Discorsi di maggio: le rose, il condominio e vecchi ricordi

 

Maggio è il compimento di questa stagione: è la primavera ormai sicura di se stessa, senza più dubbi o ansie improvvise. E maggio è anche il mese delle rose. Forse una passeggiata in un roseto è il modo migliore per onorare questo mese così bello.

Ma le rose mi riconducono anche al passato. Nel palazzo in cui trascorsi la mia infanzia, c’era un bel giardino grande. A maggio le aiuole erano una meraviglia, piene di rose di ogni colore. A occuparsi del giardino era un signore anziano del condominio: si chiamava Giulio, aveva stretto amicizia con mia madre ed era un uomo mite e simpatico. Non era un giardiniere professionista, così come del resto l’amministratrice del palazzo era una semplice condomina, che percepiva un piccolo compenso per il suo impegno. Si chiamava Fernanda, era molto estroversa e un po’ chiacchierona, nel senso che amava farsi gli affari altrui con una certa disinvoltura; però era buona e spesso veniva a casa mia, di pomeriggio, a prendere un caffè.

A ripensarci ora mi sembra davvero un altro mondo, perché in quel palazzo eravamo un po’ come una grande famiglia. Io ero l’unica bambina lì residente, e perciò ero diventata una specie di mascotte del condominio. Quando scendevo in giardino a giocare, arrivava sempre qualcuno a parlarmi, a scherzare, a raccontarmi storie. Quando poi feci la prima comunione, che era considerata un’esperienza di grande rilievo, la signora del quarto piano spinse suo figlio, da lei pomposamente chiamato il maestro, a prepararmi una bellissima pergamena in ricordo dell’evento. La conservo ancora, perché la calligrafia del maestro era meravigliosa – ma all’epoca era normale, visto che alla bella calligrafia si dava importanza.

Ora, invece, quel mio vecchio e caro condominio è gestito da appositi professionisti, i famosi specialisti del settore, che hanno il loro studio lontano dal palazzo. Ma il giardino non splende più come ai miei tempi: non ci sono rose nelle aiuole, che sembrano secche e senza vita. Qualche pianta, sì, ma niente di bello.

Però sono contenta, perché il maestro c’è ancora. Morta da anni la sua vecchia e tirannica madre, vive da solo al quarto piano, ormai stabilmente impegnato come diacono in parrocchia. Fa piacere vedere che, nonostante gli inevitabili mutamenti, a volte traumatici, qualcosa del nostro passato resta. Con o senza rose.

(L’immagine è tratta da: https://www.giardinaggio.net/giardino/rose/rose-immagini.asp)

Screziature di primavera

A  pensarci  bene, la  primavera  si  riduce  a  un  indomabile, prepotente, implacabile  desiderio  di  evadere, di  perdersi  fra  prati  verdi  e  fiori  colorati  dopo  la  monotona, piatta  oscurità  invernale: è  il  desiderio  di  lasciarsi  alle  spalle  ogni  catena  e  ogni  stanca  ripetizione  per  correre  verso  il  nuovo, verso  il  sole, verso  la  luce.

La  primavera  è  un  aprirsi  al  mondo, ammesso  che  si  desideri  farlo  o  che  se  ne  abbia  davvero  la  possibilità, quella  possibilità  che  non  sempre  ci  appartiene. Un  aprirsi  al  mondo  che  diventa  sogno  o  impotenza  o,  ancora  una  volta,  ripetizione. E  allora  si  vorrebbe  che  la  primavera  fosse  magia  pura, che  il  suo  vento  leggero  recasse  messaggi, parole, divertimento, allegria – tutto  in  maniera  inaspettata, casuale, come  fosse  un  dono  del  cielo  e  perciò  infinitamente  caro.

Certo  è  che  le  mezze  stagioni, con  le  loro  incertezze, le  loro  delicatezze  e  le  loro  tante  screziature, hanno  il  pregio  di  non  opprimere, di  non  irritare  e  di  saper  sorprendere. Magari  con  poco.

Silenzio di primavera

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Primo  giorno  di  marzo: stiamo  camminando  verso  la  primavera  e  anche  il  blog  si  adegua  alla  nuova  stagione. Niente  più  immagini  di  neve  e  di  ghiacci, niente  più  toni  algidi, ma  una  ventata  di  freschezza  con  le  vivaci  tinte  primaverili.

Della  primavera  amo  soprattutto  la  fase  iniziale, quando  ormai  è  chiaro  che  l’inverno  è  soltanto  un  ricordo  e  che  ci  attendono  altri  ritmi, altri  colori  e  altri  sogni. Mi  piace  soprattutto  la  fase  iniziale  perché  accompagnata  da  un  po’  di  timidezza: il  verde  dei  prati, l’azzurro  del  cielo  e  i  toni  dei  fiori  non  hanno  ancora  la  sicurezza  un  po’  arrogante  di  maggio, ma  si  mostrano  con  qualche   incertezza  e  qualche  momento  di  lieve, affascinante  malinconia. Quando  si  alternano  nubi  irrequiete  allo  splendore  del  cielo  allegro  e  soddisfatto, quando  d’improvviso  cade  una  pioggia  silenziosa  e  sottile  a  bagnare  le  viole  e  le  più  care  memorie, allora  sì, allora  ci  si  sente  rapiti, addirittura  travolti  dalla  nostalgia  di  un  tempo  remoto  e  dall’ansia  di  vivere  e  accettare  il  presente.

