Green Pass e Covid: sfoghi seri (ma non troppo)

Sono vaccinata con doppia dose e di Green Pass munita. Ho fatto tutto il tagliando, insomma. Sono una persona molto razionale e rifletto sempre concentrandomi sui dati di fatto e sulle probabilità, perché sono empirista nell’anima; inoltre il rasoio di Occam è la mia religione di vita (non sto esagerando, è vero), e riconosco le fake news e gli imbroglioni in un battito di ciglia. Comprendo anche la necessità, da parte del governo, di arginare il più possibile la diffusione dei contagi e di evitare quindi il collasso del sistema sanitario nazionale.

Stabilito questo, il cosiddetto Super Green Pass mi fa ridere. È proprio quel “Super” a farmi sbellicare, perché mi chiedo che tipo di Pass verrà introdotto dopo questo per convincere i recalcitranti al vaccino: sarà forse un Mega Super Green Pass? Un Super Green Pass Senior? Un Green Pass Magistrale?

E se alcuni continueranno a non volersi vaccinare, li manderemo in Siberia? Li accerchieremo coi fucili? Invieremo il generale, quello col medagliere in petto e la penna sul cappello, a stanarli uno a uno? Li ricatteremo con crudelta, tipo “o il vaccino o vi mandiamo Renzi in casa per una settimana a spiegarvi il Rinascimento saudita”? Be’, quest’ultima opzione potrebbe forse funzionare davvero, ma tralasciamo, perché tanto sadismo sarebbe immorale.

E vogliamo allora parlare di virologi e scienziati vari, che si contraddicono in continuazione mentre imperversano su tutti i canali tv, tipo invasione delle cavallette? Sì, non c’è alcun bisogno di spiegarmi che le scienze si fondano su dibattiti costanti e correzione progressiva dei propri errori, perché lo so; ma quando si comunica alla massa dei cittadini non si può pretendere di comportarsi come a un convegno di specialisti.

Sulla responsabilità dei media a proposito di questa confusione in cui siamo immersi non mi soffermo, altrimenti rischio di lasciarmi andare a un linguaggio molto colorito. Ma che per un clic o un po’ di audience siano disposti a tutto, è innegabile. E allora via con le risse televisive fra virologi e le interviste continue a complottisti e casi umani assortiti, tutti in cerca di visibilità.

Quindo torno al punto di partenza: che altro genere di Pass sarà introdotto fra qualche mese? E se raggiungessimo il 100% di vaccinati ma arrivasse una nuova pandemia, ricominceremmo tutto da capo fra nuovi vaccini, fior di medici narcisisti in tv, costituzionalisti in lotta fra loro, filosofi in preda a problemi senili e Super-super-mega-stratosferico Pass?

Sembra una telenovela, scusate. Abbiate pietà di noi.

Mascherine: vogliamo scatenarci?

Domanda ingenua in un tardo pomeriggio di luglio: perché molti indossano la mascherina solo sulla bocca, senza coprire il naso?

Ho inoltre scoperto una nuova moda: la mascherina infilata nel braccio, pronta alla bisogna. In effetti ciò spezza la monotonia dell’altra famosissima moda, quella della mascherina sul collo. Vogliamo scatenarci ulteriormente? Ebbene, propongo la mascherina infilata nella gamba e indossata sul ginocchio: un figurone!

La spazzatura ai tempi del Coronavirus

Tolto il prezioso rito della spesa settimanale, l’unica occasione di uscita che mi resta è la cerimonia per l’eliminazione della spazzatura. Non posso, infatti, accumularne troppa nella mia magione, pena il levarsi di qualche spiacevole olezzo o l’improvviso arrivo di una schiera di gabbiani, per cui, ogni due giorni circa, mi accingo a condurla al suo posto naturale: i meravigliosi secchioni lungo la strada, tutti disposti in fila ad attendere carta, cartoni, plastiche, indifferenziata e affini.

Il momento è solenne, perché si tratta di circa tre-quattro minuti d’aria e di felice calpestio dell’asfalto zozzo. Ed è qui che subentra la gioia di vivere al quarto piano, perché ciò significa, per me, poter scendere le scale adagio, senza arrivare sulla strada troppo presto. In questo periodo, infatti, non prendo l’ascensore proprio per camminare un po’. Ecco che allora, prima di cena, agguanto le borse con la spazzatura, le dispongo dentro a un’ulteriore enorme borsa per rendere agile il trasporto del tutto, chiudo la porta di casa e scendo le scale con passo felpato, stile gatto errabondo in territorio ostile. Durante la discesa, ammiro i pianerottoli  sempre splendenti, oltre alla luce primaverile che filtra dalle finestre sulle scale. Poi arrivo nell’androne, esco e guardo con occhio languido gli alberi e i cespugli del giardino del palazzo. Ma è uno sguardo rapido perché non posso fermarmi, e devo subito aprire il cancello per materializzarmi sulla strada.

Alla mia destra c’è il negozio chiuso della parrucchiera, che mi auguro possa riaprire dopo questo periodo disgraziato; poi giungo al momento clou, il più desiderato: l’attraversamento della strada. Sì, perché attraversare la strada in questo periodo di quarantena è un brivido d’emozione e di piacere come pochi, un atto audace e forse spericolato. Mentre, tutta trionfante, getto via con calma la spazzatura, passa qualche automobile o giunge qualcuno con l’immancabile, innocentissimo cane, che trotterella contento ignorando di essere diventato l’animale più popolare e amato di questo periodo. Io, invece, che non sono canemunita, ho soltanto la magra consolazione della spazzatura.

