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Posts Tagged ‘pioggia’

Ancora

Passeggiare sotto la pioggia, mentre le strade sono vuote e il cielo intona un canto disperato, è un abbraccio con la solitudine, la solitudine più amata, quella che si sceglie senza remore.

Lungo la via, gli alberi sembrano brillare con tutta la vivace intensità della primavera, nonostante il vento freddo e il cielo quasi autunnale. Sono momenti rari, questi; sono le sfumature più bizzarre di una stagione che sa confondere, e inebriare, e sorprendere.

E sono ancora gli stessi passi – i miei passi -, quelli di tanti anni fa, quelli sepolti sotto il peso del tempo che s’illudeva di cancellarli. Sono gli stessi passi, quelli che sembrano dover parlare, quelli che non vogliono tacere. In fondo, la pioggia cade anche per questo.

 

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Sono stati giorni di freddo autunnale, giorni di pioggia e di vento, di passi affrettati lungo strade inospitali; sono stati giorni di novembre a primavera – e un vento feroce a impedire sogni di verde e di azzurro.

Ma gli alberi, nei parchi, sono quelli della nuova stagione: vivi, fieri, sicuri di se stessi, avvolti dallo splendore di un’esistenza appena cominciata.

Oggi il cielo è irrequieto, indeciso se mostrarsi clemente o arrabbiato. Ma noi dobbiamo accettarlo, e comprenderlo, e rubarne i tanti segreti.

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Come se arrivasse

Prima il vento, impetuoso, egoista, senza alcun riguardo per cose e persone; poi l’ansia e l’attesa sotto un cielo ambiguo, come sospeso in un’eterna incertezza; infine la pioggia, forse inaspettata. Sembrerebbe un giorno di inizio autunno, questo, se non fosse per il verde brillante delle foglie, quel verde malizioso che tradisce l’inizio della vita.

In lontananza, le macchine sfrecciano come se niente fosse, come se il cielo scialbo e la pioggia fossero un dettaglio senza importanza; poi, uomini e donne che camminano, figure piccole e confuse che a volte sembrano avvicinarsi, come se, d’improvviso, dovesse arrivare qualcuno da un luogo remoto – finalmente, dopo tanto tempo.

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Giorni di marzo

Marzo ha rispettato il suo copione. Si è presentato sfavillante di luce e di azzurro, con mandorli e ciliegi in fiore; poi, d’improvviso, ci ha sorpresi con un vento impetuoso, crudele nella sua sfrontata prepotenza. E oggi, finalmente, un cielo grigio chiaro, sbiadito, insignificante acquerello, accompagna la pioggia che cade adagio – presenza muta e riservata -, mentre il freddo rimanda all’inverno o, forse, a certi giorni di ottobre stanchi e malinconici, ma premurosi, garbati, pieni di riguardo.

Intanto qualcuno passa in bicicletta, incurante del tempo; altri si affannano sulla strada, rassegnati, senza ombrello.

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Ottobre: la pioggia diluisce l’orizzonte, che si fa grigio marrone bianco – amalgama senza forma e senza tempo. E le case in lontananza, immobili, sbiadite, frastornate: è il mondo intero a sfumarsi, come spogliato della propria essenza.

Talvolta ottobre è il mattino che stenta a camminare.

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E così, stasera, guardo il temporale. In passato ho sempre sperato che, prima o poi, in un 3 luglio qualsiasi, potesse piovere. Perché il 3 luglio è il giorno del mio compleanno e di pioggia, che io ricordi, non ne ho mai vista. Naturalmente la giornata è stata afosa, ma dopo le venti e trenta qualcosa è cambiato. Qualche debolissimo tuono, in lontananza, ha narrato la storia di un temporale in arrivo; così, sono andata sul balcone della cucina, quello da cui si vede la Ghirlandina in lontananza. E ho atteso. Ho atteso mentre il vento abbracciava gli alberi sulla strada e poi li scuoteva; ho atteso con pazienza mentre le luci dei lampi si rincorrevano incerte. Poi, dopo molto tempo, un tuono ha finalmente annunciato il temporale e l’acqua ha cominciato a scendere, a cadere impetuosamente, unica padrona della via ormai vuota.

Non me ne sono andata. Sulla soglia della porta-finestra ho continuato a guardare questo spettacolo, una confusione di acqua e di cielo arrabbiato. E, mentre ora sto scrivendo, continuo a guardare la pioggia, a sentire il suo rumore sulle inferriate del balcone, a osservare le automobili in lontananza – poche, lente, quasi insicure.

Ho una grave mancanza: ora non so descrivere ciò che provo o, forse, non voglio. Ma so che mi piacerebbe trovarmi in un altro tempo, in un altro momento, in un altro 3 luglio – un 3 luglio di molti anni fa – ad ammirare lo spettacolo di un temporale davanti a me, con un cielo immenso proprio sopra di me.

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Nel tardo pomeriggio, sono uscita sul balcone a guardare la pioggia scendere – e tanti alberi mossi dal vento e il cielo né grigio né azzurro. Era tutto davanti a me: pioggia, alberi, asfalto lucido, alcuni passanti sotto l’ombrello e il cielo che sembrava precipitarmi addosso per poi fuggire lontano, per ritrarsi verso l’immenso. Ma non ho provato nulla, se non un senso di vuoto e l’idea che il mio essere qui, proprio ora, sia un’assurdità, un’insensatezza, uno scherzo del destino.

In centro storico, fra quelle strade vecchie e strette, una vista simile è impossibile. Però le preferisco, quelle vecchie strade strette, le preferisco nonostante d’estate assomiglino, talvolta, a una prigione. Le preferisco perché ormai sono diventate parte di me e perché sono più vive – come se non dormissero mai, neppure di notte.

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