Autunno, fango e passeggiate

Ore 17:15. Il buio è già arrivato e il freddo è quello pungente, tipicamente invernale nonostante sia novembre. Non amo troppo la domenica, perché m’infonde sempre un persistente senso di malinconia; però preferisco le domeniche autunnali e invernali a quelle delle belle stagioni, perché, nei periodi freddi, si può gioire dell’intimità domestica: avere tempo per stare in casa e dedicarsi ai propri hobby, mentre fuori è freddo e l’oscurità avanza in fretta, è impagabile.

Del week-end amo il sabato perché, con i negozi tutti aperti e la necessità di svolgere varie commissioni, conserva la vivacità degli altri giorni della settimana, ma, a differenza di essi, offre l’occasione per fare cose nuove o diverse dal solito. Ieri mattina ho visitato, in centro storico, la piccola mostra dedicata ad alberi e oggetti di Natale. Nel primo pomeriggio, invece, ho fatto una lunga passeggiata nel quartiere in cui risiedo: l’atmosfera era troppo novembrina per lasciarsela scappare, e così ho zampettato allegramente lungo il viale, per poi tornare a casa attraverso una specie di sentiero-parchetto che unisce l’orrido Viale Don Minzoni a Via Riva del Garda. Tale sentiero-parchetto è per me una novità: durante la mia infanzia, infatti, non esisteva, perché in quella zona c’era un vivaio e altre cose sulle quali non ho mai voluto indagare. Poi sono stata assente da questo quartiere per moltissimi anni, tanto da averlo quasi cancellato dai miei ricordi; ma, dopo essere tornata qui inaspettatamente, ho scoperto che è stato fatto questo parchetto strano, e così ne approfitto quando voglio camminare e starmene da sola.

In definitiva, faccio il giro dell’oca: percorro Viale Buon Pastore fino all’incrocio con il detestabile Viale Don Minzoni; qui svolto a sinistra e, dopo pochi metri, giro ancora a sinistra lungo una stradina che porta al sentiero. Dapprima c’è un piccolo largo con due altalene e qualche panchina; poi il sentiero si restringe e prosegue in mezzo a una fila di case e casette ristrutturate. Il bello della faccenda è che sembra di trovarsi in campagna, e questa sensazione è accentuata durante l’autunno, quando il terreno è fangoso e le foglie cadono a sazietà. I passanti sono rari, soprattutto in questa stagione, e questo suscita l’impressione di trovarsi in un altro mondo. Quando il sentiero sbuca in Via Riva del Garda, è ormai chiaro che non sono in un altro mondo, ma in questo. E allora svolto ancora a sinistra, percorro la strada e poi giro a destra entrando in Via Savani, dove inevitabilmente mi assalgono parecchi ricordi legati all’infanzia e alla prima adolescenza. Da lì prosegue il solito tour: Via Pagliani, il parco, Via Peretti e Via Matilde di Canossa. Si torna a casa, invariabilmente.

Ieri ho fatto questo giro dell’oca per poi rientrare alle 16:30. Due ore dopo mi sono accorta che non avevo comprato una cosa importante per il pranzo della domenica. Così, nonostante la pioggia a dirotto, il buio e il gelo, sono uscita in fretta e sono tornata in  centro storico al mercato di Via Albinelli. In soli 35 minuti ho fatto tutto: andata e ritorno a piedi sotto la pioggia battente. E devo ringraziare l’autunno per l’energia che m’infonde. D’estate, col sole a picco sulla zucca e l’afa che non consente di respirare, non riuscirei a fare tanto.

D’altra parte sono un’ottima camminatrice, e neppure il maltempo riesce a fermarmi. E a voi piace camminare? Vi piace fare giri particolari, soltanto “vostri”?

