Mattina d’ottobre


I rumori sono attutiti. Si cammina senza sapere dove si sta andando, come sospesi nella nebbia leggera. I passi sono svelti in questa fuga dal grigio dell’asfalto indifferente, mentre il pensiero corre là dove le foglie morte coprono i prati, per proteggerli e accarezzarli quando il freddo non prova alcuna pietà.
È una mattina di fango, di pensieri neri e marroni, di rovi e di spine. Ma le colline restano mute.

Fra rose e spine

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Troppo a lungo era rimasto nascosto, celato sotto la polvere del tempo che divora giorni e anni a un ritmo vertiginoso e amaro. Ricomparso d’improvviso, privo di timidezze ha mostrato il suo contenuto. L’ha fatto senza prepotenza ma con decisione, senza esultanza ma con passione.

Lentamente ho ammirato ciò che voleva mostrarmi: ho guardato un oggetto dopo l’altro, osservando pieghe, risvolti, colori, toni, sfumature, intersezioni. Ho accarezzato ogni cosa con devozione, con desiderio di comprendere, forse con sottomissione. Ho accettato tutto, lasciandomi ammaliare dall’incantevole bellezza dei boccioli di rosa e sopportando, nello stesso tempo, le dolorose ferite delle spine.

Troppo a lungo era rimasto nascosto, troppo a lungo era rimasto in silenzio. Ma quando, per uno strano caso, l’ho aperto, mi ha rivelato tutto. Nessuno scrigno fu mai, per me, tanto prezioso.