Passeggiata in città

Cosa succede se la terribile calura estiva ci regala una piccola tregua? Succede che si possa finalmente camminare un po’, andando alla riscoperta di strade e quartieri dimenticati o lasciati da parte per semplice disinteresse.

A cinque minuti da casa mia c’è il quartiere Sant’Agnese vecchio. Insieme al centro storico e al Buon Pastore, è considerato uno dei migliori quartieri della città. Si distingue in modo particolare per un’alta concentrazione di ville, soprattutto liberty, e di palazzi di lusso, oltre che per essere un’area molto verde. Ieri, approfittando della giornata abbastanza mite, ho deciso di visitarlo scattando qualche foto, giusto per divertirmi un po’, senza pretese.

Via Vedriani è piena di alberi e molto silenziosa. Ci si passeggia volentieri:

Anche via Archirola riserva belle sorprese:

Via Valdrighi, verdissima e con molti palazzi “blindati” dagli alberi:

Da via Valdrighi si raggiunge la chiesa di Sant’Agnese, parrocchia del quartiere, che si affaccia su piazzale Annibale Riccò:

Ed ecco la chiesa:

Viale Moreali, largo, verde e pieno di traffico, anche se l’ho fotografato in un raro momento di pace:

Via del Gambero, una laterale di viale Moreali:

All’angolo con via Malmusi ci accoglie una casa in disfacimento:

Al ritorno, una bella palazzina in via Prampolini:

Passeggiata nella nebbia

Questa mattina mi sono svegliata con la nebbia, una fitta coltre grigia distesa sul piccolo mondo che circonda la mia casa – e quel frammento che è la mia vita. Il parco sotto casa mia si è trasformato in uno spazio di pura desolazione, con i rami degli alberi affranti e inermi di fronte all’asprezza di gennaio:

Ma questa severità, questa tetraggine che non consente distrazioni o imperdonabili leggerezze, ha in sé la dignità del silenzio e il vigore di chi non si arrende mai, qualsiasi cosa accada. Via Solieri, non lontana da casa mia, sembrava oggi racchiusa in un’altra dimensione o forse persa in sogni inafferrabili e vaghi:

E poi il viale, viale Buon Pastore, che dà il suo nome al quartiere e che d’inverno assume un aspetto cupo e minaccioso. Qui è all’incrocio con via Peretti:

Io proseguo verso il parco vicino al residence I Portici, dove da ragazzina trascorrevo parecchio tempo durante i mesi estivi. Il parco non è bellissimo, ma ha il pregio di essere un’oasi di verde vicino a casa. Stamattina, con la nebbia, appariva quasi inquietante:

E questo è il viale fuori dal parco:

Proseguendo e oltrepassando il residence I Portici, si arriva all’incrocio con via Riva del Garda e via Sassi; andando dritto si raggiunge un altro parchetto, ricavato dal vecchio vivaio. Questo è viale Buon Pastore all’altezza del parchetto:

E questo è il parchetto:

Non è bellissimo neppure durante la primavera, ma ha il pregio di nascondere una gradevole sorpresa – gradevole per me, per la mia fantasia sempre pronta a cogliere strane sfumature o bizzarre connessioni. La sorpresa è un lungo sentiero, seminascosto dietro ad alcune ville, cui si accede dal parco; il sentiero collega viale Don Minzoni – un orrore di traffico a ogni ora del giorno – e la già citata via Riva del Garda. Percorrendolo si ha l’impressione di trovarsi in campagna; solo che qui siamo in città e a dieci minuti dal centro storico. Proviamo a entrare in questo piccolo angolo:

Pochissimi colori freddi e una poltiglia fangosa sul nostro cammino: questa è l’essenza dell’inverno e il suo insegnamento. Comprenderla e amarla è un privilegio.

La villetta

città

Accanto al palazzo in cui trascorsi la mia infanzia, c’era una graziosa villetta. L’ampio giardino che la circondava era un intrico di alberi e cespugli, non troppo curato ma neppure sciatto, da cui la villetta spuntava come uno strano fungo.

Quando me ne andai da quella strada, per un lungo periodo non pensai più a nulla, decisa a guardare soltanto avanti. Col trascorrere degli anni, però, ogni tanto quella villetta cominciò a ripopolare le mie fantasie. Nell’aprile del 2018, dopo essere tornata nel mio vecchio quartiere, l’ho ritrovata intatta; ma, dopo qualche mese, la graziosa villetta è stata demolita per lasciare spazio alla costruzione di un condominio di lusso, ormai quasi interamente ultimato.

