Percorso d’inverno

Quest’immagine rimanda a un paesaggio diverso dalla realtà. Oggi, infatti, il cielo era azzurro e soleggiato nonostante il freddo, tanto da sembrare un bizzarro presagio di primavera. Ma gli alberi spogli, in fila lungo la strada e nel parco, parlano dell’inverno appena iniziato.

A volte, prima di cena, m’immergo nell’oscurità del parco. Basta poco: scendo, esco dal portone, svolto a destra ed è fatta. Lungo il sentiero, pochi lampioni accesi, rarissimi passanti, il tempo per pensare – e per dileguarmi nel buio.

Il parco è piccolo, pochissimi minuti e arrivo proprio là, dove voglio. Arrivo in quella strada che non so definire, che mi sembra quasi fuori dal mondo; quella strada cui non ho pensato per tanti lunghi anni, quella strada che credevo dissolta nella nebbia del tempo. Scomparsa per sempre, forse persino disprezzata.

Invece è lì, eternamente immobile, identica a se stessa nonostante le troppe stagioni trascorse una dopo l’altra. Quando l’ho rivista per la prima volta, lo scorso aprile, è stata una rivelazione: come tornare d’improvviso a un passato mai sepolto, come se tutti gli anni trascorsi fossero stati soltanto un estenuante preludio a questo ritorno. Come se quella strada mi aspettasse. Perché quella strada è un passaggio, un collegamento.

L’ho detto: è rimasta la stessa. Assomiglia a un borgo rurale, con le sue casette piccole e silenziose e quelle insolite curve, quelle strane svolte che sembrano entrarmi dentro. Le curve, la breve discesa, alcune villette; e poi la via in cui trascorsi la mia infanzia. Tutto come se non l’avessi mai lasciato.

E mentre cammino, mentre stupita affronto quelle curve e persino l’asfalto sembra volermi parlare, rivedo soltanto due stagioni: l’inverno e la primavera. Non ne esistono altre. Rivedo l’inverno e torna l’infanzia, rivedo la primavera a torna l’inizio dell’adolescenza. Bastano due curve, due brevi svolte per vedere. E per sapere.

Intanto, buon anno a tutti.

 

 

Al crepuscolo

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Stiamo  vivendo  quel   breve  momento  dell’anno  in  cui  l’inizio  dell’autunno  assomiglia  all’inizio  della  primavera. Settembre  come  marzo  o  marzo  come  settembre: armonia  di  chiaroscuri  in  attesa  del  compimento, un  preludio  di  nuovi  umori  e  di  altri  sapori.

Il  tardo  pomeriggio  sfuma  nella  sera  placidamente, persino  con  eccessiva  discrezione. Ma  è  questo  stile  sobrio, questo  timore  di  disturbare, questo  procedere  silenzioso  e  assorto  a  rendere  l’autunno  un  amico  ineguagliabile.

Dietro  le  porte  chiuse, vaghi  ricordi – al  crepuscolo, come  sussurri  da  un  tempo  lontano.