Novembre, confini e villa abbandonata

Il 28 ottobre scorso ho trovato una villa abbandonata in via Tomaso da Modena. La strada è raggiungibile a piedi, da casa mia, in circa dieci minuti, ma fa parte del quartiere San Faustino, cosa che ignoravo: ero convinta, infatti, che questa via remota e silenziosa appartenesse al mio quartiere. Così mi viene da pensare all’incertezza dei confini, a quanto siano labili e opache certe distinzioni, a quelle strade di passaggio di cui non si può determinare con certezza la collocazione, che resta sfuggente, inafferrabile.

Via Tomaso da Modena, dicevo. Eccola la bella villa lasciata interamente a se stessa, eccola lo scorso 28 ottobre:

Ed eccola oggi, 17 novembre:

In pochi giorni sono mutati i colori del giardino. Ormai l’autunno non può nascondere il suo umore tetro, e si è fatto più riflessivo, più consapevole. Novembre è un invito a guardarsi dentro, a capire.

Gli alberi spogli ci restituiscono l’immagine della casa, non più seminascosta dalle foglie gialle di fine ottobre. Si vede persino il tetto sfondato:

Poi la guardiamo da un’altra prospettiva, per cercare i segreti del giardino vuoto, quello che vuole raccontarci:

Nonostante l’atmosfera decadente e malinconica, un dettaglio può far sorridere. Appeso al cancello d’ingresso della villa, è stato posto un cartello. Chi l’ha scritto ha manifestato tutta la sua rabbia:

E così la solennità dell’atmosfera di novembre è spezzata dalle legittime preoccupazioni per il decoro delle strade cittadine. I confini tra la poesia delle stagioni e la ruvida prosa del vivere quotidiano sono labilissimi.

Ottobre dorato e case in rovina

Durante le stagioni intermedie non si può indugiare, non ci si può perdere in dubbi e ripensamenti: i colori di alberi e siepi mutano in fretta, anche da un giorno all’altro, e il rischio di lasciarsi sfuggire irripetibili bellezze è alto. D’autunno si tratta quasi di una corsa contro il tempo, alla quale io non intendo sottrarmi: non voglio perdere nulla di questa stagione dolce e misteriosa, così piena d’affetto e di riguardo per tutti.

Nel mio quartiere, ottobre ci sta regalando la meraviglia dell’oro e del rosso in ogni angolo. Qui sotto qualche immagine di via Tamburini, una strada tranquilla percorsa da belle ville:

Parallela a via Tamburini scorre via Guicciardini, in cui si trova questa bella casa ormai da tempo abbandonata. Se ne indovina l’antica bellezza, nonostante il degrado; soprattutto, ottobre le dona un fascino particolare, perché le case in rovina, durante l’autunno, sembrano raccontare vecchie storie piene di saggezza. Dev’essere la luce dorata, e il tramonto che arriva in fretta, e quel senso di corruzione lenta che si avverte appena, e che sembra invitarci attraverso il cancello chiuso:

Via Guarino Guarini è elegante, discreta e tutta dorata. Catturo l’immagine di una villa soltanto, che rappresenta tutt’intero il volto della strada:

Non mi lascio sfuggire quest’albero in via Lana, perché a ottobre il giallo sembra un miracolo d’intensità e fervore:

Poi eccomi in via Tomaso da Modena, silenziosa e appartata. Anche qui ci accoglie una villa disabitata, circondata da un bel giardino:

Dispiace vederla in questo stato e sapere che potrebbe vivere, accendersi di luci, ascoltare discorsi, offrire riparo, custodire gioie e segreti, lenire dolori. Meriterebbe attenzioni e calore, questa casa, così bella nonostante la sua rovina. Ma ottobre, con la sua luce dorata e la sua bontà, le fa compagnia in silenzio prima di scomparire.

Buon Ferragosto

Posso dire che non mi è mai importato quasi nulla di Ferragosto? Lo so, sono impopolare. Da ragazzina mi sembrava una festa inutile, visto che ad agosto ero già in vacanza da tempo, e perciò la ricorrenza del 15 mi sembrava superflua e un po’ ridicola. Da adulta, le cose non sono cambiate: se ad agosto sono in vacanza, questa festa mi è indifferente; se, invece, mi trovo in città, mi è indifferente allo stesso modo.

Quest’anno, però, sono contenta del fatto che la ricorrenza cada di sabato e quindi si possa parlare, un po’ pomposamente, del week-end di Ferragosto. Sarà che abbiamo vissuto la quarantena da Covid-19, sarà che ci siamo sentiti tutti un po’ in prigione, sarà quel che sarà, ma quest’anno il povero, inutile Ferragosto mi è quasi simpatico. Adoro il silenzio del mio quartiere, adoro la calma con cui le tante persone che si trovano in città stanno affrontando questo fine settimana. E, soprattutto, sono contenta di poter rimandare al prossimo lunedì ogni incombenza, compresi i pensieri meno felici.