La fine di quella villetta è stata per me un dispiacere, come se una parte del mio passato fosse stata cancellata a forza per sempre. Perché sì, esistono cose che infondono sicurezza per il fatto stesso di esserci, di sembrare inamovibili; attorno a esse, attorno alla loro immagine, si addensano ricordi, emozioni, fantasie che le rendono vive e presenti e rilevanti; allora, vederle scomparire d’improvviso è come assistere impotenti alla dissoluzione di un importante frammento della propria esistenza.

Poi preferisco stendere un velo pietoso sui sedicenti palazzi di lusso che vedo fiorire ultimamente in questa città.

Di casi, memorie e coincidenze

Mi accorgo che, in questi ultimi tempi, parlo spesso di me stessa, cosa che, in passato, ho fatto con una certa parsimonia. Il problema è che, per ora, non so scrivere diversamente. Questi post, allora, sono forse adatti agli amici virtuali di lungo corso, quelli che frequentano il mio blog da anni e che non si spaventano leggendo certi argomenti. Il contenuto del post non è allegro: chi non se la sente di leggerlo, lo salti.

In questo periodo, il più bel momento della giornata arriva quando, dopo cena, mentre a poco a poco cala la sera, mi siedo sul balcone della cucina e resto sola a guardare il cielo immenso sopra di me, gli alberi sul ciglio della strada e le case in lontananza. Si vede persino la Ghirlandina che, tutta bianca, sfida l’avanzare delle tenebre quasi fosse un faro nella notte, un punto di riferimento, una certezza.

Ci sono due balconi in questa casa: oltre a quello che ho appena descritto, ce n’è un altro, in camera da letto, che si affaccia su un parco lungo e stretto. Sì, proprio su un parco: dal balcone, e anche dalla finestra della sala – io mi trovo al quarto piano -, gli alberi e il viale del parco sono lì, sotto i miei occhi, separati soltanto da una piccola striscia di cortile. E allora già immagino che vertigine di colori e di malinconia e di emozioni senza fine sarà durante l’autunno, anche perché, di fronte a me e oltre il parco, c’è una casa a tre piani che sembra venuta a noi dall’Ottocento. Un piccolo palazzo d’altri tempi, solido e all’antica. Soltanto lui in mezzo a case molto diverse. Eppure basta a creare la giusta atmosfera.

Ricordo che, durante l’infanzia, evitavo accuratamente questo piccolo parco, che collega Via Peretti e Via Pagliani, perché era piuttosto squallido; e lo evitavo così tanto da non ricordarne neppure l’esistenza. Quando mi trasferii in centro storico, lo dimenticai completamente. Ma adesso, a distanza di molti anni, è cambiato: gli alberi sono cresciuti e finalmente sono diventati belli e rigogliosi.

Il punto, però, è un altro. Il punto è che a volte capitano cose strane, coincidenze particolari. Nel febbraio del 2016, sognai un amico di mio padre scomparso tre anni prima. Nel sogno m’invitava a salire in macchina con lui e io, a malincuore, accettavo. Aveva l’aria allegra, l’aria di chi vuole fare una sorpresa gradita. Ebbene, nel sogno mi condusse proprio in questo parco, in questo luogo al quale non pensavo mai, e, con un ampio gesto delle mani, me lo mostrò come se si trattasse di chissà che bellezza; ma io restavo profondamente delusa, perché il parco era circondato da mura, era privo di alberi e di fiori e, in terra, era a malapena coperto da erba sottile e molto rada.

Sempre in quel periodo, cominciai a pensare spesso a questo quartiere, dopo tanti anni in cui per me era stato del tutto inesistente, un niente assoluto. Quando mi accadeva – quando d’improvviso mi tornava in mente – provavo una sensazione indefinibile, una sorta di desiderio e di timore allo stesso tempo: era come se volessi tornare e come se, però, temessi di essere costretta a farlo; era come se, dopo un lungo oblio, queste strade, questi angoli, questi alberi mi stessero chiamando, stessero reclamando la mia attenzione. E ciò mi inquietava perché si accompagnava a vaghi terrori, a strane malinconie, a sensazioni oscure. Poi mi tornava alla mente anche il parco del sogno, quel parchetto che nella vita reale avevo sempre disdegnato, che avevo attraversato a malapena una volta o due durante la mia infanzia guardandolo con disprezzo.

Ed eccomi qui, nel 2018, ad abitare proprio accanto a quel parco, così vicina che mi sembra quasi di abbracciarlo. E non sono stata io a scegliere questa casa; non avrei neppure mai immaginato di potermi trovare, un giorno, scaraventata qui, a forza, dopo un lutto. Costretta a tornare nei luoghi della mia infanzia e della prima adolescenza in un momento tanto delicato.

