Un appuntamento indimenticabile

cretino

Ero  in  vacanza  in  montagna, qualche  anno  fa. Una  sera, poco  prima  di  tornare  in  città – credo  che  fosse  il  29  agosto – uscii  con  un  ragazzo  che  avevo  conosciuto  da  poco. In  realtà, non  avevo  alcun  desiderio  di  uscire  con  costui, ma  non  volevo  passare  per  antipatica, altezzosa  e  poco  socievole.

Il  ragazzo  in  questione  si  presentava  bene: era  di  aspetto  molto  distinto, alto, snello  e  assai  ben  fatto; inoltre,  era  ben  vestito  e  parlava  un  ottimo  italiano, senza  inflessioni  dialettali. Veniva  dalla  città  anche  lui  ed  era  in  montagna  soltanto  di  passaggio. Chiacchierando  del  più  e  del  meno, venni  a  sapere  che  era  un  ingegnere, che  aveva  frequentato  il  liceo  scientifico  e  che  stava  lavorando  ad  alcuni  progetti  riguardanti  il  suo  lavoro. Ricordo  che  parlammo  anche  dei  tempi  del  liceo, dello  studio  del  latino, di  certi  docenti  strani  e  altri  argomenti  simili. Tutto  bello, vero?

E  invece  no. Se  pensate  che  stia  per  raccontare  una  storia  graziosa, magari   attraversata  da  qualche  venatura  di  romanticismo  o  di  raffinato  umorismo, siete  incautamente  ottimisti. Non  appena, infatti,  andammo  in  pizzeria, il  tizio  in  questione  iniziò  a  parlarmi  di  soldi, di  investimenti, delle  sue  case  di  proprietà, delle  proprietà  dei  suoi  parenti, dei  suoi  progetti  per  acquistare  non  ricordo  cosa  e  altre  simili  amenità. Io  rimasi  allibita  e  cominciai  subito  a  fremere, odiando  me  stessa  per  aver  accettato  l’invito  di  costui. Se  c’è  una  cosa, infatti,  che  detesto  al  di  sopra  di  tutto  è  sentir  parlare  di  beni  materiali  quando  mi  trovo  a  cena  o  sto  conoscendo  qualcuno  o  mi  sto  svagando. Anzi, in  generale, non  tollero  proprio  chi  trascorre  tutta  la  vita  a  parlare  di  beni  mobili  e  immobili. E  così, in  quel  frangente, per  evitare  di  interloquire  in  maniera  acida  tentai  di  fargli  cambiare  argomento. Per  tutta  risposta, il  tizio  mi  indicò  un  uomo, seduto  non  molto  distante  e  con  la  faccia  da  cafone, dicendomi  che  era  un  suo  amico  assessore  che  lavorava  in  comune. Poi, dopo  avermi  edotta  sul  politico-cafone, ricominciò  a  parlarmi  di  una  sua  casa  al  mare  e  andò  avanti  così  a  lungo, mentre  io  tentavo  di  conservare  la  calma  e  continuavo  a  insultarmi  mentalmente  per  essermi  cacciata  in  una  situazione  simile.

Terminato  lo  sfiancante  rito  della  pizza, uscimmo  dal  locale  e  andammo  a  fare  una passeggiata  lungo  la  via  principale  del  paese, in  quel  momento  molto  tranquilla. Siccome  avevo  ben  compreso  che  individuo  fosse, non  rimasi  stupita  quando  mi  chiese  di  mostrargli  il  mio  telefonino: voleva  vedere, infatti,  di  che  marca  fosse. Dopo  questa  azione  intelligente, e  mentre  chiacchierava  raccontandomi  alcune  strane  vicende  di  un  suo  amico  del  quale  non  poteva  importarmi  di  meno, raggiunse  l’apoteosi: fece  un  rutto. Sì, avete  capito  bene: l’ingegnere  raffinato  e  ben  vestito  ruttò  senza  vergognarsene, perché  continuò  a  parlare  come  se  niente  fosse.

