Pettinature imbarazzanti

Alzi  la  mano  chi  non  ha  mai  patito, da  infante, autentiche  violenze  alla  propria  capigliatura, violenze  perpetrate  da  genitori  e  parrucchieri  ‘disinvolti’  e  insensibili. Io  ricordo, ad  esempio, lo  stato  in  cui  ridussero  una  mia  povera  cugina: le  tagliarono  i  capelli, che  aveva  folti  e  belli, fino  alle  orecchie; però, da  un  lato  i  capelli  le  scendevano  sulle  orecchie  piatti, mentre  dall’altro  avevano  un  orrido  rigonfio, tutto  sporgente  all’infuori,  che  la  faceva  sembrare  pazza. Comprensibili, dunque, i  suoi  molti  pianti  dopo  l’infausta  seduta  da  quel  parrucchiere  sciroccato.

E  che  dire  della  pettinatura  in  stile  Napo  Orso  Capo? Eccola:

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A  un  mio  amichetto  d’infanzia, dotato  di  tanti  bei  capelli  ricci  e  scuri, fecero  un  taglio  un  po’  spregiudicato  ottenendo  proprio  una  pettinatura  del  genere. Il  poverino, dopo  essere  stato  ridotto  in  simili  condizioni, si  chiuse  in  una  sorta  di  mutismo  per  almeno  una  settimana, mentre  genitori  e  parenti  lo  accusavano  persino di  avere  un  brutto  carattere  perché  troppo  taciturno. Come  si  suol  dire, becco  e  pure  bastonato.

E  ora, qualche  pettinatura  orrida  per  adulti:

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Anche  sforzando  parecchio  le  meningi, non  si  riescono  ad  afferrare  i  reconditi  motivi  per  i  quali  bisognerebbe  andarsene  in  giro  conciate  in  questo  modo.

D’altra  parte, al  peggio  non  c’è  mai  fine:

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La  pettinatura  in  cespuglio-style  pare  poco  adatta  alle  comuni  giornate  di  lavoro, anche  se  forse  ha  il  vantaggio  di  poter  essere  utile  nella  stagione  fredda, perché  riscalda  le  orecchie. E  vi  pare  poco?

Ma  perché  non  rivolgerci  ai  cosiddetti  trend  del  momento? Pare  che  questa  sia  una  tendenza dell’inverno attuale:

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E  se  questa  roba  è  di  tendenza, preferisco  senz’altro  essere  fuori  moda. L’unico  discutibile  vantaggio  di  questa  specie  d’acconciatura  è  la  possibilità  che  offre  a  qualche  smarrito  volatile  di  eleggerla  a  proprio  nido.

E  voi  che  ne  dite?

Passioni scatenate


Non amo le telenovelas ed evito di guardarle, però mi è capitato di vederne due a causa di mia nonna. La prima fu Bodas de odio, ossia Nozze d’odio, telenovela messicana prodotta dalla Televisa nel 1983 e poi, quando fu di nuovo mandata in onda in Italia nel 1994, ribattezzata con il titolo Matrimonio proibito. Proprio nel 1994, trovandomi in vacanza a casa di mia nonna che la guardava regolarmente, mi misi d’impegno, feci un fioretto e la seguii anch’io.

La storia, ambientata alla fine dell’Ottocento, è romantica e piena di passioni in parte scatenate ma soprattutto represse. Una gentil donzella aristocratica, Magdalena, s’innamora di un tenente dell’esercito privo di beni di fortuna. La famiglia di lei, piena di debiti ma orgogliosa del proprio alto lignaggio, non vuole saperne e, con vari intrighi che avrei la pazienza di spiegare soltanto dietro lauto compenso, e che quindi ora, mancando tale compenso, non spiego, lo fa rinchiudere in prigione e costringe la ragazza a sposare un uomo molto ricco, Alejandro Almonte, figlio illegittimo di un signore trapassato a miglior vita.