Terminata la suddetta cerimonia, sono costretta a tornare in casa e così rifaccio il mio breve cammino. Ma un conto è scendere i gradini, un conto è salirli, per cui il mio tour sulle scale non è piacevolissimo. Ma io le salgo, quelle scale, e lo faccio con impegno, a muso duro, nonostante il fiatone e la tachicardia – e per fortuna nessuno mi vede in tale miserevole stato, ché questo è un palazzo silenzioso abitato da persone molto riservate.

Il momento in cui infilo la chiave nella porta per entrare a casa è il più malinconico. Ma mi consolo in fretta perché vado subito in cucina, e resto lì a pascolare qualche minuto guardando fuori dalla portafinestra per ammirare ancora una volta, con sincera nostalgia, i secchioni laggiù, sulla strada, autentici baluardi di libertà.

Coronavirus: occorre essere razionali e responsabili

L’emergenza legata alla diffusione del Coronavirus è nota, così come sono note le nuove disposizioni emanate dalle autorità. In momenti come questi, bisognerebbe evitare le polemiche politiche e cercare di collaborare per contenere la diffusione della malattia. Collaborare significa capire alcune cose e impegnarsi attivamente per il bene di tutta la comunità, senza egoismi e isterie collettive.

Contenere la diffusione del virus è indispensabile per evitare che il sistema sanitario nazionale collassi, trascinando con sé la vita di molte persone, a partire da coloro che già soffrono di gravi patologie e che non potrebbero sopravvivere a un eventuale contagio.

Scappare dalle aree “rosse”, affollando stazioni e treni, è un atto sbagliato e potenzialmente gravido di conseguenze negative: si rischia di ammalarsi proprio perché si viaggia stipati come bestie, e si diffonde il contagio velocemente a moltissime altre persone. Restarsene a casa, invece, è una scelta intelligente e razionale, perché riduce notevolmente il rischio di esporre se stessi e gli altri ai danni del virus. Non è un concetto di difficile comprensione, ma pare che a molti sfugga.

E che dire di chi lascia queste nostre aree per andare in vacanza? Ecco qui un caso: due ragazzi italiani sono partiti da Parma per andare in vacanza a Madrid. Per fortuna sono stati beccati e denunciati. Ma chissà quante persone stanno circolando con le medesime intenzioni, le stesse persone che, se si ammaleranno, se la prenderanno con il governo, con Dio e anche con la Fata Turchina, pur di non ammettere a se stesse le proprie responsabilità. Si sa, è sempre colpa degli altri.

Cerchiamo di essere intelligenti: si può vivere bene anche senza partire adesso per le vacanze, partecipare a feste ed eventi e scatenarsi in modo convulso per imperscrutabili ragioni.

Divagazioni su fango e pozzanghere

Ieri pomeriggio ho fatto il mio giretto dell’oca, quello che ho già descritto qualche post fa. Non avviene a caso, ovviamente, perché nulla si fa per caso. Quel percorso ha per me un significato particolare e molto intimo, ma non intendo seccare chi legge spiegandone ragioni e sfumature. Preferisco invece soffermarmi su una cosa poco affascinante e molto concreta come il fango.

Dopo la neve di venerdì, nel sentiero-parchetto solitario che unisce l’orrido Viale don Minzoni a Via Riva del Garda, si sono formate piccole pozze d’acqua e poi, tutt’intorno, foglie ridotte a viscida poltiglia e fango, tanto fango, morbido, scuro, traditore. Così la mia passeggiata ha assunto i contorni di una minuscola avventura, forse un po’ fantozziana, visto l’alto rischio di scivolare su quel putridume assortito. Mi è andata bene, l’ammetto: non sono scivolata, ma sono tornata a casa sana e salva nonostante il pericolo.

Non è bello, infatti, scivolare sul fango e magari crollare di colpo dentro a una pozzanghera nera, inzaccherarsi in maniera pietosa e annaspare in modo patetico pur di riuscire a rimettersi in piedi per poi tornare a casa; e tornare a casa sperando che nessuno c’incontri, sperando che nessuno ci colga nella nostra miseria di esseri umani con gli abiti inzaccherati, vergognosamente sconfitti dalla melma in un angolo remoto di una città di provincia.

Se ci si pensa bene, basta un po’ di fango per nullificarci: uno spruzzo di fango e voilà, scompare la dignità dei vestiti ben stirati, del giaccone pulito in tinta con i pantaloni, della sciarpa elegante e ben annodata – il nodo giusto, mi raccomando, proprio quello adatto all’occasione. Perché sì, è proprio vero, l’abito fa sempre il monaco, che lo si voglia oppure no. Dunque, si stia attenti al fango e alle pozzanghere e alla melma sparsa per ogni dove.

Però si potrebbe anche tentare un esperimento, così, per vedere qualche reazione o per divertirsi un po’. Si potrebbe cercare una pozzanghera adatta, una bella pozzanghera marrone, profonda, piena di detriti limacciosi, e crollarci dentro apposta, con voluttà squisita, per poi rivoltarsi e rivoltarsi e rivoltarsi ancora fino a uscirne immondi; e dopo, con scioltezza e adeguato portamento, entrare in un bel bar come se niente fosse, con serafica calma, avvicinarsi al bancone e chiedere un buon caffè.