Credo  sia  inutile  descrivere  lo  stato  della  mia  faccia  in  quel  momento. Ricordo  che  cercai  di  trovare  una  scusa  per  tornarmene  a  casa  prima  del  previsto, ma ero  così  confusa  e  sbigottita  che  la  mia  mente  non  riusciva  a  inventarsi  nulla  di  decente. Il  soggetto  continuò  così  a  parlare  tutto  giulivo  e, a  un  certo  punto, cominciò  addirittura  a  ruttare  ogni  tre  parole. Lo  giuro, non  sto  esagerando: parlava  e  ruttava  nello  stesso  tempo  con  invidiabile  disinvoltura. A  questo  punto, riuscii  a  trovare  una  scusa  plausibile  per  darmi  alla  macchia:  dissi  a  cotanto  suino  che  il  giorno  dopo  sarei  dovuta  partire – cosa  peraltro  vera –  e  che  perciò  dovevo  tornare  subito  a casa  a  fare  le  valigie  e  le  pulizie  di  rito. Il  suino, però, ebbe  persino  la  faccia  tosta  di  insistere  a  lungo, dicendo  che  dovevo  rimanere  lì  con  lui, che  non  c’era  alcun  bisogno  che  tornassi  subito  a  casa  e  che  sarebbe  stato  bello  se  il  giorno  dopo  fossi  andata  con  lui  in  gita  a  un  certo  castello  situato  nelle  vicinanze. Ovviamente  io  fui  irremovibile  e, trattenendo  a  stento  quello  che  avevo  in  corpo  e  che  gli  avrei  volentieri  sbattuto  in  faccia, lo  lasciai  con  gioia, sentendomi  libera  e  salva.

E  a  voi  sono  mai  capitati  incontri  raccapriccianti  o  anomali?

Il maschio cavernicolo

Intanto, nell’attesa  di  scrivere  un  post  denso  di  significati  o  almeno  evocativo  ed  emozionante, vi  lascio  un’immagine  che  di  poetico  non  ha  davvero  nulla  ma  qualcosa  evoca  comunque: la  tipologia  di  maschio  cavernicolo. Si  prega  di  cliccare  l’immagine  per  ingrandirla  e  osservarla  meglio, in  modo  da  gioire  di  fronte  a  simile  visione:

vero  uomo

Dopo  aver  trovato  su  internet  questa  perla, avrei  forse  potuto  esimermi  dal  condividerla  con  i  miei   lettori?

 

P.S. Mi  sono  accorta  soltanto  ora  che  è  inutile  cliccare  sull’immagine  perché  non  si  ingrandisce. Pazienza, la  si  può  ammirare  ugualmente  in  tutto  il  suo  splendore.

L’omologato-cronico con manie marine

spiaggia-affollata

Si  sa  che  le  località  di  mare  sono  le  più  frequentate  quando  si  tratta  di  vacanze. Del  resto, ci  sono  posti  davvero  meravigliosi  ed  è  comprensibile  che  piacciano. In  Italia, noi  amanti  della  montagna  siamo  una  ristretta  minoranza, e  questo, da  alcuni  punti  di  vista, è  un  bene: chi  ama  andare  in  vacanza  in  montagna, infatti,  cerca  il  silenzio, la  pace, il  contatto  con  la  natura, ritmi  umani  e  divertimenti  tranquilli.

Ora, capita  che, a  volte, l’amante  della  montagna  venga  guardato  con  molta  sufficienza  da  parte  di  una  certa  categoria  di  entusiasti-del-mare-a-tutti-i-costi,  coloro  per  i  quali  il  termine  vacanza  coincide  solo  con  il  termine  mare, per  cui, quando  sentono  che  qualcuno  ha  trascorso  agosto  in  montagna, lo  considerano  un  poveraccio  da  compatire. Attenzione, non  sto  generalizzando: esistono  tantissime  persone  che  amano  il  mare, non  vanno  in  montagna  e   non  pensano  queste  cose. Mi  riferisco  a  una  ristretta  minoranza  di  omologati-cronici  affannosamente  in  cerca  di  vivere  secondo  le  mode  e  soprattutto  facendo  quello  che  fanno  gli  altri.  E  ciò  comprende  anche  la  vacanza  al  mare.

A  me  è  capitato  più  volte  di  essere  guardata  con  il  classico  sorriso  di  compatimento  dall’omologato-cronico  che, già  alla  fine  di  maggio,  comincia  a  scalpitare  per  l’eccitante  vacanza  al  mare  che  l’aspetta. Che  poi, in  alcuni  casi, tale  vacanza  consista  in  una  settimana  risicata  al  Lido  delle  Sabbie  Mobili, fa  niente: ha  comunque  una  parvenza  di  mare, pare  che  ci  sia  un  po’  d’acqua  e  dunque  va  bene  così.

