La spazzatura ai tempi del Coronavirus

Tolto il prezioso rito della spesa settimanale, l’unica occasione di uscita che mi resta è la cerimonia per l’eliminazione della spazzatura. Non posso, infatti, accumularne troppa nella mia magione, pena il levarsi di qualche spiacevole olezzo o l’improvviso arrivo di una schiera di gabbiani, per cui, ogni due giorni circa, mi accingo a condurla al suo posto naturale: i meravigliosi secchioni lungo la strada, tutti disposti in fila ad attendere carta, cartoni, plastiche, indifferenziata e affini.

Il momento è solenne, perché si tratta di circa tre-quattro minuti d’aria e di felice calpestio dell’asfalto zozzo. Ed è qui che subentra la gioia di vivere al quarto piano, perché ciò significa, per me, poter scendere le scale adagio, senza arrivare sulla strada troppo presto. In questo periodo, infatti, non prendo l’ascensore proprio per camminare un po’. Ecco che allora, prima di cena, agguanto le borse con la spazzatura, le dispongo dentro a un’ulteriore enorme borsa per rendere agile il trasporto del tutto, chiudo la porta di casa e scendo le scale con passo felpato, stile gatto errabondo in territorio ostile. Durante la discesa, ammiro i pianerottoli  sempre splendenti, oltre alla luce primaverile che filtra dalle finestre sulle scale. Poi arrivo nell’androne, esco e guardo con occhio languido gli alberi e i cespugli del giardino del palazzo. Ma è uno sguardo rapido perché non posso fermarmi, e devo subito aprire il cancello per materializzarmi sulla strada.

Alla mia destra c’è il negozio chiuso della parrucchiera, che mi auguro possa riaprire dopo questo periodo disgraziato; poi giungo al momento clou, il più desiderato: l’attraversamento della strada. Sì, perché attraversare la strada in questo periodo di quarantena è un brivido d’emozione e di piacere come pochi, un atto audace e forse spericolato. Mentre, tutta trionfante, getto via con calma la spazzatura, passa qualche automobile o giunge qualcuno con l’immancabile, innocentissimo cane, che trotterella contento ignorando di essere diventato l’animale più popolare e amato di questo periodo. Io, invece, che non sono canemunita, ho soltanto la magra consolazione della spazzatura.

Terminata la suddetta cerimonia, sono costretta a tornare in casa e così rifaccio il mio breve cammino. Ma un conto è scendere i gradini, un conto è salirli, per cui il mio tour sulle scale non è piacevolissimo. Ma io le salgo, quelle scale, e lo faccio con impegno, a muso duro, nonostante il fiatone e la tachicardia – e per fortuna nessuno mi vede in tale miserevole stato, ché questo è un palazzo silenzioso abitato da persone molto riservate.

Il momento in cui infilo la chiave nella porta per entrare a casa è il più malinconico. Ma mi consolo in fretta perché vado subito in cucina, e resto lì a pascolare qualche minuto guardando fuori dalla portafinestra per ammirare ancora una volta, con sincera nostalgia, i secchioni laggiù, sulla strada, autentici baluardi di libertà.

Ancora il trash del trash

paganini
Dopo avervi deliziati parlandovi di due film come Il bosco1 e Il lupo mannaro contro la camorra, non posso esimermi dal completare l’indecoroso quadro dei super-trash all’italiana con un’altra chicca: Paganini horror (1988). Insieme ai due capolavori sopra citati, infatti, questo abominio forma un’imperdibile trilogia per sadici e masochisti, a seconda delle inclinazioni.
Se, ad esempio, odiate qualcuno e desiderate vendicarvi di un torto che vi ha fatto, vi consiglio d’invitarlo a casa vostra, di legarlo a una poltrona costringendolo a tenere gli occhi aperti, pena violente randellate sulla zucca, e di obbligarlo a guardare in sequenza e senza interruzioni questa magnifica trilogia che tutto il mondo c’invidia. Potete stare sicuri che, dopo la celestiale visione, il poveretto vi chiederà perdono in ginocchio e diventerà più mite di un docile agnellino. 😀

Essendo Paganini horror una cosa senza senso, riassumerne la trama è, come nel caso degli altri due film, un’impresa impossibile. Mi limiterò a un abbozzo: una band di musiciste in crisi, ormai a corto d’idee esattamente come l’intero film, acquista uno spartito composto da Paganini, che a suo tempo aveva fatto un patto col Diavolo in cambio della fama eterna. La band si chiude poi in una villa, nella quale visse Paganini, per girare il videoclip della nuova canzone tratta dallo spartito. Nella villa, costoro moriranno sotto i colpi del fantasma di Paganini, che le uccide con un violino di plastica dotato di lama estraibile. 😕
A sua volta, il fantasma sarà distrutto da un raggio di luce, come se si trattasse di un vampiro.

