Tornano immagini

La  giornata  è  squallida, umida, fredda. Eppure  questo  è  il  clima  migliore  per  scrivere. Oscurità  persino  al  mattino, pochissime  voci, silenzi  interminabili, la  nebbia  a  sfumare  i  contorni: ci  si  rifugia  in  se  stessi, è  inevitabile. Ed  è  una  fortuna  saperlo  fare. Ecco  perché  in  questa  stagione  mi  sento  tanto  privilegiata.

Tornano  immagini  senza  che  io  le  abbia  cercate. Tornano  da  sole, prepotenti  o  forse  soltanto  sagge. Da  bambina, quando  guardavo  fuori  dalla  finestra  in  una  cupa  giornata  di  novembre, provavo  infinita  tristezza  e  sognavo  la  primavera, le  violette  nei  prati, il  sole  e  le  nuvole  irrequiete  di  marzo  e  aprile. Adesso, invece, sogno  i  sentieri  di  collina  invasi  dalle  foglie  dorate  e  i  monti  in  silenzio, devastati  dalla  malinconia  di  queste  ore. Ma  anche  le  grigie  strade  di  città  hanno  un  loro  fascino  strano, quasi volessero  raccontare  nuove  storie  e  aprire  varchi  inaspettati.

Adesso  la  sera  cala  presto  e, così,  si  diventa  più  austeri. Severi  no, la  severità  giunge  solo  con  l’inverno;  ma  si  diventa  più  austeri  per  rispettare  l’atmosfera  e  rispettare  se  stessi  – e  avere  pensieri  a  farci  compagnia.

Ormai  sono  chiare  tante  cose, forse  troppe. Anche  le  foglie  sanno  e  acconsentono.

Ore d’estate

Sono  strane  queste  lunghissime  ore  di  caldo  estenuante: si  cerca  il  riposo, ma  è  impossibile  trovarlo; si  resta  fermi, eppure  si  è  stanchi, persino sfiniti. E  dare  forma  ai  pensieri, per  sottrarsi  alla  consapevolezza  di  sprecare  ore  preziose, è  quasi  impossibile, un’impresa  ai  limiti  dell’umano.

Ma,  in  qualche  luogo  remoto,  l’estate  è  felicità  di  alberi  immobili  al  sole.

All’ombra

All’ombra  si  riposano  i  pensieri, ebbri  di  luce, sfiniti  dal  caldo. All’ombra  tornano  voci,  e  un  tempo  remoto,  e  passi  lenti  dietro  le  siepi  misteriose  e  immobili – come  a  non  voler  finire, come  a  non  voler  capire.

(Nell’immagine  il  dipinto  Cipressi  a  Poggio  Imperiale, di  Vincenzo  Cabianca)

 

Giugno

Con  il  primo  giugno  inizia  l’estate  meteorologica  e  i  pensieri, inebriati  dal  sole   caldo  ma  ancora  clemente  e  dalla  luce  che  inonda  i  lunghissimi  pomeriggi, volano  altrove, danzando  fra  il  passato  remoto, il  presente  e  un’infinità  di  sogni  a  colori.

Il  desiderio di  correre, di  muoversi, d’inventare  è  sempre  lo  stesso, sempre  quello  bizzarro  e  un  po’  scomposto  dell’adolescenza, in  cui  giugno  sembrava  la  porta  per  il  paradiso, la  via  verso  la  libertà.  Tornano  in  mente  i  sentieri  di  montagna  silenziosi  ma  sorridenti, le  lunghe  passeggiate  all’ombra  di  alberi  alti, le  soste  nei  campi  dorati  dominati  dal  cielo   pigro,  allegro  e  un  po’  sornione. Era  un  altro  giugno, era  un’altra  estate, erano  altre  fantasie. Eppure  tutto  è  ancora  qui, vivo  a  dispetto  degli  anni  che  fuggono  via, come  se  avesse  una  forma  e  una  consistenza  propria  che  nulla  potrà  mai  scalfire.

I  campi  di  grano, i  papaveri  felici  al  sole, le  parole  mai  pronunciate: era  un’altra  estate, ma  pretende  ancora  di  essere  ascoltata.

Di neve e silenzio


Ieri ha deciso di arrivare, muta, costante, serena: cade da ore ininterrottamente, senza pause, senza stanchezza, senza cedimenti. E ha portato con sé il suo dono più grande: il silenzio. Un magico, enigmatico, profondissimo silenzio. Un silenzio che invade l’anima, che abbraccia cose e pensieri, che chiede soltanto di essere ascoltato.

Ascoltare il silenzio. Senza provare sgomento, senza temere abissi di solitudine, senza invocare voci stridule e rumori insensati. Ascoltare il silenzio comprendendo la benedizione di ore che trascorrono lente, che impongono sguardi su angoli oscuri, che s’inebriano di sogni e speranze.

La neve continua a cadere, misteriosa e tranquilla. Verranno giorni di quiete assoluta e sarà preludio di primavera.