In gita

montefiorino

Siamo  quasi  tutti  in  vacanza  o,  almeno,  lo  siamo  con  la  testa, e  i  pensieri  volano  lontano  in  cerca  di  qualche  ricordo  e  di  un  po’  di  risate. D’altra  parte  il  caldo  non  è  più  troppo  intenso, l’estate  è  diventata  piacevole  e  ci  si  sente  allegri  e  spensierati, desiderosi  di  non  prendersi  troppo  sul  serio. E  allora…

Durante  l’infanzia  e  l’adolescenza, trascorrevo  il  mese  di  agosto  in  un  paese  dell’Appennino  tosco-emiliano (quello  che  si  vede  in  foto): lì, infatti, la  mia  famiglia  aveva  una  casa.  Una  volta, quando  avevo  dieci  anni, il  parroco  del  luogo  organizzò  una  gita  a  Sotto  il  Monte, in  provincia  di  Bergamo, paese  natale  di  papa  Giovanni  XXIII. Con  mia  grande  sorpresa, a  mia  madre, che  non  era  mai  stata  amante  di  questo  tipo  di  viaggi, venne  il  ghiribizzo  di  parteciparvi  e  di  trascinare  anche  me  nell’avventura. Io, però, ne  avrei  fatto  volentieri  a  meno. Che  la  cosa  mi  risultasse  sgradita  non  deve  stupire: essendo  libera  di  scorrazzare  tutto  il  giorno  in  giardino  come  una  piccola  selvaggia, l’idea  di  dovermi  alzare  alle  cinque  della  mattina (eh  sì, alle  cinque!)  per  lasciare  i  monti  e  mettermi  in  viaggio  verso  la  pianura  padana, il  tutto  su  un  pullman  pieno  di  gente  che  conoscevo  a  stento, non  mi  convinceva. A  ciò  si  aggiunga  la  mia  introversione  e  si  capisce  quale  potesse  essere  il  mio  stato  d’animo. Purtroppo, però, a  quell’età  si  può  fare  ben  poco  se  i  genitori  si  mettono  in  testa  qualcosa  e  perciò  fui  costretta  a  partire.

Com’è  tristemente  noto  ai  più, in  questi  casi  chi  organizza  una  gita  tende  a  fare  le  cose  in  grande, in  una  sorta  di  vertigine  dell’accumulo: non  si  vuole  visitare  bene  un  luogo  interessante, ma  si  vogliono  attraversare  tanti  posti  in  poco  tempo, quello  necessario  per  illudersi  di  esserci  stati. E  il  nostro  caro  prete  non  fece  eccezione: il  viaggio, infatti, prevedeva  la  visita  di  Caravaggio, Sotto  il  Monte, Bergamo  Alta (quella  Bassa  no!)  e, dulcis  in  fundo, Sirmione. Il  tutto  con  la  pretesa  di  tornare  a  casa, belli  e  pimpanti,  entro  la  serata. Ora, è  vero  che  io  ero  piccolina, però  conoscevo  già  la  geografia  e  sapevo  che  un  itinerario  del  genere  avrebbe  significato  tanta  fatica  per  non  capire  niente  di  ciò  che  avremmo  visto. Pertanto  mi  misi  in  viaggio  di  pessimo  umore  e, appena  giunti  in  pianura nei  pressi  di  Modena, mi  addormentai  per  svegliarmi  direttamente  in  provincia  di  Bergamo.

La  prima  tappa  fu  Caravaggio: ricordo  che  scendemmo  a  moto  sostenuto  in  una  piazza  rettangolare, della  quale  nessuno  ci  rivelò  il  nome, poi  entrammo  in  fretta  in  un  palazzo  o  in  un  chiostro; qui  sostammo circa  cinque  minuti  scarsi, dopo  di  che  il  parroco, tutto  giulivo, c’intimò  di  salire  sul  pullman  per  proseguire  il  viaggio.

Arrivati  a  Sotto  il  Monte, la  sosta  durò  un  tempo  più  umano  e  ragionevole  perché  occorreva  visitare  la  casa  del  papa,  entrare  in  qualche  chiesa  e  darsi  alle  libagioni, cioè  al  pranzo. Della  casa  non  ricordo  nulla  e  neppure  del  pranzo; non  so  né  dove  né  come  mangiammo (l’ho  rimossoooo!). Tuttavia, conoscendomi, ho  il  fortissimo  sospetto  che  rimasi  quasi  a  digiuno, come  sempre  mi  capita  quando  sono  nervosa.

Si  sa  poi  che, in  queste  occasioni, è  d’obbligo  farsi  fare  qualche  foto, utile  a  dimostrare  ad  amici  e  parenti  che  si  è  stati  in  gita (la  provaaaaa!), manco  si  fosse  raggiunto  il  Polo  Nord  con  cani  e  slitta. Ecco  che  allora  alcuni   si  fecero  immortalare  accanto  alla  statua  di  papa  Giovanni; io, invece, nera  più  che  mai  e  per  natura  poco  incline  ai  riti  di  gruppo, rifiutai  categoricamente  di  farmi  fotografare. E  fui  irremovibile.

Terminato  il  grande  spasso  a  Sotto  il  Monte, ci  precipitammo  come  furie  a  Bergamo  Alta. Qui  ci  fermammo  su  una  salita  e  il  prete  ci  fece  subito  guardare  in  basso, oltre  un  muretto,  per  dimostrarci  che, sì, ciò  che  dicevano  le  cronache  era  vero, ossia  Bergamo  ha  effettivamente  una  parte  alta  e  una  bassa. E  così,  rinfrancati  da  questa  importante  conferma, ripartimmo  all’istante.

L’ultima  tappa  di  questa  inutile  marcia  fu  Sirmione, un  bellissimo  paese  sul  Lago  di  Garda. Purtroppo, in  quel  momento, noi  non  vedemmo  bellezza  alcuna  perché  sostammo  meno  di  dieci  minuti  in  un  imprecisato  viale  colmo  di  gente, caotico  come  una  località  della  Romagna  a  Ferragosto,  e  il  lago  rimase  un  miraggio.

A  questo  punto  iniziò  l’estenuante  viaggio  di  ritorno. Non  ricordo  più  quanto  durò  né  ricordo  cosa  dissi  quando  finalmente  mi  trovai  a  casa. Però, conoscendo  il  mio  carattere, so  che  qualcosa  devo  aver  detto, e  qualcosa  di  forte  anche, perché  dopo  di  allora  nessuno  osò  mai  più  invitarmi  a  gite  del  genere.