Percorso d’inverno

Quest’immagine rimanda a un paesaggio diverso dalla realtà. Oggi, infatti, il cielo era azzurro e soleggiato nonostante il freddo, tanto da sembrare un bizzarro presagio di primavera. Ma gli alberi spogli, in fila lungo la strada e nel parco, parlano dell’inverno appena iniziato.

A volte, prima di cena, m’immergo nell’oscurità del parco. Basta poco: scendo, esco dal portone, svolto a destra ed è fatta. Lungo il sentiero, pochi lampioni accesi, rarissimi passanti, il tempo per pensare – e per dileguarmi nel buio.

Il parco è piccolo, pochissimi minuti e arrivo proprio là, dove voglio. Arrivo in quella strada che non so definire, che mi sembra quasi fuori dal mondo; quella strada cui non ho pensato per tanti lunghi anni, quella strada che credevo dissolta nella nebbia del tempo. Scomparsa per sempre, forse persino disprezzata.

Invece è lì, eternamente immobile, identica a se stessa nonostante le troppe stagioni trascorse una dopo l’altra. Quando l’ho rivista per la prima volta, lo scorso aprile, è stata una rivelazione: come tornare d’improvviso a un passato mai sepolto, come se tutti gli anni trascorsi fossero stati soltanto un estenuante preludio a questo ritorno. Come se quella strada mi aspettasse. Perché quella strada è un passaggio, un collegamento.

L’ho detto: è rimasta la stessa. Assomiglia a un borgo rurale, con le sue casette piccole e silenziose e quelle insolite curve, quelle strane svolte che sembrano entrarmi dentro. Le curve, la breve discesa, alcune villette; e poi la via in cui trascorsi la mia infanzia. Tutto come se non l’avessi mai lasciato.

E mentre cammino, mentre stupita affronto quelle curve e persino l’asfalto sembra volermi parlare, rivedo soltanto due stagioni: l’inverno e la primavera. Non ne esistono altre. Rivedo l’inverno e torna l’infanzia, rivedo la primavera a torna l’inizio dell’adolescenza. Bastano due curve, due brevi svolte per vedere. E per sapere.

Intanto, buon anno a tutti.

 

 

Freddo novembre

 

Sono giornate fredde, queste. Novembre è autunno profondo: la nebbia del mattino, l’umidità, gli alberi sempre più spogli, le delicatezze di ottobre quasi scomparse.

Talvolta, il desiderio improvviso di uscire e di perdersi nel parco diventa un richiamo cui sembra impossibile resistere. Ed è un’immersione nell’enigma insolubile dell’autunno, il faticoso tentativo di carpirne tutti i segreti e trovare allusioni, simboli, significati – quel poco che resta per orientarsi, per non smarrire la strada.

Forse novembre, attento e silenzioso – novembre che conosce la fredda realtà del mattino – è il solo ad ascoltare.

Libere uscite

Durante  l’infanzia, uscivo  molto  spesso  da  sola: passeggiavo, andavo  a  fare  la  spesa  in  alcuni  negozi  del  mio  quartiere, mi  muovevo  senza  paura  e  con  sicurezza. Ricordo  che  cominciai  a  fare  tutto  ciò  già  all’età  di  otto  o  nove  anni. Per  la  mia  generazione – e  non  parlo  certo  di  chissà  quanto  tempo  fa – era  un’abitudine  abbastanza  generalizzata: i  genitori  ci  fornivano  alcune  raccomandazioni  di  base, tipo  non  parlare  con  gli  sconosciuti, non  salire  in  macchina  con  nessuno, non  accettare  caramelle  o  altro  da  nessuno  e  avvertimenti  simili. Io, che  ero  sveglia  e  avevo  un  caratterino  già  molto  forte,  ascoltavo  e  poi  uscivo  senza  farmi  problemi. Però  la  società  era  molto  diversa – Modena  stessa  era  molto  diversa.

