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Posts Tagged ‘pioggia’

A  settembre, l’autunno  manifesta  la  sua  presenza  con  estrema  discrezione. Il  suo  procedere  cauto  e  rispettoso  è  uno  spettacolo  ammaliante, ma  soltanto  per  gli  sguardi  più  attenti, quelli  che  si  soffermano  con  silenziosa  gioia  a  osservare  la  luce  stanca  del  tardo  pomeriggio, e  quella  penombra  che  invade  le  stanze  ben  prima  dello  svanire  del  giorno.

Così, non  si  può  fare  a  meno  di  immaginare  ciò  che  accadrà  quando  l’autunno  abbandonerà  il  suo  riserbo, quando  inizieranno  i  giorni  in  cui  le  foglie  cadranno  insieme  alla  pioggia, deboli  ma  non  ancora  stremate, e  noi  potremo  guardarle  dietro  a  una  finestra  chiusa, stupefatti  proprio  come  se  fosse  la  prima  volta, come  se  non  avessimo  mai  visto  prima  la  pioggia, le  foglie  e  il  vento  abbracciarsi, piangere, sorridere.

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E  finalmente, nella  tarda  mattinata  di  questo  primo  sabato  di  settembre, la  pioggia  è  arrivata  davvero, decisa  e  incerta  al  tempo  stesso, a  tratti  molto  intensa, a  tratti  debole  e  insicura. Ma  il  cielo  è  rimasto  triste  e  confuso, senza  poter  tornare  a  splendere  d’azzurro. Questo  umore  titubante, questa  pioggia,  che  cade  e  poi  si  ferma  e  poi  ricomincia  a  scendere,  è  un  primo,  sbiadito  messaggio  d’autunno.

Si  torna  allora  a  vivere, perché  comincia  a  dissolversi  l’intollerabile  arroganza  della  stagione  estiva  per  lasciare  spazio all’alternarsi  di  luci  e  di  ombre, alla  dolcezza  del  tempo  grigio  ma  privo  di  cattiveria, alla  bellezza  dei  toni  smorzati  e  opachi, alla  serenità  che  sempre  accompagna  il  procedere  calmo, rispettoso  e  lento  dell’autunno. Una  stagione  che  non  pretende  di  annientare, sottomettere, intimorire, ma  che  vuole  soltanto  accompagnare, dialogare  e  sorprendere.

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Arriva  dopo  un’attesa  estenuante, mentre  guardiamo  il  cielo  immobile, impazienti  e  stanchi. Arriva  e  il  suo  canto  è  vita  che  finalmente  torna. E  allora  piove  sui  campi  stremati  dall’afa, piove  sui  fiori  riconoscenti  e  sereni, piove  sulle  case  silenziose  e  stupefatte, piove  sugli  alberi  quieti  e  commossi. Piove, mentre  il  pensiero  corre  al  lento  declino  dell’estate, al  suo  sfaldarsi  adagio  di  fronte  all’avanzare  di  un’altra  stagione, di  un  altro  tempo – e  di  pensieri  più  puri, oltre  l’arcobaleno.

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Molti  anni  fa, a  quest’ora  soffrivo  pensando  che  agosto  se  ne  sarebbe  andato  presto  per  dissolversi  nel  mese  di  settembre, tempo  di  autunno  e  di  scuola, tempo  di  doveri  e  di  varie  oppressioni.

Anche  a  quell’epoca, il  passaggio  fra  agosto  e  settembre  mi  colpiva  sempre  con  forza. Percepivo  tutta  l’intensità  dell’estate – estate  che  sembrava  non  dover  morire – ma, nello  stesso  tempo, il  lento  avanzare  delle  ombre  s’insinuava  in  me  annunciando  la  stagione  che  sarebbe  venuta. In  genere, dopo  la  metà  di  settembre  le  prime  piogge  autunnali  mi  lasciavano  sempre  un  po’  amareggiata  e  stanca. Non  sentivo  ancora  quel  calore  avvolgente  che  invece  adesso  mi  circonda  ogni  volta  che  l’autunno  compare  con  le  sue  incertezze, i  suoi  muti  rancori, i  suoi  tanti  colori  vivaci  e  spenti, le  sue  gioie  e  i  suoi  pianti, il  suo  insondabile  mistero.

