La teoria del pascolo, i fatti, la vanga terapeutica e la bellezza

Come fare per vivere al meglio ogni giorno della nostra vita? Quali comportamenti adottare per non cadere nelle tante trappole che certuni amano disseminare sul nostro cammino? Cosa fare per cogliere i piccoli doni che il mondo ci offre ogni giorno? Che strategie adottare per diventare persone migliori? Non ho la bacchetta magica né so fare incantesimi, ma qualcosa posso scrivere. A modo mio, s’intende, ché si possono raccontare tante verità anche sorridendo.

La teoria del pascolo. No, non bisogna associarlo alle mucche, anche se loro, al pascolo, ci vanno davvero. La teoria del pascolo, da me elaborata in tempi non sospetti, prevede la necessità di mandare a pascolare in fretta, senza indugio, le persone negative. Mollarle, chiudere loro le porte in faccia, alzare altissimi muri inespugnabili. Sembra banale, ma non lo è, perché gli esseri umani trascorrono buona parte della loro breve vita invischiati in rapporti terrificanti o mediocri o umilianti. Le ragioni sono tante e qui non mi ci soffermo; dico solo che, per un effetto combinato di educazione familiare, pressioni ambientali e mancata conoscenza dell’animo umano, tante persone, vittime di schemi disfunzionali, s’impantanano in amicizie, relazioni varie e matrimoni orripilanti. E sono persino convinte che vada bene così, che sia giusto lasciarsi manipolare e martoriare da soggetti sadici o malintenzionati o semplicemente insulsi. Posso svelare un segreto? No, non è obbligatorio farsi rovinare la vita. Lo so, in tanti vi hanno detto che bisogna sopportare (soprattutto alle donne, lo dicono), a scuola alcuni vi hanno persino insegnato che bisogna stare al proprio posto (fini pedagogisti, sì) e mamma e papà, poi, non se ne parli, ché vi vogliono integratissimi e uguali a tutti gli altri. Ho semplificato e banalizzato molto, ovvio; ma mi sembra che il concetto sia chiaro. E c’è un problema: hanno torto marcio, tutti quanti. La vita è breve e complicata e, in genere, si muore molto, molto male. Perciò non vi è alcuna ragione di sprecare la propria esistenza sopportando narcisisti patologici, sfruttatori di ogni risma, gente complessata che vuole scaricare le sue frustrazioni su di voi e casi umani assortiti. Sto esagerando? No, sono soltanto sincera e ho persino ragione. Perciò la teoria del pascolo, da associare sempre al rasoio di Occam, è una condizione fondamentale per vivere in modo sano, gratificante e dignitoso. Pertanto: muoversi in fretta, galoppare rapidamente e mandare al pascolo subito gli individui sopra descritti. Chiuderli fuori dalla propria esistenza, insomma.

I fatti, i fatti: soltanto i fatti contano. Tutti amiamo le belle parole, i sorrisi, le vocette languide e dolci. Peccato però che, a volte, dietro a questo miele seducente si nascondano serpenti a sonagli, manipolatori di ogni genere, persone con pessime intenzioni. Come riconoscere costoro? C’è un metodo infallibile: osservare la corrispondenza tra le parole e i fatti. Se le azioni sono in contrasto con le parole, deve scattare la teoria del pascolo, enunciata qui sopra. Banalizzo al massimo: se Tizio mi fa un complimento ma, subito dopo, mi sferra un pugno, conta il pugno e non il complimento. Solo che la mente umana tende a consolarsi attaccandosi all’idea che le è più favorevole, in questo caso il complimento. Semplifico ancora: Tizio fa un bel complimento a Caia, subito dopo le sferra un pugno e Caia, vittima di una dissonanza cognitiva, ossia in preda alla confusione, tende a giustificarlo o a perdonarlo perché la sua mente corre al bel complimento. Questo meccanismo fa la gioia di tutti gli individui più meschini e disgustosi che esistono, e miete vittime ogni giorno. È in questo modo che si trascinano per anni rapporti tremendi o si cade vittime di truffatori di ogni genere. Ma davvero vogliamo lasciare che costoro prosperino? Ma davvero vogliamo regalare un minuto della nostra vita a gente simile? Ripeto: basta osservare se le parole corrispondono ai fatti. Perché la verità è che costoro si tradiscono sempre. Solo che bisogna avere il fegato – sì, il fegato – per ascoltarli bene e guardarli mentre agiscono. Realismo, razionalità e attenzione ai fatti ci salvano l’esistenza. Provare per credere.

