autoproclamato Dio, un Dio più volte reincarnato sulla Terra anche come sacerdote romano custode dei Libri sibillini, sacerdote in Atlantide, faraone-donna in Egitto. Ora ci ha fatto l’inaspettata grazia di giungere tra noi, che l’attendevamo con ansia, per assicurarci la felicità nella vita presente e nelle prossime reincarnazioni.
Un solo cruccio divora l’anima di Dio-Otelma: il Papa. Eh sì, perché il Papa ha il vezzo di dichiararsi vicario di Dio in Terra, ma Otelma ha pubblicamente affermato che, se il Papa fosse davvero ciò che sostiene di essere, lui, in quanto Dio, lo saprebbe. E invece non lo sa.

A parte ciò, siamo contenti perché abbiamo finalmente visto Dio in carne ed ossa, e l’abbiamo ammirato addirittura in televisione ospitato da uomini di autentica fede come Maurizio Costanzo e Bruno Vespa. Chissà perché sorge in noi il pensiero, forse vagamente malizioso, che, dopo aver visto questo Dio, tutti diventeranno atei.