Al  di  là  di  ciò, e  scendendo  a  un  livello  decisamente  più  terra  terra, dell’autunno  amo  anche  la  possibilità  di  mangiare  una  grande  varietà  di  cibi  che, durante  l’estate, è  bandita  dalle  nostre  tavole: brodi, zuppe, minestroni, tortellini, ravioli  e  molto  altro  ancora  a  seconda  dei  gusti  personali.

Certo, l’estate  è  ancora  viva  più  che  mai  e, stando  alle  previsioni, il  caldo  non  ci  abbandonerà. Per  ora, quindi, possiamo  soltanto  accontentarci  di  pregustare  i  molti  piaceri, spirituali  e  materiali, che  una  stagione  generosa  come  l’autunno  sa  regalarci.

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Come  ho  già  scritto  altre  volte, quando, durante  l’infanzia  e  l’adolescenza,  trascorrevo  il  mese  di  agosto  nella  casa  in  appennino, io  e  le  mie  cugine  ne  inventavamo  di  cotte  e  di  crude  pur  di  sollazzarci.

All’epoca  io  ero  dotata  di  molta  fantasia, tanto  che  una  volta, mentre  me  ne  stavo  seduta  a  guardare  le  mie  cugine  che  giocavano  a  tennis, mi  venne  l’idea  di  fare  la  radiocronaca  della  partita: cominciai  a  fingere  di  essere  una  giornalista  sportiva  e  iniziai  a  commentare  a  modo  mio – in  un  modo  molto  particolare –  ciò  che  vedevo. Il  risultato  fu  davvero  esilarante, con  le  mie  cugine  che  non  smettevano  di  ridere  sentendo  ciò  che  inventavo. In  sintesi, le  descrivevo  come  due  campionesse  famose  nel  mondo  intero  per  il  loro  look  stravagante  e  certi  vezzi, oltre  che  per  la  tecnica  di  gioco. Ripensandoci  ora, mi  stupisce  il  fatto  che, durante  questa  recita, non  mi  fermavo: parlavo, parlavo  e  parlavo  in  continuazione  senza  alcuna  incertezza, come  se  tirassi  fuori  da  un  cilindro  magico  ogni  parola  che  pronunciavo. E  questo  gioco  piacque  così  tanto  che, durante  altre  partite, le  mie  cugine  mi  obbligarono  a  replicarlo.

Ricordo  poi  che  un  giorno, dopo  ore  di  corse  e  trastulli  in  giardino, eravamo  particolarmente  annoiate. Era  il  tardo  pomeriggio  e  ormai  disperavamo  di  poter  arrivare  all’ora  di  cena  facendo  qualcosa  di  stimolante; ma  d’improvviso  arrivò  mio  nonno  che  ci  disse  di  voler  provare  un’automobile. Il  fatto  era  questo: mio  nonno  voleva  acquistare  una  macchina  e, proprio  in  quel  momento,  stava  per  fare  un  lungo  giro  di  prova  su  un’auto  ferma  sulla  strada, con  un  individuo  dentro  che  doveva  guidarla  per  mostrarne  tutte  le  presunte  qualità. Per  noi  fu  come  trovare  un’oasi  nel  deserto: immediatamente  seguimmo  mio  nonno, che  in  verità  ne  avrebbe  fatto  volentieri  a  meno, per  provare  la  suddetta  automobile. Ci  trovavamo, per  così  dire, in  tenuta  da  giardino, nel  senso  che  non  indossavamo  i  nostri  abiti  migliori  ed  eravamo  anche  un  po’  spettinate. Insomma, non  avevamo  un  look  adeguato  a  un  lungo  giro  in  macchina  con  uno  sconosciuto. Ma  non  ce  ne  curammo: corremmo  in  strada  come  tre  indemoniate, salimmo  in  macchina  sul  sedile  posteriore  e, tutte  allegre, partimmo  per  il  giro  di  prova  fingendoci  interessate  all’auto, della  quale  in  realtà  c’importava  meno  di  nulla. Però  durante  il  viaggio, per  darci  un  contegno, cioè  per  non  sembrare  tre  scellerate  in  cerca  di  una  gita  gratis, ogni  tanto  esprimevamo  un  (ehm) preziosissimo  parere  tecnico  sull’auto, sulla  sua  perfetta  stabilità  durante  le  curve ( sic!)  e  sul  bellissimo  rumore  del  motore (ancora  sic!). Ebbene, quel  viaggio  di  prova  fu  molto  divertente  perché, al  contrario  delle  nostre  aspettative, fu   lungo, tanto  che  tornammo  a  casa  dopo  le  venti, felicissime  di  aver  scroccato  una  bella  gita. Poi  mio  nonno  non  acquistò  l’auto, ma  intanto  la  gita  era  stata  fatta.