E allora buon Ferragosto a chiunque passerà su questo blog.

Il silenzio della domenica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa mattina, aprendo la finestra della sala, sono stata accolta dal silenzio. Il silenzio della domenica, a luglio, dopo una notte di pioggia e di ristoro. Il silenzio nello splendore di un mattino sereno, che si vorrebbe eterno.

Il silenzio è un’assenza, assenza di voci, come fosse un vuoto; ma ciò lo rende anche una presenza, un’entità ricca di vita propria. Perché il silenzio è sempre una risposta, un segno, un simbolo, la condizione del pensiero, la condizione della riflessione e la quiete che consente di ricominciare.

Questo silenzio

C’è questo silenzio, intorno, e tutto immobile, tutto immobile tranne l’acqua – e il respiro lieve. C’è questo silenzio, e questo pomeriggio vuoto che non sa morire – la luce, il giorno interminabile, il tempo che verrà.

C’è questo silenzio, intorno, e l’inverno è arrivato e scomparso in fretta – debole, risentito, avaro. C’è questo silenzio, e la primavera come sfondo, la primavera che non so – si sfalderà d’improvviso e saremo travolti. C’è questo silenzio, intorno, e tu che passeggi e io che ti vedo – trasparente, muta, un velo.

C’è questo silenzio, e il non poter dire, e soltanto l’assenza.

Il valore del silenzio

Il silenzio è un atto di responsabilità, un intervallo necessario per riflettere e poi, dopo la riflessione, esprimere parole sensate, evitando di rispondere alle sollecitazioni circostanti immediatamente, di pancia, seguendo i propri istinti.

In quest’epoca di comunicazioni veloci, istantanee, costanti, in quest’epoca dominata dall’irrefrenabile vociare dei social, emerge con forza, in tutta la sua straordinaria potenza, il valore del silenzio come espressione di saggezza, di umanità e di rispetto verso gli altri.

E volersi fermare

I rami scuri degli alberi si agitano al vento, sotto il cielo irrequieto e confuso, come se il giorno avesse smarrito la sua strada – e il non sapere dove andare, e cosa fare, e cosa pensare.

Capitano giornate così, ripiegate su se stesse, il mondo fuori vigliacco e ininfluente – e volersi fermare e scegliere il silenzio.

C’è questa strada

C’è questa strada, sì, c’è questa via che a volte percorro soltanto per sentirmi in pace. Vi si accede da viale Buon Pastore percorrendo un tratto apparentemente chiuso, senza uscita: si costeggia il lato di un palazzo e in fondo, a destra, un piccolo spazio, invisibile dal viale, consente ai pedoni di svoltare e di arrivarci. Le automobili, invece, possono entrarvi  da via Carlo Sigonio, ma sono soltanto quelle dei residenti.

C’è questa strada, dicevo. Via Solieri è sempre silenziosa, un piccolo angolo semi-rurale felicemente incastonato dentro la città, una sorta di presenza-assenza che la rende un po’ speciale. La incorniciano poche palazzine e alcune villette che sembrano emergere da un tempo remoto. Una di queste, in particolare, assomiglia a una casa di bambole, col suo minuscolo giardino silenzioso e la piccola facciata azzurro pallido che pare rubata a un vecchio libro di favole.

E c’è un’altra villetta, una villetta che mi affascina, silenziosa e un po’ trascurata: nel giardino l’erba ricopre il viale d’accesso alla casa, e un tavolino vecchio, circondato da sedie scalcinate, sembra aspettare la primavera che verrà. Poi c’è anche qualche villa in ottime condizioni, e, per uno strano contrasto, c’è anche un triste cancello arrugginito che svela un rettangolo di giardino abbandonato, con l’erba alta incolta e disperata.

In via Solieri si ha l’impressione di trovarsi in un’altra dimensione, in una realtà parallela che sopravvive disinteressandosi del resto della città. E ciò che soprattutto colpisce, in essa, è la pacifica convivenza fra alcuni segni di evidente sfacelo e altri di evidente vitalità, che sono poi l’essenza stessa della nostra esistenza, del nostro procedere nel mondo fra alti e bassi, fra momenti di esaltazione e momenti di stanchezza.

C’è questa strada, dicevo – come un’increspatura nella città. Mentre l’anno svanisce, mentre alcuni giochi sono conclusi, mentre ci si dispone ad accogliere il nuovo, mi piace pensare a quella via deserta e silenziosa, una via che non appartiene del tutto a questo mondo, una via che è qui ma anche altrove.

Intanto auguri di Buon Anno, auguri per un 2020 sereno, auguri affinché qualche sogno diventi realtà.