La teoria della vanga terapeutica, ovvero: muovere le mani, please. Coltivare la mente è una condizione indispensabile per imparare a ragionare e quindi per muoversi bene nel mondo: se si può – non tutti possono – bisogna leggere, leggere, leggere e studiare. Però, nello stesso tempo, è opportuno dedicarsi sempre a qualche lavoro manuale, qualsiasi esso sia. Il lavoro manuale è un modo straordinario per restare ancorati alla realtà e per imparare a rispettare il prossimo. Dedicarsi a un piccolo lavoro manuale significa arrivare a comprendere l’importanza di tutti i mestieri, anche i più umili, senza i quali questo mondo non potrebbe sussistere e certi soloni, chiusi nella torre d’avorio dei loro privilegi, non potrebbero neppure aprire la porta di casa ogni mattina. Inoltre, il lavoro manuale combatte l’apatia e quel particolare senso di rassegnazione che qualche volta ci pervade. Il lavoro manuale, poi, aumenta l’autostima, perché è bellissimo creare qualcosa con le proprie mani e vedere il prodotto finito. Io, ad esempio, amo lavorare a maglia e pitturare sedie e mobili vecchi, ridando loro nuova vita. Ecco, è proprio questo il punto: regalare vita, recuperare ciò che sarebbe gettato via o dimenticato. Un lavoro manuale si trova sempre: basta inventarselo. E sì, è davvero terapeutico.

Che la bellezza sia sempre con noi. È tutta una questione di sguardo, nulla più di questo. Ma bisogna saperlo usare e avere cuore per farlo. La bellezza è vicina a noi, sempre: un magnifico tramonto, un fiore che spunta in mezzo al fango, una strada dimenticata dai più, un cane o un gatto che giocano sull’erba, il mattino che compare adagio. E poi un libro, una spiaggia, le colline d’autunno e a primavera, qualche parola improvvisa a portare conforto, la luna d’estate, i luoghi della memoria. Ciascuno può afferrarla dove vuole, la bellezza; ma non si dica che è impossibile, perché dipende da noi.

Gli alberi d’inverno

Durante l’infanzia e l’adolescenza, gli alberi spogli m’infondevano un’enorme tristezza. Adesso, invece, il mio sguardo è cambiato e penso che, quando si cominciano ad apprezzare i tronchi e i rami scuri, si è raggiunto un equilibrio profondo, si è raggiunta la capacità di muoversi nel mondo avendo compreso ciò che davvero conta, ciò che è essenziale, ciò che basta quando il resto si è dissolto – ed era un bene che si dissolvesse. In fondo gli alberi spogli sono la cifra più autentica di questa stagione, che c’insegna il valore della serietà, della concentrazione, dell’autosufficienza.

Di mattina, quando l’oscurità sta svanendo e il giorno comincia appena il suo cammino, è bello vedere gli alberi spogli sulla strada, soprattutto quando la nebbia li accarezza, velandoli. Ci si sente avvolti da un calore misterioso, da una forza inspiegabile, e no, non si ha bisogno di altro.

L’inverno s’insinua

Questa mattina pioviggine, nebbia e freddo hanno abbracciato la città: è l’inverno che s’insinua con forza, è l’inverno che irrompe sulla scena mentre l’autunno sta morendo.

L’inverno è l’essenziale, ciò che resta quando il superfluo è svanito, quando i colori troppo vivaci sono spenti. Ecco perché l’apprezziamo soltanto quando ogni cosa è tornata al suo posto, quando si ha la saggezza di chiudere molte porte, quando lo sguardo è mutato per sempre e ne siamo incantati.

Le ultime foglie, là dove ancora resistono, sono avvizzite.

Sera di ottobre

Il  giorno  si  spegne  a  poco  a  poco, il  pomeriggio  sfuma  adagio  nell’oscurità. Le  sere  di  ottobre  giungono  con  pacatezza, cogliendoci  quasi  di  sorpresa  con  la  grazia  del  loro  incedere  silenzioso. In  quei  momenti, mentre  le  ombre  sfiorano  i  vetri  delle  finestre  e  si  addormentano  nelle  stanze  mute, sembra  che  sia  ottobre  ad  avvolgerci, per  donarci  parte  della  sua  magia – e  quel  suo  sguardo  profondo, enigmatico, comprensivo.