A  volte  si  vorrebbe  correre  via  d’improvviso  e  perdersi  nei  prati, abbandonarsi  al  vento  leggero  e  ascoltare  le  sue  tante  parole, sedersi  sull’erba  e  dimenticare  tutti  i  doveri, proprio  come  quando  eravamo  adolescenti  e  potevamo  permetterci  di  non  pensare  o  di  illuderci  all’infinito. Eppure, nonostante  tutto, quella  magia  talvolta  ritorna; ritorna  sotto  forma  di  un  ricordo, di  un’improvvisa  emozione  o di  un  silenzio  che  racconta  favole  e  tesse  nuove  trame.

Sulle colline

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D’estate, quando  nel  primo  pomeriggio  ogni  voce  svanisce  dissolta  dall’afa, le  colline  splendono  senza  alcun  timore  sotto  il  sole  rovente.  Noi  ci  chiudiamo  in  stanze  scure,  mentre  là, oltre  le  pareti  spesse  di  una  vecchia  casa  in  mezzo  ai  campi, i  sentieri, i  fiori, i  prati  e  gli  alberi  si  abbandonano  con   fiducia  al  sole  restando  immobili, sereni, più  che  mai  vivi – e  senza  cedimenti. Estate,  carezza  ardente  per  le  colline  che  nulla  temono, che  aspettano, che  tutto  sanno  e  tutto  comprendono.

 

Incantesimo di primavera

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C’è  un’atmosfera  di  quieta  attesa  e  di  vaga  sospensione  quando,  all’inizio  di  primavera, il  sole  stenta  a  mostrarsi  e  il  grigiore, che  non  è  quello  prepotente  e  minaccioso  dell’inverno,  se  ne  sta  timido  e  incerto  ad  accompagnare  passi  silenziosi  lungo  le  vie  e  pensieri  destinati  a  restare  nello  scrigno  dei  segreti.

Ci  si  sofferma  allora  a  osservare  il  niente  dell’attesa, ad  ascoltare  l’assenza  di  voci  che  lo  pervade,  a  immaginare  prati  sterminati  e  poi  l’orizzonte: da  là, da  quell’inafferabile  infinito, giungerà  qualcosa, si  aprirà  uno  squarcio, saranno  nuove  parole. Ma  se  anche  fosse  il  nulla, resterebbe  l’incantesimo  di  primavera.

 

 

Evasione

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In  queste  giornate  afose, la  città  diventa  uno  squallido  caos  di  grigio  e  di  odori  molesti, uno  spazio  ostile  e  monotono, una  prigione  malsana  da  cui  evadere. E  allora  si  sogna: montagne, prati, fiori, laghi, spazi  immersi  nel  silenzio  e  percorsi  da  un  vento  leggero, complice  di  lunghi  riposi  pomeridiani, di  riflessioni  calme, di  conversazioni  intelligenti, di  amore  per  il  presente. E  tutto  senza  turbamenti.

C’è  un’infinita  dignità, un’aristocratica  bellezza  senza  tempo  nelle  montagne  accarezzate  dal  sole  di  luglio.

Verso il tramonto

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Questa  è  un’ora  strana, indefinibile  come  ogni  tardo  pomeriggio  di  primavera. La  luce  smorzata  eppure  sicura  di  sé, l’atmosfera  rarefatta  che  forse  precede  la  pioggia, l’animo  inquieto  che  trova  pace  senza  sapere  perché: si  vedono  colori  anche  in  una  stanza  chiusa, si  vedono  prati  e  monti  indolenti  sotto  il  cielo  ribelle.

Ci  si  trascina  verso  il  tramonto. Con  quieta  lentezza, come  di  chi  non  si  aspetta  nulla  eppure  è  appagato; come  di  chi  non  si  aspetta  nulla  eppure  è   vivo.

Di giornate senza vento

Lunghissime  giornate  senza  vento – e  si  resta  sospesi  fra  terra  e  cielo. Si  vorrebbe  che  non  avessero  mai  fine, come  i  campi  che  si  perdono  all’orizzonte, come  certi  pensieri  ossessivi  e  lenti.

Di  certi  prati  si  conoscono  persino  i  segreti   che,  in  fondo,  sono  sempre  gli  stessi, anno  dopo  anno, estate  dopo  estate. Ma  sono  gli  alberi  a  infondere  sicurezza, a  offrire  ombra  e  ristoro, a  regalare  pace  e  serenità. Senza  chiedere  nulla  in  cambio.

(Nell’immagine  il  dipinto  Case  di  Pannocchio  a  Castiglioncello, di  Odoardo  Borrani)