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Posts Tagged ‘silenzio’

Ottobre e silenzio

Sotto  questo  cielo  indefinito  e  stanco – pallida  incertezza  di  grigio  e  di  bianco -,  ottobre  è  il  silenzio, l’austero  silenzio  che  accompagna  ogni  passo. Lungo  i  viali, tra  le  foglie  impassibili  e  il  ricordo  confuso  di  ciò  che  eravamo.

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Noi e l’autunno

L’autunno  è  vita, nonostante  tutto. L’autunno  è  vita  nonostante  il  lento  sfacelo  della  natura, nonostante  il  declino  rapido  del  giorno, nonostante  il  fitto  incupirsi  delle  ombre.

L’autunno  è  un  maestro:  insegna  a  chiudere  porte, a  circoscrivere  i  propri  pensieri, a  limitare  le  proprie  parole; l’autunno  insegna  il  valore  della  discrezione, il  rispetto  per  se  stessi, la  bellezza  dei  ricordi.

L’autunno  è  un  privilegio, perché  non  tutti  riescono  ad  afferrarne  le  meravigliose  trame; non  tutti  possono  avvertirne  i  tanti  discorsi  sussurrati  mentre  fuori  piove, mentre  il  vento  freddo  trascina  via  le  foglie, mentre  la  nebbia  del  mattino  addolcisce  ogni  pensiero.

L’autunno  è  mistero, perché  il  rosso, il  giallo  e  il  marrone  trionfano  assumendo  sfumature  indecifrabili – un  enigma  senza  soluzione,  che  non  pretende  di  essere  risolto  ma  soltanto  amato, accolto, rispettato.

L’autunno  siamo  noi  quando, dopo  infiniti  percorsi, restiamo  fermi  e  sereni  ad  ascoltare  il  maestoso  silenzio  che  avvolge  le  giornate –  e  poi  le  voci, le  tante  voci  di  chi  sembra  assente  e  invece  è  sempre  qui, tra  le  foglie  che  cadono  adagio, nell’atmosfera  rarefatta  delle  mattine  incolori, nelle  stanze  accarezzate  dalla  luce  malata  del  sole, un  sole  stanco  ma  comprensivo.

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Mi  dispiace  essere  stata  assente  per  alcuni  giorni: amo  aggiornare  il  blog  spesso  e  detesto  lasciarlo  in  stato  di  quasi  abbandono. Ma  luglio  ha  sempre  questo  effetto  negativo  su  di  me: vorrei  scrivere  ma  poi  rimando, infastidita  dal  caldo, dall’atmosfera  opprimente  causata  dalle  persiane  chiuse  e  da  questa  sensazione  di  attesa  che  mi  pervade  e  un  po’  mi  lascia  inquieta.

Le  previsioni  del  tempo  sono  tremende, almeno  per  l’Emilia-Romagna: sembra  che  la  prossima  settimana  sfioreremo  i  40°. Mi  auguro  che  sia  l’ultima  ondata  di  calore  di  questa  maledetta  estate  rovente. In  ogni  caso, sono  molto  contenta  perché  luglio  sta  per  finire, per  dissolversi, per  sparire.

Ecco, intanto ho  spezzato  il  silenzio  di  queste  interminabili  giornate; e  fra  poco  tempo  pubblicherò  un  vero  post.

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D’estate, quando il primo pomeriggio è un affanno di luce e di calore, il silenzio è conforto, abbraccio affettuoso e speranza.

Ma in ogni stagione il silenzio è un amico. D’autunno, quando il giorno è un fiore stanco che appassisce adagio, il silenzio diventa  racconto: segreti, emozioni, pensieri sopiti riemergono e invocano attenzione. Il silenzio, allora, è uno stimolo, un suggerimento, un sentiero da percorrere per sapere, per conoscere, per comprendere.

D’inverno, invece, quando l’oscurità sembra una condanna senza fine, il silenzio perde quell’immancabile velo di mistero che l’avvolge durante l’autunno, e diventa impegno, insegnamento, possibilità di resistenza, rigore.

In primavera, quando il cielo è vivace e scherzoso, e la luce trionfa sulle ombre con qualche insicurezza, il silenzio è una pausa  serena, un breve intervallo per riposare, sognare, inventare nuove trame, immaginare l’estate che verrà.

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Verso  i  dodici  o  tredici  anni, quando  trascorrevo  l’estate  in  montagna, ogni  mercoledì  mattina  partivo  con  mia  cugina, che  aveva  un  anno  e  mezzo  meno  di  me,  per  andare  ad  acquistare  alcuni  giornali. La  mia  casa, infatti, si  trovava  in  una  piccola  frazione  nella  quale  le  edicole  erano  assenti; così, per  mantenere  qualche  contatto  con  il  mondo, eravamo  obbligate  a  recarci  nel  comune  vicino, a  soli  tre  chilometri  di  distanza.

Perché  avessimo  scelto  il  mercoledì  come  giorno  da  dedicare  al  nostro  viaggio  è  cosa  che  non  ricordo. Ricordo  però  che, immerse  come  eravamo  nella  quieta  monotonia  dell’estate  in  appennino, con  le  giornate  che  sembravano  interminabili, questa  piccolissima  gita  era  anche  un  modo  per  spezzare  la  settimana, per  fare  qualcosa  di  diverso, per  ritagliarci  uno  spazio  di  assoluta  libertà  senza  la  presenza  di  persone  adulte  accanto.

