La misericordia del sonno

Se si credesse negli angeli verrebbe da pensare che ci amino di più quando dormiamo, impossibilitati a danneggiarci l’un l’altro; ed è una benedizione che per qualche ora al giorno si sia troppo stanchi per continuare a essere scortesi. Le porte si chiudono, le luci si spengono, e anche la lingua più tagliente riposa, e tutti noi, brontoloni e gridati, felici e infelici, padroni e schiavi, giudici e colpevoli, torniamo bambini, stanchi e zittiti, e inermi, e perdonati. E capisci la misericordia del sonno, che per qualche ora ci restituisce alla nostra prima innocenza.

(Tratto da Un’estate da sola, di Elizabeth von Arnim)

La quiete


Le giornate si stanno accorciando. Sono le venti e quaranta: guardo fuori, oltre la finestra, ed è sera. Luglio, con le sue lunghe ed estenuanti ore di luce, sembra un ricordo lontano. E io ne sono felice.
La quiete dopo Ferragosto è un piacere come pochi.

(In foto, il dipinto Un dopo pranzo di Silvestro Lega)

Dormono


Soffrendo d’insonnia, un’immagine come questa mi è particolarmente gradita: i cani sembrano dormire beatamente, sprofondati in un sonno privo d’irritanti interruzioni, un sonno che restituisce pace e serenità. Inoltre sono bellissimi, morbidi e soavi: sembrano fatti di velluto, quasi a voler accarezzare le nostre menti con discrezione e senza rudezza.

Letture


Ho iniziato a leggere i racconti della scrittrice neozelandese Katherine Mansfield (1888-1923). Desideravo farlo da tempo e ora che ho cominciato mi sento stranamente eccitata, come se mi trovassi al principio di un’avventura stimolante dalla quale aspettarmi soltanto gradite sorprese. Ieri sera ero talmente contenta di leggere questi racconti che non ho abbandonato il libro fino alle due e un quarto di notte. Il risultato di tanto entusiasmo è stato però un bel mal di testa oggi pomeriggio.

Adesso è quasi mezzanotte e, mentre sto beatamente scrivendo, ogni tanto i miei occhi cadono sul volume che è qui vicino a me. Se dovessi seguire questo tremendo istinto che talvolta mi rende schiava e prigioniera, trascorrerei l’intera notte a leggere e a scrivere. Ma ora il mio corpo si ribella, inviandomi chiari segnali e fermi ammonimenti: comprendo di dovermi sottomettere alle sue esigenze di riposo e perciò, anche se a malincuore, decido di andare a dormire. In fondo, mi sforzo di essere saggia e soprattutto prudente.

Vita e sogni

sogni
Esiste davvero differenza fra la veglia e il sonno? O meglio: esiste un criterio sicuro per distinguere il sogno dalla realtà? Si è posto questa domanda il filosofo Arthur Schopenhauer (1788-1860). A tale riguardo, riporto un brano tratto dalla sua opera più importante, Il mondo come volontà e rappresentazione.

La vita e i sogni son pagine di uno stesso libro. La lettura seguita è la vita reale. Ma quando l’ora abituale della lettura (il giorno) è trascorsa, e arriva il momento del riposo, noi continuiamo spesso a sfogliare oziosamente il libro, aprendo a caso questa pagina o quella, senz’ordine e senza seguito, imbattendoci ora in una pagina già letta, ora in una nuova; ma il libro che leggiamo è sempre il medesimo. La singola pagina isolata, pur priva di connessione con l’ordinata lettura dell’intera opera, non ne differisce tuttavia granché, quando si pensa che comincia e finisce all’improvviso anche la lettura regolare, e può quindi ritenersi come una pagina unica, sebbene un po’ più lunga.

(La foto è tratta da qui)