Una passeggiata a novembre

Passeggiare nel primo pomeriggio di una domenica nebbiosa significa incontrare la quiete assoluta. Ho approfittato di questa giornata di festa per abbracciare novembre in alcune delle strade più belle del quartiere Sant’Agnese vecchia. Ho già mostrato alcuni angoli di questo quartiere la scorsa estate, quando il sole brillava di entusiasmo; adesso, con i colori autunnali, l’atmosfera è cambiata, densa di malinconia, struggente e bellissima.

Finora non ho mai pubblicato le foto di viale Medaglie d’Oro, che è un punto di riferimento di primaria importanza per Sant’Agnese. Il viale collega piazza Manzoni, dove si trova la cosiddetta stazione piccola, e viale Muratori, a ridosso del centro storico. Viale Medaglie d’Oro nacque come strada signorile ed è rimasta tale, nonostante, a quanto sembra, qualche segnale di decadenza. Il suo grande difetto risiede nel traffico insostenibile, che rende molto difficile l’attraversamento dei pedoni; inoltre il viale è caratterizzato da un’alta densità abitativa:

Qui viale Medaglie d’Oro verso la già citata stazione piccola, dove passano i treni che collegano Modena a Sassuolo. La stazione è l’edificio in lontananza, offuscato dalla nebbia:

Qui, invece, il viale in direzione del centro storico:

Via Vedriani è splendida e silenziosa:

Via Bellinzona, che fotografo ora per la prima volta, è una delle strade più famose del quartiere Sant’Agnese, ma appare in affanno perché i segnali di decadenza sono evidenti: alcuni palazzi sono poco curati e la via non è pulitissima. Qui si trovano anche un discount e alcuni negozi cinesi:

Lasciando via Bellinzona e attraversando via Vignolese, si arriva in via Valdrighi, un concentrato di ville e di palazzi di pregio. A sinistra si apre piazzale Riccò, dove sorge la chiesa di Sant’Agnese:

Ed ecco villa Torti, all’angolo con viale Moreali, abbandonata, in disfacimento e a volte vittima di sciacallaggi. Ho pubblicato qualche foto anche lo scorso settembre, ma adesso, con l’atmosfera novembrina, la villa è bellissima nonostante il suo sfacelo senza speranza:

Viale Moreali è uno splendore di ville che si susseguono l’una dopo l’altra, ma lo riprendo solo nell’insieme:

Passo in via Malmusi, elegante e assorta nel grigio di novembre:

Via Malmusi ospitava il più bel cinema di Modena, l’Olympia, una sala davvero elegantissima. Purtroppo il cinema è chiuso da molti anni ed è in rovina:

Di fronte al cinema ho scoperto una villa abbandonata:

Via Malmusi sfocia in viale Trento e Trieste, a ridosso del centro storico:

Attraversato il viale, via Malmusi riprende vita e mostra qualche sua piccola miseria:

Volto le spalle alla spazzatura per immergermi nell’atmosfera della strada, qui ormai alla fine:

Via Malmusi s’incontra con via Andreoli, una delle più belle strade di Sant’Agnese vecchia, a due passi dal centro storico. C’è da dire che, nonostante la via sia tra le più nobili della città, la situazione accanto ai cassonetti non sembra un perfetto modello di decoro:

Proseguiamo lungo la via:

Via Andreoli si dissolve in via Contri:

Qui sorge una delle più belle ville del quartiere:

Il passaggio stretto

Stupore, gioia, entusiasmo. Questo è ciò che ho provato ieri, intorno alle 19, quando sono entrata in via Tiraboschi. Di ritorno da un breve giro di esplorazione nel quartiere Sant’Agnese vecchia, per rientrare a casa ho deciso di passare lungo viale Carlo Sigonio. Superata una bellissima villa liberty, ho visto d’improvviso questa strada, questa via Tiraboschi e, data la posizione, ho capito che in qualche modo mi avrebbe ricondotta a casa.