L’omologato-cronico  con  manie  marine, ovviamente  fidanzato  o  sposato  con  una  uguale  a  lui, quando  riesce  finalmente  a  partire  per  farsi  qualche  giorno  on  the  beach, si  produce  in  tutto  il  repertorio  che  lo  distingue. In  che  consiste  tale  repertorio? Semplicissimo: nel  disturbare  il  suo  prossimo. Possibilmente  molto. Lancia  l’automobile  a  tutta  velocità  lungo  la  strada  principale  della  località  prescelta – magari  nel  primo  pomeriggio, quando  le  persone  mentalmente  sane  tendono  a  riposarsi   un  po’  e  a  evitare  di  far  baccano –  e, mentre  passa  guidando  come  un  ossesso  e  credendo  di  essere  Alain  Prost,  mette  la  musica  del  suo  stereo  a  tutto  volume  per  far  capire  che  lui  c’è, è  qui, esiste  e  l’umanità  è  obbligata  ad  avvertirne  la  presenza. Dopo  di  che  s’impegna  a  seguire  con  invidiabile  costanza  l’imperativo  di  tutta  la  sua  vacanza, che  è  uno  soltanto: esagerare. Ciò  significa  che  evita  il  più  possibile  di  dormire, trascinandosi  tutte  le  notti  fino  all’alba, trangugiando  con  ostinazione  litri  e  litri  di  squallidi  aperitivi –  sul  contenuto  dei  quali  è  meglio  non  indagare – cercando  di  partecipare  a  tutti  gli  eventi  organizzati, in  spiaggia  e  non, e  danzando  ogni  giorno, alla  medesima  ora  e  con  notevole  zelo,  il  solito  ballo  dell’estate, che  ha  visto  promosso  fin  dalla  primavera  in  qualche  trasmissione  televisiva  piena  di  veline  e  tronisti. Quando  poi  si  trova  in  spiaggia, cerca  di  stare  in  ammollo  nell’acqua  il  più  a  lungo  possibile  e   fa  il  bagno  a  qualsiasi  ora, anche  col  cibo  sullo  stomaco. Ovviamente, costui  trascorre  l’intera  vacanza  in  costume  da  bagno – possibilmente  uno  slip  molto  ridotto, soprattutto  se  il  fisico  non  glielo  consente – rifiutandosi  categoricamente  d’infilarsi  un  pantalone  leggero  e  una  maglietta  anche  quando  si  è  scatenato  il  temporale, il  mare  è  in  tempesta, le  temperature  si  sono  abbassate  di  dieci  gradi  e  il  vento  infuria  che  è  un  piacere.

Ovviamente  individui  del  genere  non  sono  sterili, ma, al  contrario,  tendono  a  riprodursi  con  facilità. E  allora  vediamo l’omologato-cronico  che  fa  di  tutto  per  avviare  sulla  retta  via  il  proprio  figlio. Il  suo  incolpevole  bambino, infatti,  è  lasciato  libero  di  sfogarsi  a  sazietà  sulla  spiaggia: lo  si  vede  girare  a  lungo  senza  cappello  sulla  testa, sotto  il  sole  alto  e  quindi  rischiando  un’insolazione,  e  tirare  la  sabbia  sugli  occhi  ai  poveracci  che  cercano  di  riposarsi  sotto  l’ombrellone; lo  si  ammira  mentre  gioca  spavaldo  lanciando  palle  e  palline  che  rimbalzano  sulla  testa  dei  malcapitati  addormentati  sui  lettini, e,  purtroppo,  lo  si  vorrebbe  strozzare  quando  comincia  a  gridare  forte  come  un  orso  scotennato  perché, poverino,  ha  fame  e  sete, ma  mamma  e  papà  non  se  ne  accorgono  in  quanto  troppo  impegnati  a  parlare, con  i  vicini  di  ombrellone,  di  argomenti  intelligenti, tipo  il  party  della  sera  prima  dopo  il  quale  hanno  vomitato  anche  l’anima.

Infine, a  coronamento  di  questa  imperdibile  vacanza, l’omologato-cronico  non  dimentica  d’immortalare,  con  la  macchina  fotografica  digitale,  la  fidanzata  o  la  moglie  che  si  esibisce  tutta  giuliva  in  topless, sentendosi  una  diva. E  costei  non  vede  l’ora  di  postare  la  foto  sexy  su  Facebook.  In  attesa  dei  “mi  piace”.