Io  abitavo  al  quartiere  Buon  Pastore, un’area  residenziale  tranquilla, non  degradata  e  dalla  quale  si  poteva  raggiungere  il  centro  storico  in  un   quarto  d’ora  di  cammino. Quando  io  e  una  mia  amica, ancora  bambine, uscivamo  da  sole, in  realtà  eravamo  comunque  in  compagnia, perché  le  persone  anziane  che  abitavano  nella  nostra  stessa  zona  costituivano  un  involontario  gruppo  di  controllo. Ad  esempio, dopo  aver  fatto  cento  metri  scarsi  di  strada, incontravamo  la  rezdora  che  viveva  in  un  condominio  poco  distante  dal  nostro  e  si  informava  su  cosa  stessimo  facendo  e  dove  stessimo  andando; poi, dopo  altri  cinquanta  metri,  magari  trovavamo  un  umarell  che  ci  fermava  per  scambiare  due  battute; per  non  parlare  poi  degli  anziani  che  stavano  nei  cortili  a  chiacchierare, non  perdevano  di  vista  la  strada  e  i  bambini  che  passavano,  e  non  erano  mai  avari  di  parole  nei  nostri  riguardi. Insomma, erano  persone  che  avevano  un  senso  della  comunità  ormai  inevitabilmente  scomparso, visto  che, nell’arco  di  due  decenni  scarsi, stili  di  vita, valori  e  mentalità  si  sono  profondamente  modificati. Non  m’interessa  farne  un  discorso  del  tipo  allora  si  stava  meglio; non  m’interessa  perché  so  bene  che, in  realtà, per  alcuni  versi  i  bambini  possono  stare  meglio  ora. Penso  però  che,  forse,  quella  libertà  di  uscire  e  di  muoversi  senza  preoccupazioni  in  una  città  tranquilla,  sia  stata  un  piccolo  privilegio.

Poi  mi  viene  da  sorridere  quando  penso  ai  tanti  divieti  cui  sono  stata  sottoposta, divieti  spesso  privi  di  senso  e  che  a  volte  mi  hanno  anche  penalizzata, come, ad  esempio, il  non  poter  uscire  di  sera  durante  l’adolescenza  e  anche  oltre. Insomma, tanti  divieti  durante  l’adolescenza  ma  piena  libertà  di  andare  a  spasso  per  la  città  quando  ero  molto  piccola. Ognuno  interpreti  come  vuole  questo  tipo  di  educazione. Io  la  considero  un  po’   incoerente, ma  tant’è: questa  è  stata  e  non  posso  modificarla. Qui  sotto, un’immagine  di  Viale  Buon  Pastore:

buon  pastore

(La  foto  è  di  Alessandro  Po  e  proviene  da: http://members.shaw.ca/raising/Modena.photos.htm)

Come d’autunno a primavera

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C’è  un  po’  di  ottobre  in  questa  giornata  senza  colore  che  segna  il  termine  di  aprile. C’è  un  po’  del  suo  languore, della  sua  dolce  malinconia  che  non  si  dissolve  in  cupa  tristezza  ma  resta  sempre  pacata  e  forse  anche  pigra. La  pioggia  che  arriva  e  se  ne  va  per  poi  tornare  timida  e  silenziosa, la  strada  grigia  eppure  chiara, le  voci  che  si  smorzano –  tutto  come  capita  all’inizio  dell’autunno, quando  il  tempo  sembra  sospeso  in  attesa  dell’ignoto.

Tornano  anche  i  ricordi, tornano  come  d’autunno, tornano  persino  se  li  si  vuole  respingere: vogliono  farsi  ascoltare, vogliono  narrare  trame  rimaste  oscure – e  poi  indicare  orizzonti, dissolvere  illusioni, regalare  consapevolezze, infondere  speranze. Ma  tutto  con  grazia, con  sguardo  sereno  nonostante  un  lieve  affanno.

C’è  un  po’  di  ottobre  in  questa  giornata  spenta  che  chiude  il  percorso  d’aprile. C’è  un  po’  di  passato  e  di  presente, uno  strano  intreccio  di  sensazioni, emozioni, ricordi  che  ci   chiamano  –  sfumati  fantasmi  che  chiedono  udienza  prima  di  dissolversi  nel  caldo  sole  di  maggio.

 

Incantesimi di pensieri

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La  nebbia  fitta –  silenziosa  amica – il  desiderio  di  starsene  in  casa, il  desiderio  di  scomparire, il  desiderio  di  tornare. L’oscurità, l’incomprensione, la  solitudine  voluta, la  solitudine  cercata – e  trafitture  gelide  di  freddo  feroce, e  incantesimi  di  pensieri  sussurrati  al  niente  della  strada  vuota. Il  mondo  termina  qui, su  un  sentiero  cupo, dopo  una  notte  d’inchiostro  e  senza  luna.