Giugno, caldo torrido e pensieri

Siamo  nel  pieno  del  caldo  torrido. Giugno  sembra quasi  sfaldarsi  sotto  il  peso  insostenibile  dell’afa, della  mancanza  di  vento, del  cielo  troppo  bianco  per  essere  gradevole, della  pianura  che  appare  più  squallida  e  insignificante  del  solito. Perché  non  vi  è  alcuna  bellezza  là  dove  manca  la  possibilità  di  respirare.

Allora  tornano  in  mente  le  colline  e  le  montagne, con  i  loro  profili  immobili  e  sereni, con  quel  senso  di  pace  e  di  libertà  che  regalano  in  qualsiasi  momento  del  giorno. E  torna  alla  mente  lo  sguardo  perso  a  contemplare  l’orizzonte  e  poi  il  cielo, quel  cielo  che  non  è  mai  monotono  e  incolore  ma  azzurro  sfolgorante, quel  cielo  che  appare  immenso  ma  senza  infondere  alcun  timore – come  fosse  un  abbraccio  da  un  altro  mondo.

Un attimo

Basta  un  attimo: d’improvviso  le  finestre  si  spalancano, il  vento  entra  nella  stanza  e  lo  sguardo  si  alza  verso  il  cielo, come  attratto  da  un  richiamo. Allora  tornano  altre  estati,  mentre  il  presente  si  dissolve  nell’aria  e  nel  caldo  torrido  per  divenire  desiderio  di  libertà, di  terre  lontane, di  altri  umori, di  nuovi  sapori.

Non  esiste  più  nulla  al  di  fuori  del  vento  e  degli  occhi  rivolti  all’azzurro  del  cielo.

Il tempo e lo sguardo

Giugno  è  arrivato. Ogni  anno, quando  inizia  questo  mese, sono  invasa  da  un  vortice  di  memorie  e, se  anche  volessi, non  potrei  disfarmene. Sono  ricordi  di  un  tempo  in  cui  giugno  rappresentava  la  nascita  di  un  periodo  completamente  nuovo: le  vacanze, la  fine  della  scuola, la  fine  della  prigione, la  libertà. Non  era  soltanto il  principio  dell’estate, ma  un  vero  e  proprio  passaggio  verso  un’altra  dimensione. E  il  sole, i  pomeriggi  lunghissimi  e  le  notti  brevi  erano  quanto  di  più  bello  potesse  esistere.

In  montagna, le  giornate  apparivano  quasi  senza  fine: lunghe  le  mattine, interminabili  i  pomeriggi, lunghe  anche  le  sere. Ricordo  sempre  con  stupore  un  giorno  particolare, credo  un  lunedì. Io  e  le  mie  cugine  avevamo  finito  di  pranzare  ed  eravamo  rimaste  in  cucina  a  chiacchierare. A  un  certo  punto, mi  sembrò  che  fosse  trascorso  molto  tempo, mi  sembrò  che  le  nostre  chiacchiere  fossero  durate  troppo  e  che  fosse  il  momento  di  uscire  da  casa. Così  guardai  l’orologio  e  rimasi  sbalordita: erano  soltanto  le  13:40. Davanti  a  noi, avevamo  un  pomeriggio  infinito.

Il  ricordo  che  ho  di  quelle  estati  è  il  ricordo  della  mia  percezione  del  tempo: lo  avvertivo  quasi  fosse  qualcosa  di  concreto, di  vivo, dotato  di  un’anima  propria; e  ne  sentivo  persino  lo  scorrere, lentissimo, cauto, sornione. Il  tempo  era  un  amico, un  compagno  silenzioso  e  costante, un  alleato. Certo, spesso  mi  annoiavo  e  desideravo  che  fosse  più  veloce; ma  era  il  tempo  estivo, il  tempo  della  libertà  e  delle  piccole  follie. Perciò  era  bene  che  fosse  tanto pacato. In  fondo, mi  stava  facendo  un  regalo, anche  se  non  me  ne  accorgevo.

E  poi  lo  sguardo, lo  sguardo  sul  mondo. Non  era  soltanto  la  percezione  del  tempo  a  essere  così  peculiare, ma  anche  il  modo  in  cui  guardavo  tutto  l’insieme, cose  e  persone. Lo  so, è  un’affermazione  che  sembra  banale, perché  si  tratta  di  un  fatto  scontato. Però  è  il  ricordo  di  quello  sguardo  che  assume  contorni  particolari  e  che  non  può  essere  descritto  con  facilità: sarebbe  come  voler  catturare  l’immagine  di  un  arcobaleno  di  colori  che  si  trasforma  adagio – sempre  in  movimento – fino  ad  assumere  sfumature  sorprendenti, sfumature  con  le  quali  occorre  imparare  a  convivere.