Il giorno delle nozze, la sventata e ingenua fanciulla viene raggiunta dal tenentino, guarda caso fuggito dal carcere proprio al momento giusto, e progetta di scappare con lui; ma il novello e freschissimo sposo Alejandro scopre tutto e, adirato per l’inganno – in effetti essere abbandonati subito dopo le nozze può suscitare qualche disappunto –  la trascina con la forza nella sua bella dimora di campagna. Qui il matrimonio procede alla meno peggio quando, con un colpo di scena degno appunto di una telenovela, giunge d’improvviso l’immarcescibile tenente che, ingannando Alejandro, si presenta come il nuovo amministratore della proprietà.
La sciocchina, turbata dall’arrivo del tenentino sotto mentite spoglie e assalita da dubbi vari, non sa che pesci pigliare finché scopre di essersi innamorata dell’odiato marito.

A questo punto il matrimonio entra in una nuova fase, ma quando pare che i due colombi abbiano finalmente raggiunto la serenità scoppia la bomba: Alejandro scopre la vera identità dell’amministratore e così si scatenano fuoco e fiamme, fulmini e saette. In una scena latina che più latina non si può, in preda ai peggiori furori della rabbia e dell’orgoglio ferito, un violentissimo Alejandro caccia la moglie coprendola d’insulti e ripudiandola. Fra l’altro costei è pure incinta – e ti pareva! – e ovviamente Alejandro, che non ha scritto in fronte “Giocondo” o, in altri termini, non viene giù dal monte con la piena, non crede più che il figlio sia suo (in realtà lo è perché Magdalena è donna d’onore, ma lui avverte il fastidioso peso delle corna sulla testa).
Da qui scaturiscono numerose avventure, alcune delle quali decisamente surreali, che non posso trascrivere per non rischiare di far sorgere il mal di testa a chi legge.

All’inizio di quest’anno ho saputo per caso che, nel 2003, la Televisa aveva girato il remake di Bodas de odio intitolandolo Amor Real. In Italia Amor real non è mai stata trasmessa, ma io, visto che mia nonna mi aveva fatto sopportare la versione precedente, ho deciso di guardarla in omaggio ai vecchi tempi e per pura curiosità. Così mi sono precipitata su youtube dove varie utenti messicane hanno caricato tutte le puntate in lingua originale.
Questa versione è  superiore a quella precedente sotto vari punti di vista – migliore caratterizzazione psicologica dei personaggi, maggiore logicità di alcune vicende –  però la protagonista femminile, Matilde, a differenza di Magdalena è una piaga di proporzioni immani perché non fa altro che piangere in ogni occasione. Non piange soltanto quando ha motivo di farlo, ma piange sempre, si commuove a ripetizione e si dispera per tutto: si ha l’impressione che da un momento all’altro, visto il tanto piangere e quindi l’abbondante perdita di liquidi, possa seccarsi e dissolversi.
Ci si chiede poi come faccia il protagonista maschile, che qui non si chiama più Alejandro Almonte ma Manuel Fuentes Guerra, a perdere la testa per lei considerando appunto che frigna un’ora sì e l’altra pure. Ma si sa, quelli erano altri tempi e alle femmine competeva il ruolo di soggetti deboli, tremanti e lacrimanti.

A differenza di Bodas de odio, qui certe situazioni sono molto meno sfumate e più violente rispetto alla versione precedente, ossia le passioni sono più scatenate e a tratti scatenatissime. Non a caso talvolta Manuel diventa intollerabile, come accade dopo la rottura seguita alla scoperta della finta identità dell’amministratore: a parte la terribile scena madre in cui lui la caccia con infamia minacciandola anche di morte, prima della sua riconciliazione con Matilde bisogna sopportare una lunga tiritera di recriminazioni, litigi, insicurezze, dubbi amletici, urla rompi-timpani e atteggiamenti odiosamente maschilisti che stimolano nelle spettatrici più evolute il desiderio di bastonarlo sulla zucca.

Ammetto ora la dura verità: non ho guardato tutta la telenovela perché un simile coraggio mi manca, e poi perché, in fondo, che male ho fatto io per meritarmi questo? Ho quindi saltato il pezzo in cui Manuel deve darsi alla macchia e Matilde lo crede morto per ben tre anni, evitando così  con gioia trenta puntate. Ma i pianti di Matilde, che singhiozza disperata persino quando Manuel le dice che la ama  – giuro che è vero –   resteranno per sempre nella mia mente come ricordi indelebili.