Partivamo  in  corriera  intorno  alle  9. Il  viaggio  era  brevissimo, sette  o  otto  minuti  scarsi  di  una  lunga  serie  di  curve  in  salita; poi,  l’arrivo  nella  piazza  principale  del  paese  e  il  nostro  breve  tragitto  fino  all’edicola, che  era  anche  una  bella  cartoleria. Qui, compravamo  una  serie  di  settimanali  con  i  quali  speravamo  di   svagarci  un  po’  nei  momenti  di  noia  e, nel  mio  caso, compravo  anche  molti  quaderni  perché  avevo  la  mania  di  scrivere, scrivere  e  ancora  scrivere. Finito  l’acquisto, tornavamo  subito  a  casa. Non  so  perché  non  amassimo  fermarci  in  paese, guardare  qualche vetrina, magari  sederci  in  un  bar  all’aperto  come  due  turiste  qualsiasi; so  soltanto  che  avevamo  sempre  una  gran  fretta  di  andarcene. Solo  che  il  tragitto  di  ritorno  avveniva  rigorosamente  a  piedi  attraverso  un  sentiero,  e  credo  che, in  fondo, lo  scopo  reale  della  nostra  gita  del  mercoledì  consistesse  proprio  nel  poter  compiere  questa  lunga, bellissima  passeggiata.

Il  sentiero  che  conduceva  alla  nostra  frazione  era  caratterizzato, a  pochi  metri  dal  suo  inizio,  da  una  discesa  estremamente  ripida, così  ripida  che, nonostante  l’asfalto, il  rischio  di  cadere  era  altissimo, tanto  che  occorreva  procedere  molto  lentamente,  con  estrema  cautela. Ma, per  fortuna,  questa  terrificante  discesa  era  lunga  due  o  tre  metri  al  massimo  e, dopo  di  essa, non  dovevamo  fare  altro  che  abbandonarci  serenamente  a  uno  splendido  percorso  ondulato, circondato  da  prati,  fiori  e  alberi  abbracciati  dalla  placida  calma  del  sole  estivo.

All’epoca  ignoravamo  che, dopo  molti  anni, avremmo  rimpianto  un  rito  così  banale, così  semplice, quasi  insignificante; ignoravamo  che  l’avremmo  rimpianto  non  solo  per  se  stesso, ma  anche  e  soprattutto  per  la  spensieratezza  e  per  il  senso  di  libertà  con  cui  l’affrontavamo. Con  noi, non  avevamo  cellulari, non  avevamo  nessuno  smartphone, non  potevamo  connetterci  con  il  resto  del  mondo  mentre  camminavamo  tranquille  in  mezzo  all’estate  e  ai  monti. Eravamo  sole, noi  due  e  basta  con  la  natura  circostante, con  le  nostre  chiacchiere, con  le  nostre  battute, con  i  nostri  desideri. Eravamo  là, quasi  sperdute  in  un  angolo  remoto  dell’appennino; ed  eravamo  contente  perché  intorno  c’erano  soltanto  pace  e  silenzio.

 

(L’immagine  è  tratta  da: http://www.escursionistaeditore.com/guide/escursionismo/italia-guida-ai-sentieri-dell-alto-appennino-modenese-dal-corno-alle-scale-all-abetone-er107.html)

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L’ultimo  post  che  ho  scritto  risale  alla  scorsa  domenica. Ma  il  mio  silenzio  di  questi  ultimi  giorni  non  è  tanto  dovuto  all’assenza  di  tempo, quanto  piuttosto  all’emergere  di  molti  pensieri, di  un  flusso  continuo  di  riflessioni, immagini, suggestioni  che  non  ho  voluto  trasferire  per  iscritto. In  sintesi, capita  che, quando  si  ha  troppo  da  dire, si  scelga  di  tacere.

In  attesa  della  nuova  settimana  che  sta  per  cominciare  e  che  mi  vedrà  all’opera  anche  su  questo  blog, auguro  a  tutti  una  buona  domenica.

 

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Il  pomeriggio  è  lungo, tipicamente  primaverile. Il  pomeriggio  è  lungo, luminoso, quieto,  ma  d’improvviso  attraversato  da  una  lieve  incertezza, da  un  mutamento  dell’umore  nel  quale  si  riconosce  uno  dei  volti  più  belli  di  aprile. Non  si  tratta  dell’incertezza  autunnale, quella  che  prelude  alla  comparsa  di  ombre  scure  e  dolenti; questa  è  un’esitazione che  sa  di  timidezza  o  di  lieve  stanchezza  o  forse  di  timore. Ma  senza  drammi, senza  tristezze, senza  il  buio  di  profondità  inesplorate.

È  uno  dei  quei  momenti  che  rendono  aprile  un  mese  speciale, diverso  dagli  altri: la  luce  se  ne  sta  andando  adagio, mentre  nella  stanza  si  accentua  qualche  ombra. Tutto  sembra  parlare  di  una  pausa, di  un  istante  di  quiete  o  persino  di  interi  minuti  di  silenzi  e  di  pacatezza. E  vi  è  qualcosa  di  sfuggente, qualcosa  di  elusivo  in  questa  atmosfera  indefinibile – né  malinconica  né  allegra, chiara  e  scura  nello  stesso  tempo.

Poi  si  avvertono  tuoni, tuoni  in  lontananza, anch’essi  incerti, vaghi  o  forse  soltanto  riguardosi. Aprile  ci  sta  ricordando  che  sempre, in  qualsiasi  stagione, giunge  il  momento  in  cui  è  bene  ritirarsi, chiudere  alcune  porte, tacere.

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