Novembre

La pioviggine è talmente sottile da sembrare inconsistente, quasi fosse una percezione errata o un sogno o persino un fantasma; ed è l’essenza stessa di novembre, la sua meraviglia. E poi i colori: il giallo-ocra che sfuma nel nocciola intenso, la tenace persistenza del verde, il borgogna declinato in tutte le sue sfumature – rosso rosa pallido vivace stanco. Il fango marrone e grigio, i rari passanti in bicicletta, lo sfacelo delle foglie morte sui marciapiedi, le villette immerse nel silenzio, anni e anni di cancelli, di recinti, di strade sconnesse, di assenze.

Novembre è la sintesi, ieri e oggi in un abbraccio eterno, ciò che è stato e che continua a essere – e quelle curve, quelle svolte improvvise, quel restare appesi al niente.

Automobili e cattive abitudini

Un aspetto positivo del mese di luglio consiste nella drastica diminuzione di automobili in città: il fatto che molti siano in vacanza, rende la dimensione urbana più vivibile e serena.

Non si creda che in una città di provincia regnino calma e pace tutto l’anno. Sarebbe molto ingenuo pensarlo. Al contrario, anche qui il traffico è notevolmente aumentato nel corso del tempo, e si comincia ad assistere a scenette sconosciute fino a qualche decennio fa, come insulti fra automobilisti e clacson in funzione se un poveraccio, davanti a un semaforo verde, non si sbriga a partire in meno di un secondo. Ripeto: in meno di un secondo.

Quando io ero ragazzina, raramente si possedevano tre macchine per famiglia. Questo era un fatto molto positivo. Ma so di essere impopolare perché faccio parte di una minoranza, quella che ritiene l’automobile soltanto un mezzo e non un fine, un bellissimo mezzo di trasporto da usare con intelligenza, cioè quando è davvero necessario. Ad esempio, non c’è bisogno di montare sull’auto per andare a comprare il pane a 100 metri da casa o per infilarci il cane e portarlo a passeggio – povero animale;  e non ci sarebbe neppure bisogno di scorrazzare senza meta lungo le vie cittadine su giganteschi e orribili Suv – ma qui il discorso diventerebbe lungo e adesso evito di farlo.

Però svelo un piccolo segreto: camminare con le proprie gambe, ogni tanto, fa bene alla salute.

Oggi

Nel tardo pomeriggio, sono uscita sul balcone a guardare la pioggia scendere – e tanti alberi mossi dal vento e il cielo né grigio né azzurro. Era tutto davanti a me: pioggia, alberi, asfalto lucido, alcuni passanti sotto l’ombrello e il cielo che sembrava precipitarmi addosso per poi fuggire lontano, per ritrarsi verso l’immenso. Ma non ho provato nulla, se non un senso di vuoto e l’idea che il mio essere qui, proprio ora, sia un’assurdità, un’insensatezza, uno scherzo del destino.

In centro storico, fra quelle strade vecchie e strette, una vista simile è impossibile. Però le preferisco, quelle vecchie strade strette, le preferisco nonostante d’estate assomiglino, talvolta, a una prigione. Le preferisco perché ormai sono diventate parte di me e perché sono più vive – come se non dormissero mai, neppure di notte.

L’inverno e la pioggia

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D’inverno, la  pioggia  può  rivelarsi  molto  sgradevole, un’ulteriore  oppressione  che  si  aggiunge  al  buio  di  giorni  spesso  cupi. In  questi  mesi  così  gelidi  e  privi  di  sfumature, manca  la  quieta, arcana, delicata  poesia  autunnale. Durante  l’autunno, la  pioggia  assume  volti  diversi  a  seconda  dei  momenti: a  volte  è  leggera  e  silenziosa – timida  presenza  che  non  vuole  disturbare -, a  volte  è  intensa  ma  fortemente  evocativa  grazie  allo  sfacelo  delle  foglie  colorate  sui  marciapiedi, lungo  le  strade, nelle  aiuole  più  insignificanti, negli  angoli  meno  accessibili, nei  vicoli  dimenticati  e  stanchi. Così, la  pioggia  autunnale  diventa  un  canto, un’emozione  indefinita, un  sussulto  nell’anima, persino  una  speranza. Ma  non  potrebbe  essere  altrimenti, perché  l’autunno  è  un  compagno  fedele  e  rispettoso, che  sa  amare  e  perciò  non  è  mai  arrogante.