Non conoscevo via Tiraboschi, non l’avevo mai percorsa prima nonostante sia vicina a casa mia. Ma siccome in questi ultimi tempi mi sto dedicando a esplorare la città in lungo e in largo, non ci ho pensato due volte e ho svoltato a sinistra. La via appariva tranquilla e silenziosa, la classica strada residenziale tipica del mio quartiere; procedendo, mi sono però accorta che era senza uscita, perché vedevo tanto verde in fondo alla strada e una villa a fare da barriera. Tuttavia non mi sono scoraggiata, il mio istinto mi ha invitata a proseguire, a guardare meglio, ad andare avanti; e così ecco la sorpresa:

Eccolo qui il passaporto per la mia felicità: un bel cartello a segnalare una stradina per pedoni. La mia immaginazione si è subito accesa e mi sono tuffata dentro al percorso con un lieve batticuore. Tutto qui? Ti entusiasmi per roba simile? Conosco queste obiezioni e ammetto che sono ragionevoli, ma io appartengo una minoranza strana: trovare un passaggio stretto in città, a pochi metri da un viale costantemente trafficato, è per me un dono, una sorpresa, una piccola magia. E poi – che meraviglia! – ho scoperto che non è neppure brevissima, questa via striminzita e solitaria:

Come si vede nella foto sopra, qui il passaggio si allarga e via Tiraboschi torna alle sue normali proporzioni. Eccola tutt’intera:

Finita la stradella, finito l’incanto. Ma adesso questa via è entrata ufficialmente nel complicato gioco dei miei itinerari urbani.

Mi piace

Mi piace, durante l’inverno, alzarmi presto di mattina e trovare l’oscurità oltre la finestra, perché ciò mi consente di riprendere il contatto col mondo adagio, senza scosse; mi consente, cioè, di abituarmi alla nuova giornata, di accoglierla, di apprezzarla.

Le strade vuote, i lampioni ancora accesi, il silenzio profondo e quasi severo, gli scheletri degli alberi incuranti del freddo – e preparare il caffè guardando questo spettacolo, mentre il giorno a poco a poco appare con fatica, perché la nebbia ha deciso di arrivare e nulla può fermarla.

Adesso gli alberi lungo la strada, sotto casa mia, sono soltanto poveri tronchi scuri. Eppure non provo alcun dolore nel vederli ridotti in quel modo, così come non mi sconvolgono i pochi colori rimasti, quel grigio e quel marrone che dominano ogni cosa: mi piace passeggiare e avvertire l’inverno dentro di me, le sue qualità, la sua forza oscura e potente. E poi i ricordi, tanti, infiniti – io che camminavo lungo queste stesse strade molti anni fa.

Attesa ad aprile

Nel parco l’erba è alta – il sole sulle foglie, la quiete di queste ore stanche; c’è quel sorriso di primavera, e aprile che osa trionfi, aprile che sogna innocente – e noi che guardavamo oltre le finestre e i muri, oltre le pareti spesse, come a fuggire. E non averlo fatto.

Sono pochi a passeggiare sulla strada, a confondersi in lontananza. Ma che pace, e che attesa – come se dovessi tornare.

La spazzatura ai tempi del Coronavirus

Tolto il prezioso rito della spesa settimanale, l’unica occasione di uscita che mi resta è la cerimonia per l’eliminazione della spazzatura. Non posso, infatti, accumularne troppa nella mia magione, pena il levarsi di qualche spiacevole olezzo o l’improvviso arrivo di una schiera di gabbiani, per cui, ogni due giorni circa, mi accingo a condurla al suo posto naturale: i meravigliosi secchioni lungo la strada, tutti disposti in fila ad attendere carta, cartoni, plastiche, indifferenziata e affini.

Il momento è solenne, perché si tratta di circa tre-quattro minuti d’aria e di felice calpestio dell’asfalto zozzo. Ed è qui che subentra la gioia di vivere al quarto piano, perché ciò significa, per me, poter scendere le scale adagio, senza arrivare sulla strada troppo presto. In questo periodo, infatti, non prendo l’ascensore proprio per camminare un po’. Ecco che allora, prima di cena, agguanto le borse con la spazzatura, le dispongo dentro a un’ulteriore enorme borsa per rendere agile il trasporto del tutto, chiudo la porta di casa e scendo le scale con passo felpato, stile gatto errabondo in territorio ostile. Durante la discesa, ammiro i pianerottoli  sempre splendenti, oltre alla luce primaverile che filtra dalle finestre sulle scale. Poi arrivo nell’androne, esco e guardo con occhio languido gli alberi e i cespugli del giardino del palazzo. Ma è uno sguardo rapido perché non posso fermarmi, e devo subito aprire il cancello per materializzarmi sulla strada.