Il profeta-social e le perle di saggezza

baci

Una  delle  caratteristiche  più  divertenti  di  Facebook  è, a  mio  parere,  la  presenza  di  alcuni  soggetti  che, elettrizzati  dalle  loro  bacheche,  dispensano  all’umanità  consigli  in  salsa  mistico-religiosa  o, più  genericamente, spirituale:  si  tratta  dei  soggetti  da  me  ribattezzati  profeti-social. Costoro  scrivono  brevi  sentenze, con  tono  sicuro  e  assertivo, sentendosi  investiti  da  un  ruolo  fondamentale: indicare  la  via  alle  pecorelle  smarrite, mostrare  il  sentiero  della  Verità, convincere  che   qui  c’è  Lui (no, non  Dio  in  persona, ma  il  profeta-social) che  c’informa  ogni  giorno  su  come  sia  facile  procedere  nel  difficile  sentiero  dell’esistenza. Il  problema  di  questo  sentenziare  è  che  argomenti  tanto  profondi  e  delicati, se  ridotti  in  pillole  o  frasette  da  baci  Perugina,  suscitano  a  volte  il  sadico  desiderio  di  ribattere  senza  pietà.

Il  profeta-social  scrive  con  invidiabile  puntualità  di  mattina, aggiornando  in  fretta  il  suo  status, per  far  sì  che  gli  amici  di  Faccialibro  non  perdano  le  sue  sublimi  sentenze. D’altra  parte, in  quanto  profeta, deve  pure  aiutare  l’umanità  indicandole  la  retta  via, no? Ebbene, il  profeta-social, in  genere  immortalato  in  foto  che  lo  mostrano  di  fronte, impettito  e  spesso  pure  con  la  cravatta,  se  ne  esce  tutto  giulivo  con  frasi  di  questo  tipo:

– vivi  questo  giorno  meraviglioso  come  un  dono  inestimabile ! (se  questo  giorno  sarà  meraviglioso, saprò  dirtelo  stasera. Adesso  mi  sembra  un  po’  presto  per  simili  valutazioni, ti  pare?).

– Dio  ti  ama ! Sappilo! (per  fortuna! Non  oso  pensare  cos’altro  mi  potrebbe  accadere  se  mi  odiasse  pure!).

– non  lasciare  che  la  tristezza  prenda  il  sopravvento! (visto  che  ci  tieni  tanto, ci  proverò. Sull’esito  di  tanto  sforzo, però, ammetto  di  provare  qualche  dubbio).

– ricordati  che  non  devi  mai  perdere  la  speranza ! (ma  io  me  ne  ricordo, credimi. Però  è  la  speranza  che, da  sola, ogni  tanto  se  ne  va).

– devi  sempre  ascoltare  il  tuo  cuore! (lo  ascolto, lo  ascolto: infatti  sto  proprio  sentendo  ora  il  mio  solito  attacco  di  tachicardia).

– lasciati  andare  come  una  piuma  al  vento! (no  comment! A  tutto  c’è  un  limite).

Peccato  aver  dimenticato  altre  chicche  d’inestimabile  valore, ma  vabbe’, ce  ne  faremo  una  ragione.

Feste e stravaganze

Verso  la  fine  degli  anni  Novanta  del  secolo  scorso  e  all’inizio  del  Duemila, qualche  amministratore  di  questa  città  fu  preso  dalla  smania  di  organizzare  eventi  al  fine  di  rivitalizzare  il  centro  storico. Io,  che  sono  residente  in  centro  storico  da  parecchi  anni, sinceramente  non  ho  mai  avvertito  questo  impellente  bisogno  di  rivitalizzazione; tuttavia, si  accettano  volentieri  certe  iniziative  quando  sono  ben  fatte.

Ecco, questo  è  il  punto: quando  sono  ben  fatte. Purtroppo, nel  periodo  che  ho  citato,  in  città  ci  siamo  distinti  per  eventi  come  minimo  stravaganti, tali  da  suscitare  molte  perplessità  e  anche  un  po’  di  sanissimo  sdegno. Non  ricordo  esattamente  quando, ma  ci  fu  un  anno  in  cui  fu  organizzata  la  cosiddetta  festa  di  primavera. Ammetto  che, quando  sentii  per  la  prima  volta  che  sarebbe  stata  fatta  questa  festa, fui  colta  da  un  inopportuno  soprassalto  d’ingenuità, perché  attesi  con  leggera  trepidazione  quanto  sarebbe  avvenuto. Ebbene, un  pomeriggio  andai  in  piazzetta  della  Pomposa  e  vidi  una  serie  di  fogli  di  carta  da  disegno – i  soliti  Fabriano  che  tutti  abbiamo  usato  alle  scuole  elementari  per  disegnare –  dipinti  ad  acquerello  con  immagini  floreali  e  appesi  sul  muro  di  un  palazzo  della  piazzetta. Da  quello  che, con  grande  sorpresa,  riuscii  a  comprendere, si  trattava  della  coreografia  della  festa  di  primavera. Ricordo  che, una  volta  tornata  a  casa, non  ebbi  neppure  la  forza  di  commentare.