Adesso proseguirò in ordine sparso, cercando di evidenziare alcuni fra i momenti più penosi della vergognosa pellicola. Come sempre mi scuso per la mancanza di organicità nella trattazione dell’augusto tema, ma dato il livello del film è impossibile scriverne con rigore logico.

All’inizio una bambina getta un asciugacapelli nella vasca da bagno in cui si trova la madre, che ovviamente, dopo il cortesissimo e affettuoso gesto, tira le cuoia. A questo punto si entra nel vivo del film, con la storia della band musicale in crisi d’ispirazione.
Una scena imperdibile a causa della sua involontaria comicità è quella in cui una certa Silvia, volendo scacciare il terribile fantasma di Paganini, partorisce l’idea geniale di urlare con ferocia: “SPIRITO DEL MALE, TI DETESTO!”. In effetti, immaginiamo che il fantasma di Paganini si sia molto spaventato sentendo gridare una frase di tale potenza espressiva.
Da notare che più volte l’audio della ciofeca è fuori sincrono, per cui si vede gente che spalanca la bocca per urlare ma la voce arriva con un quarto d’ora di ritardo. 😕

In uno sforzo intellettuale di cui avremmo fatto volentieri a meno, il regista ha poi inserito nella sua opera formule matematiche scritte sui muri e immagini del povero Einstein. Pure lui hanno disturbato! 😐
Siccome la pellicola è stata girata con mezzi finanziari degni di un precario che sgobba in un call-center con contratto part-time, il regista ha usato focali blu sugli obiettivi per simulare le scene notturne. Inoltre le esterne a Venezia sono state girate probabilmente all’alba, visto che la città appare sempre deserta. D’altra parte, occorre ammettere che forse questa decisione è stata saggia, altrimenti qualche veneziano avrebbe potuto compiere gesti inconsulti ai danni della sgangheratissima troupe. Non che ci sarebbe dispiaciuto troppo, intendiamoci; però comprendiamo che sarebbe inumano sparare sulla Croce Rossa.

Altra scena mitica è quella in cui la protagonista, incline a urlare sempre a causa di attacchi isterici che nemmeno Freud in persona avrebbe saputo curare, volendo sconfiggere il male prende il violino e decide di suonare la musica al contrario, da sempre ottimo rimedio contro gli spiriti maligni. Prima di distruggerci i timpani, però, costei ci delizia così: “Forze del male, ritornate da dove siete venute!”, e poi si dà il tempo: “E one two, one two three“. 😀
Mi raccomando: se per caso sospettate che in casa vostra abiti uno spirito cattivo, munitevi di un violino, suonate qualsiasi musica al contrario e soprattutto datevi il tempo contando in inglese, come se voleste introdurre un bel ritmo rock. Tutto ciò, si sa, spaventa i demoni maligni, e in più non dovrete neppure faticare a trovare un esorcista.

Che altro aggiungere? C’è qualcosa da aggiungere? Regia pietosa, plagi musicali, sceneggiatura assente, recitazione degli attori inferiore al livello di uno spettacolino da parrocchia. D’altra parte nel film ha operato anche un’artista del calibro di Luana Ravegnini, ex soubrettina Mediaset. Ci stupisce l’assenza di qualche suonatrice di nacchere, raccomandata per lavorare in questa gemma da cineteca e trasportata sul set da un aereo di Stato, ma eravamo ancora lontani dai meravigliosi e dignitosissimi fasti di Villa Certosa.

In quest’indecenza compare anche il povero Donald Pleasence, che, partecipando al film, si è prestato a svendere la sua dignità per motivi rimasti ignoti. In una scena, il poveretto inizia a gettare mucchi di banconote da una torre di Venezia, insozzando la città, senza che se ne comprenda il reale motivo. Bah!
Un’altra perla di quest’opera immortale è il momento in cui una delle donne viene trovata imputridita nel suo letto a causa di un fungo tipico del legno del ‘700. 😮

Pare che il regista, Luigi Cozzi, abbia ammesso di aver girato un film orribile. Siamo contenti di tanta consapevolezza, che denota una certa onestà intellettuale; tuttavia, considerando anche il generale livello di degradazione morale e culturale in cui l’Italia è precipitata e da cui minaccia di non sollevarsi mai più, non abbiamo il coraggio di assolverlo.