Alla mia destra c’è il negozio chiuso della parrucchiera, che mi auguro possa riaprire dopo questo periodo disgraziato; poi giungo al momento clou, il più desiderato: l’attraversamento della strada. Sì, perché attraversare la strada in questo periodo di quarantena è un brivido d’emozione e di piacere come pochi, un atto audace e forse spericolato. Mentre, tutta trionfante, getto via con calma la spazzatura, passa qualche automobile o giunge qualcuno con l’immancabile, innocentissimo cane, che trotterella contento ignorando di essere diventato l’animale più popolare e amato di questo periodo. Io, invece, che non sono canemunita, ho soltanto la magra consolazione della spazzatura.

Terminata la suddetta cerimonia, sono costretta a tornare in casa e così rifaccio il mio breve cammino. Ma un conto è scendere i gradini, un conto è salirli, per cui il mio tour sulle scale non è piacevolissimo. Ma io le salgo, quelle scale, e lo faccio con impegno, a muso duro, nonostante il fiatone e la tachicardia – e per fortuna nessuno mi vede in tale miserevole stato, ché questo è un palazzo silenzioso abitato da persone molto riservate.

Il momento in cui infilo la chiave nella porta per entrare a casa è il più malinconico. Ma mi consolo in fretta perché vado subito in cucina, e resto lì a pascolare qualche minuto guardando fuori dalla portafinestra per ammirare ancora una volta, con sincera nostalgia, i secchioni laggiù, sulla strada, autentici baluardi di libertà.

E volersi fermare

I rami scuri degli alberi si agitano al vento, sotto il cielo irrequieto e confuso, come se il giorno avesse smarrito la sua strada – e il non sapere dove andare, e cosa fare, e cosa pensare.

Capitano giornate così, ripiegate su se stesse, il mondo fuori vigliacco e ininfluente – e volersi fermare e scegliere il silenzio.

Dall’alto

Capita di guardare la strada dall’alto, da un balcone, da una terrazza; ed è sempre la stessa strada, quella che si percorre quasi ogni giorno, quella ormai scontata, immobile spettatrice di innumerevoli esistenze. Però, vista così, da una diversa prospettiva, assume contorni inaspettati e una vita propria.

È trovarsi in alto a fare la differenza, è quell’essere sospesi fra terra e cielo, fra spirito e materia – e poter osservare con distacco, forse con indifferenza, chi, su quella strada, continua ad affannarsi.

Magia d’inverno

Questa mattina, al risveglio, ho trovato il volto severo dell’inverno: il cielo sbiadito, quasi assente, e l’asfalto bagnato sulla strada quieta. Di sabato, quando la frenesia della settimana ormai finita cede il posto a un ritmo più tranquillo, questi toni cupi avvolgono ogni cosa come a proteggerla, cullarla, rasserenarla. E allora ci si sente qui e altrove nello stesso tempo, e forse non si desidera altro.

È la magia dell’inverno, la più sottile, quasi inafferrabile – un velo trasparente che conferisce senso a ogni cosa.

Solo chi ha compreso

Sono stata esaudita: l’inverno, oggi, sta facendo il suo dovere. Piove da un cielo incolore, e piove con calma. Dalla finestra della sala, vedo gli alberi in fila sulla strada, rigidi e scuri, mentre il sentiero del parco, proprio qui sotto, è già invaso dall’acqua. Ma non avverto alcun sentimento di tristezza. Mi sembra persino di averli visti in sogno, quegli alberi, tanto tempo fa, un sogno a occhi aperti: ho sempre desiderato tornare qui, un giorno, a trascorrere l’autunno e l’inverno, e così è successo.

Non provo alcuna tristezza perché c’è qualcosa di nobile e dignitoso nella strada silenziosa e grigia, negli alberi senza foglie, nella severa sobrietà dell’insieme. Ci si sente in pace, protetti, in armonia col mondo – come un morbido gatto che si rifugia dentro una scatola e l’invade col suo calore.

L’ho già scritto: l’inverno ci sfida a comprendere l’importanza dell’essenziale, delle poche cose che davvero contano lungo questo cammino. Perché prima o poi, che lo si voglia o no, le foglie cadono, il cielo si fa cupo, il gelo diventa pungente, le porte restano chiuse; e, a quel punto, soltanto chi ha compreso la bellezza degli alberi spogli, e la loro tenacia, riesce a proseguire.