D’inverno, invece, la  pioggia  è  un’assenza: assenza  di  compassione, assenza  di  delicatezza, assenza  di  sensibilità. E  allora  non  resta  altro  che  chiudersi  in  casa  e  attendere  che  finisca. Non  ci  sono  sfumature  di  colori  da  osservare, strane  connessioni  da  comprendere, segreti  da  infrangere. D’inverno  è  tutto  molto  più  semplice: bisogna  difendersi, bisogna  proteggersi, bisogna  ripararsi. Aspettando  che  il  groviglio  di  pioggia  e  di  gelo  e  di  oscurità  svanisca.

 

Canto di ottobre

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È  arrivato  ottobre, enigmatico, sensibile  e  profondo. La  sua  delicata  complessità  sfugge  anche  allo  sguardo  più  attento: davanti  ai  nostri  occhi, ottobre  dispiega  gioia  e  malinconia, lacrime  e  sorrisi, estatiche  lentezze  e  improvvise  accelerazioni.

Il  primo  freddo  pungente  al  mattino, l’indecisione  del  cielo  fra  il  sole  e  l’oscurità, le  ombre  che  si  allungano  durante  il  pomeriggio, l’atmosfera  rarefatta. E  poi  la  nebbia, timida  e  incerta, ad  accarezzare  dolcemente  pensieri,  sentimenti  e  segreti; e  i  viali  calmi, muti  spettatori  della  vita  che  passa  e  scompare  in  fretta. Comincia  lo  spettacolo  delle  foglie  morenti – e  comincia  adagio: foglie  rosse  nei  parchi, lungo  le  strade, nelle  aiuole  che  tutti  ignorano  e  che  invece  sono  lì, anno  dopo  anno, stagione  dopo  stagione.

Talvolta, si  vorrebbe  che  quelle  foglie  parlassero, che  ci  indicassero  la  via, che  ci  suggerissero  il  sentiero  da  percorrere. Tavolta  si  percepisce  invece  qualcosa  di  oscuro, un  presagio  o  forse  il  nulla – la  fantasia  malata  dei  giorni  più  tetri  e  spenti. Eppure, ottobre  racconta  sempre  qualcosa. Magari  inaspettatamente, quando  il  crepuscolo   diventa  un  canto  misterioso  e  lento.

Vacanza dello spirito

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Più  passa  il  tempo, più  amo  il  silenzio. Spesso  sento  un  profondo  fastidio  per  il  chiasso, il  rumore  delle  automobili  lungo  certe  strade, il  vociare  confuso  e  stridulo  di  certi  raduni. Poi  avverto  sempre  più  intensamente, in  maniera  a  volte  dolorosa,  l’inutilità  di  tutto  questo  correre  e  affannarsi, di  tutto  questo  agitarsi  senza  posa.

La  più  bella, autentica  vacanza  che  si  possa  trascorrere, almeno  per me, è  quella  in  cui  sia  possibile  liberare  completamente  i  pensieri  da  tutti  gli  impegni  della  quotidianità  e  dimenticare  l’orologio, dimenticarlo  del  tutto, per  vivere  in  pieno  lo  scorrere  del  presente. Abbandonarsi  interamente  al  fluire  del  presente, concedendosi  il  prezioso  lusso  di  assaporarlo  senza  avere  altro  cui  pensare: questo  è  davvero  un  privilegio, è  la  vacanza  dello  spirito  che  può  finalmente  abbandonare  le  tante  catene  che  lo  tengono  prigioniero. E,  a  volte,  sciogliere  queste  catene  è  salutare, è  la  condizione  indispensabile  per  proseguire.

Piove

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Piove. Piove  col  vento  di  marzo, furibondo  e  impietoso. Piove  sulle  strade  vuote  e  stupefatte, piove  sui  muri  stanchi  e  troppo  grigi, piove  negli  angoli  più  cupi  di  vie  sempre  uguali  a  se  stesse. Piove  nei  giardini  addormentati  di  ville  abbandonate  e  silenziose; piove  lungo  gli  argini  dei  fiumi  inquieti, sui  sentieri  di  montagna  troppo  scuri, sulle  colline  timide  e  assorte. Piove  sui  nostri  pensieri, piove  per  darci  il  tempo  di  riflettere, piove  senza  tregua. Piove  da  ore  e  ore, senza  interruzione.