Ogni  anno, quando  giugno  compare  e  annuncia  la  nuova  stagione, sono  il  tempo  e  lo  sguardo  ad  attraversare  i  miei  pensieri – e  a  parlarmi  e  a  raccontarmi  sempre  qualche  nuovo  dettaglio.

Di un’altra stagione

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Sono  stati  giorni  bizzarri, un  rincorrersi  di  sole  e  di  pioggia  a  dipingere  una  stagione  indefinibile, un  assurdo  groviglio  di  primavera  e  d’autunno  al  quale  è  impossibile  dare  un  nome.

Ieri, dopo  la  luminosità  del  mattino, l’oscurità  improvvisa: non  si  è  trattato  del  monotono, insistente, uniforme  grigiore  di  tante  giornate  invernali, ma  di  quel  repentino  mutamento  d’atmosfera  tipico  del  periodo  primaverile, quando  la  luce  scompare  in  un  attimo  travolta  con  prepotenza  dal  malumore  del  tempo  e  colora  il  pomeriggio  di  nero, come  capita  durante  certi  acquazzoni. Ma  l’opprimente, insidiosa  umidità  e  il  freddo  della  notte  sono  tratti  tipici  dell’autunno, e  allora  febbraio  diventa  un  caos, si  trasforma  in  un  mese  privo  d’identità  o  forse  soltanto  desideroso  d’inventarsi  una  nuova  stagione: primavera-autunno  o   autunno-primavera, abbraccio  d’umori  e  toni  differenti, incomprensibile  scontro  di  diverse  ambiguità.

I  capricci  primaverili  insieme  all’enigmatica  profondità  dell’autunno  impongono  una  riflessione, un  ripensamento, uno  sguardo  diverso: si  avverte  il  desiderio  di  chiudersi  in  casa  a  lungo  e  poi  di  uscire  e  poi  di  dormire. Ci  si  sente  giovanissimi  e  incredibilmente  vecchi  a  un  tempo, si  vorrebbe  correre  ma  anche  fermarsi, si  vorrebbe  gridare  di  gioia  ma  anche  tacere. Talvolta  si  sogna  l’oblio, ogni  tanto  la  fantasia  afferra  prati  in  fiore; ma  scende  la  notte, le  voci  si  attutiscono  e  i  pensieri  restano  avvolti  dalla  prudenza  del  silenzio.

Oggi

Ho  scritto  l’ultimo  post  una  settimana  fa: è  trascorso  davvero  troppo  tempo, almeno  per  me. Ciò  è  avvenuto  non  per  mancanza, ma  per  sovrabbondanza  di  idee  e  di  pensieri. Avrei  potuto  scrivere  quasi  un  post  al  giorno; eppure, l’eccesso  di  suggestioni, di  temi  e  di  riflessioni  che  avrei  voluto  affrontare  si  è  risolto  in  un  nulla  di  fatto. Capita  anche  questo  a  chi  scrive  molto.

Non  posso  abbellire  l’eccessivo  squallore  di  questa  giornata  tetra, umida  e  piovosa. Mi  mancano  le  parole: non  riesco  a  trovare  luce  dove  non  c’è, non  riesco  a  vedere  oltre, perché  oggi  il  mio  sguardo  è  qui, tutto  impigliato  nella  rete  della  logica, della  fredda  razionalità, della  realtà. Perciò  non  posso  regalare  sogni  o  illusioni. Oggi  posso  solo  mostrare  questi  colori, che  mi  raccontano  storie  e  favole  lontane:

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(Paesaggio, di  Antonio  Sbrana)

 

Le foglie mute


Sono giornate molto fredde. Quest’anno l’autunno, bizzarro e indisciplinato, ci ha trascinati dal caldo quasi estivo di ottobre al gelo invernale di un novembre splendido e assorto. Ma i colori sono quelli della stagione di mezzo, e forse potremo apprezzarli ancora se l’autunno non sarà egoista.

Domenica di sole, che avvolge la strada silenziosa e accompagna il riposo pomeridiano sommessamente. Una domenica d’autunno da trascorrere con calma, fra una poltrona morbida e uno sguardo oltre la finestra nell’attesa della fine del giorno.

L’autunno se ne sta andando, ma le foglie restano mute nonostante il vento.