Non  ricordo  se  accadde  nello  stesso  anno, ma  comunque  eravamo  ancora  nella  seconda  metà  degli  anni  Novanta  e  sempre  di  primavera (e  ti  pareva!).  Un  sabato  pomeriggio  avvertimmo  d’improvviso  un  grandissimo  baccano: sentimmo  musica  da  tutte  le  parti  ad  altissimo  volume, ma  non  riuscimmo  a  capire  di  che  musica  si  trattasse  perché  il  frastuono  era  allucinante  e  in  apparenza  insensato,  caos  allo  stato  puro. Fu  poi  mio  padre,  giungendo  a  casa  con  la  faccia  stravolta,  a  spiegarci  che  in  Via  Emilia  c’erano  tante  orchestrine, a  pochi  metri  di  distanza  le  une  dalle  altre, che  suonavano. Peccato  però  che  ciascuna  suonasse  una  propria  musica, distinta  dalle  altre: per  fare  un  esempio, c’era  un  palco  in  cui  cantavano  a  squarciagola  canzoni  napoletante  stile  O  sole  mio  e, a  soli  venti  metri  di  distanza, c’era  chi  si  scatenava  col  rock  duro. Così  non  ci  si  capiva  nulla, era  la  confusione  totale, una situazione  da  pazzi. Mio  padre, che  detesta  il  chiasso  quanto  me, disse  così: “Questa  non  è  una  città, ma  un  manicomio a cielo  aperto“.

Naturalmente  non  finì  qui, perché  al  peggio  non  c’è  mai  fine. Forse  fu  nel  Duemila – ma  non  ricordo  bene – che, nella  solita  ottica  di  voler  rivitalizzare  il  centro  storico, qualcuno  ebbe  l’idea  geniale (partorita  di  notte?)  di  far  dipingere  onde  marine  nella  centralissima  Via  Farini. Questa  è  la  strada, tanto  per  darne  un’idea:

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Ho  scattato  questa  foto  nel  dicembre  del  2009, dopo  una  forte  nevicata. Ma  immaginatela  in  tarda  primavera, col  sole  e  una  giornata  limpida. Ebbene, sul  grigio  asfalto  a  destra, vicino  ai  portici, furono  disegnate, per  l’intera  lunghezza  della  strada, le  onde  del  mare. Colti  da  irrefrenabile  entusiasmo  (gli  ormoni  di  primavera!),  i  geniali  fautori  di  cotanto  capolavoro  pensarono  bene  di  aggiungerci  pure  qualche  sfumatura (il  realismo!), per  cui  sull’asfalto  c’erano  le  onde  blu  scuro  e  poi  quelle  celesti: il  mare  disegnato  e  colorato  in  una  grigia  strada  stretta  di  una  città  padana. Sarebbe  come  mettere  palme  di  cartone  con  noci  di  cocco  di  plastica  in  una  strada  di  Stoccolma.

Naturalmente  si  sa  come  procedono  certe  cose: non  ci  si  accontenta  mai  degli  orrori  fatti, ma  bisogna  esagerare, andare  oltre, eccedere, in  un  vortice  d’attivismo  mai  pago  di  se  stesso. Siccome  al  mare, come  ognuno  sa, ci  sono  anche  le  spiagge, sul  mare  dipinto  della  povera  Via  Farini  posero  addirittura  dei  piccolissimi  recinti  con  sabbia  e  delle  cabine  in  legno, quelle  che  servono  per  cambiarsi  quando  si  soggiorna  al  mare  vero.

