Scrivere


Non è facile. Richiede concentrazione, impegno, isolamento, pazienza, sforzo, riflessione. A volte comporta anche frustrazione, perché il risultato finale non è quello desiderato. Eppure, per amore, si fa.

Mai come in questo caso è vero che l’amore vince su tutto. Quando si ha questa passione nel sangue, quando la si avverte dentro di sé in maniera prepotente, si supera qualsiasi ostacolo, qualsiasi fatica, qualsiasi dolore. Per alcuni scrivere è una necessità vitale, come l’aria che si respira e senza la quale sarebbe impossibile andare avanti.

Per alcuni, i fogli bianchi sono sempre un invito al quale è difficile sottrarsi. Trovarli poi d’improvviso, dimenticati in qualche cassetto impolverato e aperto per errore, è un regalo emozionante, quasi un segno del destino: è come se quei fogli avessero atteso a lungo, celandosi volentieri allo sguardo superficiale del mondo, solo per offrirsi a chi li ama davvero.

(In foto il dipinto Bambina che scrive, di Telemaco Signorini)

Passioni scatenate (II)


Come ho scritto in un altro post, non amo le telenovelas e ne ho viste soltanto due non interamente, più una decina di puntate di Cuore selvaggio. In queste ho notato il ripetersi di uno stereotipo: la presenza della donna-infermiera.
L’eroina, una fanciulla sospirante, avvolta in pizzi e trine, ingenua, lacrimante, onesta e impegnata a struggersi per amore, non fa altro che ricamare, prendere il tè e chiacchierare con altre femmine. Poi, a un certo punto della vicenda, il maschio della situazione viene gravemente ferito e lei olè!, d’improvviso si trasforma in un’esperta infermiera.

Ad esempio, in Amor real Manuel, il protagonista, viene condotto a casa pieno di sangue dopo che un disgraziato l’ha impallinato a dovere sperando che morisse. A questo punto che accade? Quella lagna della moglie Matilde, che piange in ogni puntata per i motivi più disparati, comincia a prendere catinelle colme d’acqua e panni bianchi e, prima dell’arrivo del macell…, ehm, del medico, opera con abilità sulla profonda ferita di Manuel improvvisandosi infermiera provetta. Naturalmente piange per tutto il tempo, ma in questo caso le sue eccessive lacrime hanno almeno un senso viste le condizioni del consorte.

Ora, se immagino me stessa al posto di Matilde – io però non piango per ventiquattro ore di fila tutti i giorni dell’anno –  temo che il povero Manuel morirebbe dissanguato perché, oltre a non essere infermiera, non saprei neppure improvvisarmi tale. Questa mia inettitudine, però, ha un lato positivo: farebbe terminare la telenovela in tempi assai ragionevoli, accorciandola di circa due terzi del totale. Il classico caso, dunque, in cui una mancanza o difetto si rivela invece un pregio.
Al di là di ciò, resta vivo l’importante quesito: fra i sogni segreti di molti maschi, aleggia forse la figura della donna-infermiera?