Di luce obliqua e magica stagione

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Oggi  parlare  di  zucche  è  inevitabile. Sì, ne  parlo  tutti  gli  anni  alla  fine  di  ottobre  e  rischio  allora  di  essere  ripetitiva; però  l’eterno  ciclo  delle  stagioni  e  il  costante  ritorno  di  feste  e  ricorrenze  varie  sono  dati  di  fatto  ineludibili  e  dunque  la  ripetitività, in  qualche  modo, s’impone.

Le  zucche  mi  piacciono  a  causa  della  loro  forma: mi  ricordano  certe  illustrazioni  che  vedevo  da  bambina  mentre  leggevo  le favole. E  poi, così  tonde  e  ‘strane’, sembrano  quasi  provenire  da  un  altro  mondo. Nonostante  ciò, non  festeggio  Halloween  perché  è  una  ricorrenza  che  non  sento, non  è  mia, non  fa  parte  della  mia  cultura  latina  e  dunque  non  mi  sforzo  di  celebrarla. Per  me  oggi  è  semplicemente  una  bellissima  giornata  di  ottobre, col  sole  che  continua  a  mostrarsi  generosamente  a  dispetto  dell’aria  fredda  tipicamente  autunnale.

Mi  sembra  di  vivere  quasi  in  uno  stato  di  grazia. Guardo  fuori  dalle  finestre, osservo  la  luce  obliqua  e  spossata  di  questa  magica  stagione  e  m’invade  una  gioia  inspiegabile – come  un  regalo  dall’altrove.  Si  avverte  il  fruscio  delle  foglie  e    un  vento  sommesso  che  conduce  ricordi, per  scomparire  poi  nel  silenzio  di  strade  misteriose, in  apparenza  addormentate  e  vuote.  Avvertire  l’autunno, sentirlo  dentro, in  ogni  più  piccola  parte  di  sé, è  un  privilegio  raro: è  un  sentiero  attraversato  dall’infinito  e  un  velo  squarciato  sulla  profondità  dell’essere.

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(La  foto  delle  zucche  è  tratta  da: http://www.fattoriagaggio.it/il-6-ottobre-e-la-festa-dei-bambini/)

Racconti d’autunno

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Spenta, malinconica, immobile: è  stata  così  questa  giornata  d’ottobre, incolore  e  insoddisfatta, asfittica  e  lenta. Come  un  autunno  molto  incerto, di  umore  indecifrabile, vago  e  intermittente.  Ci  si  chiede  allora  quali  saranno  le  sue  sorprese, quali  i  suoi  racconti.

Di  sera, quando  si  tolgono  gli  abiti  di  scena, quando  le  porte  chiuse  consentono  di  spegnere  il  sorriso, quando  si  è  abbastanza  appartati  da  potersi  abbandonare  a  ogni  sorta  di  pensiero, soltanto  in  quel  momento   si  ascoltano  i  racconti  di  ottobre. Saggezza, consigli, parole, frammenti  di  memorie: ottobre  cerca  il  dialogo  sommessamente, tenta  di  spiegare, regala  suggestioni, ammorbidisce  i  toni. E  l’oscurità  della  notte, le  assenze, le  inevitabili  nostalgie  diventano  segni, parole  di  un  linguaggio  che  dà  forma  a  una  storia, che  narra, che  indica  nuovi  sentieri  e  addolcisce  l’esistenza.

I  racconti  di  ottobre  sono  racconti  d’autunno, sono   strade  colme  di  foglie  che  non  smettono  di  cadere, di  stupire, di  farsi  ammirare, di  chiedere  attenzione. C’è  un  mondo  intero, sotto  quelle  foglie, che  attende  di  essere  trovato.