Ma i particolari casi della vita non terminano qui. Lo scorso gennaio, all’ospedale, nel reparto in cui era ricoverata mia madre, incontrai una dottoressa che mi spiegò cosa stava succedendo, ossia che non c’erano più speranze. Non avrei mai riconosciuto quella donna, vedendola; ma, sentendo il suo nome e il suo cognome, e sapendo che aveva la mia stessa età, mi accorsi che si trattava di una mia ex compagna di prima elementare, prima elementare che frequentai alla scuola Giovanni Pascoli, proprio a poca distanza da dove abito ora. L’anno successivo cambiai scuola e così persi di vista tutte le vecchie compagne; però, avendo moltissima memoria, ho riconosciuto subito in quella dottoressa la bambina che, nella fotografia di classe della prima elementare, mi era addirittura seduta vicina.

Così, quando adesso cammino lungo Viale Buon Pastore per andare in centro storico, rivedo ogni cosa: rivedo gli infiniti passi fatti qui, da sola e insieme a mia madre, in tutte le stagioni; poi, quando arrivo davanti all’edificio che, tanto tempo fa, ospitava la scuola elementare, rivedo anche quella mia compagna di classe, quella seduta vicina a me nella fotografia e che ho ritrovato soltanto, dopo molti anni, lo scorso gennaio. In un momento cruciale.

Pomeriggio d’agosto


Oggi pomeriggio avrei dovuto dedicarmi a studiare. Tuttavia, a causa di alcuni imprevisti, sono stata costretta a recarmi a un centro commerciale piuttosto distante da casa mia. Ho scelto di andare in bicicletta nonostante la giornata afosa, perché era da tempo che non lo facevo. Sono partita alle sedici e un quarto, mentre le strade del centro storico erano abbastanza tranquille.

Per arrivare alla mèta, ho dovuto prima attraversare il mio vecchio quartiere, quello in cui ho vissuto fino all’età di diciassette anni. Quando mi capita di tornarci, non posso fare a meno di ricordare. Non è un atto volontario, ma un impulso cui non riesco a sottrarmi. Ogni volta è la medesima cosa: rivedo me stessa, a dieci o a sedici anni, camminare lungo quelle strade sotto il sole estivo cocente o in una spenta giornata d’ottobre; mi rivedo giovanissima e mi sovvengono altre estati e altri inverni. Anche oggi non ho potuto evitare il rincorrersi frenetico delle memorie.

Attraversando Viale Buon Pastore ho ritrovato la cara, vecchia fermata dell’autobus da cui partivo alle sette e trenta del mattino per raggiungere il liceo: è sempre la stessa, immobile, quasi addormentata, come se la sua esistenza non avesse alcuna importanza, come se la sua presenza dipendesse dal caso. Era così allora, è così anche adesso.
Le sono affezionata perché lì ho sostato troppe volte per rimanere adesso fredda e indifferente; le sono affezionata perché lì ho chiacchierato con amiche e vicini di casa, ho preso la pioggia e il vento, ho sognato e riso e sperato.

Al termine di Viale Buon Pastore, all’incrocio con Viale Amendola, ho incontrato il solito, fastidioso traffico, la solita antipatica corsa di auto che non conosce tregua in nessuna stagione. Era così quando avevo sei anni, è così anche ora.

Per arrivare al centro commerciale Leclerc ho deciso di attraversare il parco della Repubblica, e inevitabili sono affiorati altri ricordi. Da bambina lo frequentavo spesso. Mi piaceva andarci soprattutto a marzo, quando i prati si ricoprivano interamente di violette: ce n’erano un’infinità e per me, che allora amavo il sole, erano il segno più bello e più vero della fine dell’inverno, erano la promessa di una stagione di giochi e di corse all’aria aperta.

Dopo aver abbandonato il parco, ho raggiunto il centro commerciale, che detesto con tutte le mie forze. Quando sono costretta ad andarci, come oggi, cerco sempre di sbrigarmi perché non vedo l’ora di uscirne. No, non è corretto: non vedo l’ora di fuggire, questo è il verbo adatto.
I centri commerciali stimolano sempre in me un prepotente desiderio di fuga e m’infondono tristezza perché sono luoghi che spersonalizzano, omologano, appiattiscono.

Ecco perché, terminati gli acquisti, ho cercato di raggiungere il centro storico velocemente nonostante fossi stanca e accaldata. E tornare in questo reticolo di vie strette è stato un autentico sollievo: sono fuggita dal centro commerciale, sono fuggita dai ricordi, sono tornata al presente.