Contrasti a novembre

È  una  sera  di  novembre  molto  umida  e  fredda. Una  di  quelle  sere  in  cui, aprendo  la  finestra  di  una  stanza  per  chiudere  le  persiane, si  resta  quasi  stupiti  nel  vedere  la  strada  completamente  vuota; a  farle  compagnia  e  a  illuminarla, soltanto   i  lampioni   immobili.

In  Via  Farini  sono  comparsi  tre  alberi  di  Natale. Ricordo  che, non  molti  anni  fa, nessuno  si  sarebbe  sognato  di  addobbare  le  strade  della  città  prima  della  fine  di  novembre  o  dell’inizio  di  dicembre. Da  qualche  tempo  a  questa  parte, invece, in  qualche  negozio  già  a  ottobre   vengono  esposti  i  presepi.  I  tempi  cambiano, non  c’è  che  dire.

Novembre. Questo  è  un  mese  particolare, che  può  evocare  grande  poesia  e  immenso  squallore. A  pensarci  bene, però, non  c’è   un  vero  contrasto:  a  volte  si  può  trovare  infinita  poesia  anche  nello  squallore, così  come  si  può  provare  gioia  persino  del  dolore.

Le foglie mute


Sono giornate molto fredde. Quest’anno l’autunno, bizzarro e indisciplinato, ci ha trascinati dal caldo quasi estivo di ottobre al gelo invernale di un novembre splendido e assorto. Ma i colori sono quelli della stagione di mezzo, e forse potremo apprezzarli ancora se l’autunno non sarà egoista.

Domenica di sole, che avvolge la strada silenziosa e accompagna il riposo pomeridiano sommessamente. Una domenica d’autunno da trascorrere con calma, fra una poltrona morbida e uno sguardo oltre la finestra nell’attesa della fine del giorno.

L’autunno se ne sta andando, ma le foglie restano mute nonostante il vento.

Scende la sera


Scende la sera lentamente, senza ostentazione. D’autunno i pomeriggi sono brevi, timide attese e intense poesie.
Scende la sera lentamente, ed è uno strano calore.

Scende la sera lentamente, la strada resta muta, l’autunno mormora al cuore: che sia l’inizio o la fine non importa. Resta la consapevolezza, gelida come l’inverno che dovrà arrivare.

Era d’estate


A una certa età si è dotati d’una vitalità straordinaria. Quando avevo nove o dieci anni, ad esempio, e trascorrevo buona parte della stagione estiva in montagna, non sapevo cosa significasse la parola “riposo”. Pur di stare tutto il giorno fuori casa, in giardino e non solo, pranzavo in fretta e furia, scalpitante e con gli occhi rivolti alla porta in attesa d’uscire quanto prima. Il caldo del primo pomeriggio non solo non mi spaventava, ma mi era addirittura gradito, era un amico al quale non avrei saputo rinunciare.

Verso i dodici anni, mi divertivano le piccole fughe organizzate con mia cugina mentre i nostri genitori dormivano oppure erano così impegnati a conversare fra loro da non fare caso alle nostre trame. Mia cugina, che aveva quattro anni più di me, aveva escogitato un piccolo sistema per allontanarci in vespa senza che nessuno se ne accorgesse: siccome per arrivare sulla strada dovevamo percorrere, da casa, una discesa, riuscivamo a farla in vespa silenziosamente, senza accendere il motore; poi, una volta giunte in strada, mia cugina metteva in moto. A quel punto qualche nostro parente, richiamato dal rumore, s’affacciava svelto a una finestra e ci vedeva correre via. Ma ormai era troppo tardi per tentare di fermarci.

Queste piccole fughe erano innocue, addirittura ingenue: o ci fermavamo al fiume, a pochissimi chilometri da casa, per parlare sedute sui sassi guardando scorrere l’acqua, oppure raggiungevamo qualche altro paese, tanto per regalarci l’illusione d’essere andate chissà dove. Era bello correre al vento, sentire il sole sopra le nostre teste e avvertire un’indescrivibile sensazione di libertà. Ma era soprattutto bello avvertire l’enigmatica lentezza del tempo: quei pomeriggi, infatti, sembravano interminabili, lunghissimi, quasi non dovessero finire mai.

C’è un’età in cui i pomeriggi d’estate sembrano dover durare all’infinito.