A  quell’epoca, nel  mese  di  agosto, l’ultima  cosa  che  avremmo  voluto  vedere  era  la  pioggia. Ma  in  montagna, prima  o  poi, anche  solo  per  un  giorno  la  pioggia  arriva. E  così, proprio  in  un  pomeriggio  malinconico  e  piovoso, mentre  eravamo  inquiete  alla  prospettiva  di  dover  restare  in  casa, la  mia  cugina  maggiore  ebbe  un’iniziativa: filò  in  cantina  e  prese  un’orrida  coperta, vecchia  e  persino  un  po’  bucata, che  mio  nonno  aveva  intenzione  di  gettare  via. Con  questa  coperta  color  melanzana  e  tre  bastoni   corremmo  in  giardino  e  lì, su  uno  dei  due  prati  in  cui  c’erano  cipressi  e  piccoli  abeti, piantammo  i  bastoni  e  creammo  una  specie  di  tenda. Sedute  sul  prato  bagnato  sotto  la  tenda, cioè  sotto  l’orrida  coperta  vecchia  destinata  alla  spazzatura, ci  sembrò  di  rivivere: la  pioggia  non  era  più  una  nemica  ma  un’occasione  per  divertirci. Tralascio  di  descrivere  lo  stato  dei  nostri  abiti  dopo  questa  incauta  avventura, visto  che  si  può  immaginare  con  facilità. Però  fummo  molto  soddisfatte  perché, nonostante  il  grigio  e  la  pioggia, eravamo  riuscite  a  starcene  per  un  po’  all’aperto.

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Dopo  il  lungo  inferno  dell’afa  rovente, d’improvviso  il  cielo  si  è  fatto  scuro; poi, trascorsa  una  strana  attesa  colorata  di  incertezza  e  di  umori  altalenanti, è  comparsa  la  pioggia – lenta, insicura, delicata, quasi  silenziosa.

A  giugno, quando  il  caldo  diventa  un’insensata  oppressione, la  pioggia è  respiro, possibilità  di  vita, sogno, distensione. E  si  guarda  fuori, oltre  le  finestre  spalancate, per  vederla  cadere; si  guarda  fuori come  a  ringraziarla, come  a  darle  il  benvenuto  dopo  troppo  affanno, perché  è  una  vera  amica, calma, pacata, senza  intollerabili  furori. Un’amica  venuta  da  lontano  e  pronta  a  rasserenarci,  senza  pretendere  nulla  in  cambio.

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La  delicata  pioggia  di  aprile  è  un  tocco  di  grazia  che  si  aggiunge  alla  fresca  bellezza di  questa  stagione. È  una  pioggia  che  non  invade,  ma  che  si  limita  ad  accompagnare, evocare, suggerire, accogliere. Basta  accostarsi  a  una  finestra, guardare  fuori  e  rendersi  conto  della  verità  che  ci  racconta, della  quiete  che  ci  regala, della  serenità  che  riesce  a  trasmettere  nonostante  il  cielo  incolore.

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