Di bizzarra stagione

pioggia

In  questi  ultimi  giorni  ho  evitato  di  scrivere  non  per  mancanza  di  idee,  ma  per  pura  stanchezza. Stanchezza  fisica. Le  giornate  sono  trascorse  serene, spesso  soleggiate, a  volte  aspre  e  piovose, in  linea  con  la  strana  fusione  di  primavera  e  autunno  che  ha  caratterizzato  buona  parte  di  febbraio. Una  bizzarra, nuova  stagione  che  abbiamo  osservato  con  un  po’  di  stupore.

In  certi  giorni, quando  il  sole  e  la  pioggia  si  rincorrono  in  maniera  caotica, si  resta  confusi  e  forse  si  avverte  un  po’  d’insicurezza. Ma  se  la  pioggia  è  quella  silenziosa, sottile, quasi  impercettibile  tipica  della  primavera, ci  si  sente  avvolti  da  un  indefinibile  senso  d’intimità. Allora  si  cerca  un  momento  di  solitudine, si  evita  di  parlare, si  ascolta  soltanto  il  silenzio. E  talvolta, se  si  è  fortunati, ci  si  sente  rapiti  in  cammino  verso  l’Altrove, consapevoli  e  così  forti  da  non  temere  nulla. Sono  le  stagioni  strane  come  questa  a  toccare  il  cuore, a  scoprire  abissi  d’insospettata  saggezza, a  cancellare  ogni  traccia  d’affanno.

 

Segreto d’inverno


L’inverno si è vestito di grigio e di nero. Il pomeriggio è squallido, eppure l’atmosfera cupa non riesce a influenzare il mio umore.

Ho pubblicato l’immagine associata a questo post già un’altra volta, durante l’estate del 2010. Si tratta di uno splendido dipinto di Silvestro Lega dal titolo La visita. Credo che si accordi alla perfezione con il clima di questa giornata.

È un dipinto che mi affascina perché, pur mostrando con notevole efficacia i toni e la tristezza che pervadono le giornate di questa stagione, non suscita in me alcuna malinconia: c’è qualcosa di caldo e di profondamente umano a pervaderlo nell’insieme, e non è soltanto merito dell’abbraccio delle due donne in primo piano. Mi colpisce in modo particolare la figura femminile sullo sfondo a destra, quella che sta per arrivare, perché mi trasmette un profondo, inspiegabile senso di calma. È come se, in questo straordinario quadro, fossero racchiuse una saggezza antica, la chiave della serenità, il segreto dell’esistenza.

Di saggezza e disincanto


Non si tratta soltanto di esaltare i propri pregi. Vi è una ragione molto più profonda, che cela una saggezza infinita: non si possono mostrare a chiunque le ferite dell’anima, l’inevitabile stanchezza dopo le notti insonni, il disincanto che pervade ogni pensiero.

(Nell’immagine il dipinto L’ultima occhiata, di Federico Zandomeneghi)

Non lagnarsi mai


Conoscere la natura umana per ciò che è, senza infondati e pericolosi ottimismi ma con sano realismo, si rivela un aiuto prezioso nel complicato e affascinante cammino dell’esistenza.
Nel suo Oracolo manuale e arte di prudenza, una raccolta di aforismi, il gesuita spagnolo Baltasar Gracián (1601-1658) ci offre un esempio della sua saggezza e della sua arguzia, mettendo in luce quanto sia controproducente lamentarsi troppo dei propri guai di fronte agli altri.

Non lagnarsi mai
Le lamentele portan sempre seco discredito: servono più di stimolo alla passione per infierire, che non alla compassione per recar conforto; spianano la via a chi le ode per comportarsi come colui che le ha provocate, e la conoscenza d’un primo oltraggio basta a giustificare il secondo. Certuni a forza di lamentarsi delle passate offese provocano quelle future e, mentre vanno in cerca di rimedio e di conforto, destano negli altri il disprezzo e magari la maligna soddisfazione. Miglior politica è quella di celebrare i benefici ottenuti da qualcuno per stimolare altri a farne di nuovi; e il ripetere l’elenco dei favori fatti da chi è lontano, val quanto sollecitarne altrettanti da chi è vicino: è, in sostanza, un vendere credito dagli uni agli altri. E l’uomo accorto non mette mai in piazza né le scortesie ricevute né i propri difetti; proclami invece i segni di stima che ha ricevuto, perché gli serviranno a procurarsi amici e a sbarrar la strada ai nemici.

Fare e far figurare quel che si fa


Baltasar Gracián y Morales (1601-1658), gesuita e fine scrittore, nel suo Oracolo manuale offre ai lettori trecento massime o aforismi, consigli molto utili per la vita sociale. Con le sue massime Gracián tratteggia la figura di un perfetto uomo di corte. Ne riporto una con il commento dell’autore.

Fare e far figurare quel che si fa
Le cose non vengono tenute in conto per quel che sono, ma per quel che appaiono. Valere e saper mostrare che si vale, significa valer due volte: ciò che non si vede, è come se non ci fosse. La ragione stessa non è venerata come dovrebbe, là dove non si mostra per quel che è. Son molti di più gli ingannati che non gli accorti; l’inganno prevale su tutto e le cose si giudicano dal di fuori; vi son cose che in sé son ben diverse da quel che sembrano. La buona esteriorità è la miglior raccomandazione dell’interiore perfezione.

(L’immagine è tratta da: http://www.poetyca.it)