Primavera vicino a casa

Le restrizioni dovute al Covid m’impongono di limitare i miei passi, e così sono costretta a cogliere l’arrivo della primavera nei pressi di casa mia.

Osservare le differenze fra una stagione e l’altra è un esercizio interessante. Questo era il piccolo parco, su cui si affaccia il mio condominio, lo scorso 26 dicembre. Era martoriato dalla pioggia e dal gelo, poverino:

Oggi appare differente, anche se conserva ancora alcune tracce della stagione precedente. La primavera sta sbocciando:

Il viale del parco lo scorso febbraio, in una giornata luminosa:

Oggi i colori stanno mutando:

Esco dal piccolo parco e proseguo lungo il sentiero che collega via Pagliani a via Riva del Garda. Anche qui la primavera comincia a esultare:

E poi sul sentiero che collega via Riva del Garda a viale don Minzoni. Ecco il sole:

Piccolo parco in viale Buon Pastore:

E desiderare

C’è quel sole pallidissimo, forse soltanto un’idea di sole, una pennellata lieve e incerta; e poi c’è il fango e quel sentiero duro, tutto crepe e dossi – ostile.

Non si comprende dove vada l’inverno, quale sia il suo percorso, pochi passi rapidi a fuggire via persino dai pensieri. E desiderare che non finisca, che ci sia ancora posto accanto alla finestra, nel salotto buono che accoglie tutta la nostra stanchezza – e fuori, che resti fuori l’indifferenza.

Adesso l’inverno

Adesso sì, adesso l’inverno si è impadronito della città. Il piccolo parco sotto casa è un lungo sentiero di fango e rami secchi; restano soltanto le foglie sull’erba a evocare il delicato splendore dell’autunno ormai fuggito.

L’inverno non sa essere cortese e detesta gli ornamenti. Non sceglie mai le parole giuste, quelle adeguate alle circostanze, egoista e insensibile senza rimorsi – gli occhi gelidi, il niente dentro; ma talvolta regala il sole e il cielo azzurro, nonostante i brividi del freddo e i pomeriggi troppo affranti, che stentano a tenerci compagnia.

La sera arriva in fretta, prepotente e forse piena di rancore; ma le luci natalizie, dalle finestre e dai balconi, sono quasi una speranza, un debole conforto – e noi, temerari, che sappiamo resistere.

Però desidero anche la nebbia

Bisogna ammetterlo: quando novembre è luminoso e dorato, offre di sé un’immagine bellissima. Questa mattina, mentre tornavo a casa dal centro storico, vedere le foglie cadere dagli alberi una dopo l’altra sotto un sole splendente, quasi primaverile, è stato magnifico. Mi auguro che ci siano altri giorni così.

Però desidero anche la nebbia, quella fitta, quella che invade persino gli angoli più remoti della città, quella che ammorbidisce i contorni delle cose e che infonde mistero anche là dove il mistero non c’è. Bisogna pur sognare qualche volta, specialmente in questi tempi così incerti. I tempi del Covid, che, invisibile, ha il potere di stravolgere le nostre esistenze.

Lungo questa via

Le prime foglie gialle cadono sospinte dal vento, e brillano al sole del mattino. Tu mi passi accanto, fantasma che non cede al tempo, anima disorientata lungo questa via silenziosa e stanca, di cui nulla t’importava, di cui quasi ignoravi l’esistenza.

Mi sfuggono le tue parole, mi sfugge il senso di questo camminare, eppure è qui che spero di vederti. Le persiane e il cancello sono chiusi, ma le rose d’ottobre resistono nel giardino immobile, come assopito e disfatto – lui sa che l’attesa sarà lunga.

Torneremo con la neve, a stringerci nei ricordi.

Il sabato

Finalmente sabato, dopo una settimana molto impegnativa, che mi ha impedito di aggiornare il blog. Provo molta simpatia per questa giornata: apprezzo il sabato perché è vivace, i negozi sono aperti e il centro storico si riempie di persone; nello stesso tempo, è un giorno che permette di assaporare il piacere della libertà.

Ma il sabato assume coloriture differenti a seconda delle stagioni. D’estate è spesso occasione per fuggire dalla città, alienante e ostile a causa del clima; ma così, il sabato perde quell’atmosfera luminosa e malinconica che sembra avvolgerlo durante l’autunno, quell’atmosfera che evoca pace e intimità, e che allude ad altri tempi – e sapori antichi, e noi che siamo fuori da questo mondo.

Adesso, a luglio, vincono il sole e l’impulso di fuggire, anche quando si resta immobili, come se non ci fosse un domani.

Merenda all’aperto

Una bella merenda all’aperto, e il profumo dei fiori, le foglie, gli alberi, la dolcezza del sole, il crepuscolo che tarda ad arrivare: uno scenario perfetto per lasciarsi trasportare dall’atmosfera di questa stagione.

La primavera ci abbraccia con la sua luce e ci promette meraviglie. E noi l’assecondiamo, fingendo di crederle – in fondo, restiamo sognatori e sognatrici a dispetto degli anni che passano.

 

(L’immagine è presa da: https://www.designmag.it/foto/arredare-un-giardino-in-stile-shabby-chic-per-la-primavera_9963.html)

Caro inverno, cerca di fare il tuo dovere

Il bel tempo domina imperterrito da molti giorni, e bisogna ammettere che il sole d’inverno è piacevole perché mitiga il gelo, almeno per qualche ora, e ci consente di uscire senza ombrello e senza sguazzare in pozzanghere fangose. Però, quando penso che verrà un’estate infuocata e che il sole ci perseguiterà con sadismo almeno per tre mesi interi, vorrei che arrivasse qualche giornata scura, nebbiosa o almeno un po’ cupa, una di quelle giornate che fanno amare follemente la casa, i termosifoni accesi, le coperte pesanti, ma anche certe belle passeggiate nei parchi cittadini semi-vuoti, frequentati da poche persone calme, riflessive e amanti del silenzio.

Perché passeggiare significa pensare, raccogliersi, sognare a occhi aperti, parlare con chi non c’è più, e d’estate, col sole a picco sulla zucca, il corpo odiosamente gocciolante e lo sbracamento generale tutt’intorno, niente di questo è possibile. Al massimo, se tutto va bene, si cammina come zombie tentando di articolare qualche pensiero appena decente con l’aiuto di un neurone ancora in vita; e questo tra musica a tutto volume, proveniente da vari luoghi di ritrovo che ormai spuntano come funghi, urla di persone che, a quanto pare, si divertono, e vari eventi cittadini rumorosissimi – balli, canti, frastuoni assortiti spesso indecifrabili. Uno strepitare continuo, insomma, un regredire al tempo delle clave e delle caverne.

E io ne sono qualcosa perché, di fronte al palazzo in cui vivo, sebbene per mia fortuna a grande distanza, c’è il Teatro delle Passioni e il mitico cinema all’aperto. Immagino di non dover spiegare oltre cosa succede durante le lunghe serate estive, sette giorni su sette. Una volta è persino capitato che, nello stesso momento, davanti al bar del teatrino suonassero musica e, a pochi metri di distanza, trasmettessero un film. Sembrava di trovarsi in un manicomio. Ma chi è il genio che inventa questi trattenimenti in contemporanea? Farne uno per volta no, eh?

Ecco che allora mi auguro che l’inverno faccia il suo dovere fino in fondo, e cioè che ci dispensi anche nebbia e pioggia e un po’ di neve, in modo da lasciarci immergere del tutto nell’atmosfera della stagione, per farcela gustare fino in fondo, col suo silenzio, la sua dignità, la sua compostezza.