Se  adesso  pensate  che  tutto  sia  finito  qui, siete  inutilmente  ottimisti. Al  termine  di  Via  Farini  e  giunti  in  piazzale  San  Giorgio, ecco  l’apoteosi  dell’iniziativa: una  piscina  gonfiabile, di  quelle  che  in  genere  vengono  messe  nei  giardinetti  privati  per  far  divertire  i  bambini  della  famigliola  felice. Secondo  la  pubblicità  fatta  al  fausto  evento (ebbero  persino  la  faccia  tosta  di  celebrare  ‘sta  meraviglia), i  cittadini  avrebbero  potuto  bagnarsi  con  gioia  e  disinvoltura  nella  piscina  gonfiabile, il  tutto  in  pieno  centro  storico  e  a  due  passi  dall’Accademia  Militare. Inutile  dire  che  l’iniziativa  fu  un  flop  clamoroso  e  raccolse  molte  critiche. Le  proteste  costrinsero  gli  organizzatori  a  togliere  tutta  questa  baracconata, onde  comprese, nell’arco  di  tre  giorni. E  fu  così  che  Via  Farini  riacquistò  la  sua  dignità  di  grigia  strada  stretta  di  una  media  città  padana.

Ricordo  ancora  le  risate  che  facemmo  quando  andai  dal  parrucchiere  vicino  a  casa  mia: ci  divertimmo  tutti, parrucchiere  e  clienti, a  chiederci  con  sadismo  dove  avessero  preso  la  sabbia  dei  recinti, se  a  Rimini  o  a  Riccione, e  chi  avessero  obbligato  a  dipingere  la  strada, magari  nottetempo  come  un  ladro.

Dopo  le  orchestrine  a  tutto  volume, i  disegni  fatti  a  mano  sui  fogli  delle  scuole  elementari  e  il  finto  mare  con  sabbia  e  cabine, finalmente  le  iniziative  per  salutare  la  primavera  sono  diventate  dignitose. Da  alcuni  anni, infatti, a  fine  marzo  in  centro  storico  c’è  un  bel  mercato  dei  fiori  con  esposizioni  di  piccoli  giardini, e, all’inizio  di  giugno, per  tre  giorni  si  tiene  il  mercato  europeo, con  commercianti  provenienti  da  ogni  parte  del  nostro  continente. Come  si  suol  dire, dopo  aver  toccato  il  fondo, si  risale.

Memorie filosofiche

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Ultimo  anno  al  liceo  classico: l’anno  fatidico, quello  della  maturità. Ricordo  che  cominciò  in maniera  diversa  rispetto  agli  anni  precedenti  perché  i  professori, tutti   concentrati  a  voler  terminare  i  loro  programmi  in  tempo  a  causa  dell’esame, erano  particolarmente  nervosi  e  spesso  in  ridicola  lotta  fra  loro. Ad  esempio, il  docente  di  latino  e  greco, pur  di  portare  avanti  il  programma  senza  interruzioni, aveva  preso  la  discutibile  abitudine  d’interrogarci  sempre  fuori  orario  chiamandoci  durante  le  lezioni  del  professore  di  filosofia, il  quale  si  arrabbiava  per  la  transumanza  di  allievi  che  dovevano  uscire  a  quello  scopo. C’è  da  dire  che  fra  i  due  docenti  esisteva  un  conflitto  di  natura  ideologica: il  professore  di  latino  e  greco  era  un  cattolico  integralista  mentre  il  professore  di  filosofia  era  ateo  dichiarato, cosa  che, nel  nostro  bigotto  liceo  di  provincia, suscitava  parecchio  scandalo; non  era  quindi  raro  vedere  i  due  professori, in sala  insegnanti, lanciarsi  antipatiche  frecciatine. Detto  questo, si  comprende  come  il  professore  cattolicissimo  fosse  felice  di  creare  scompiglio  quando  in  classe  c’era  il  filosofo  ateo.

La  professoressa  di  chimica  e  biologia, poi,  si  divertiva  a  farci  fare  sempre  i  compiti  in  classe  negli  stessi  giorni  in  cui  avevamo  la  versione  di  latino, e  quella  di  matematica  e  fisica  faceva  altrettanto. Non  dimenticherò  mai  quel  martedì  in  cui  fummo  costretti  ad  affrontare  tre  compiti  tutti  insieme:  oltre  alla  versione  di  latino, un  compito  di  chimica  organica  con  trenta  domande  a  cui  rispondere  in  un’ora  di  tempo, e,  dulcis  in  fundo, un  grazioso  compito  di  fisica  all’ultima  ora. A  nulla  valsero  le  nostre  proteste  per  far  spostare  di  qualche  giorno  almeno  la  prova  di  chimica: ci  fu  risposto  che, per  studiare, avevamo  anche  la  notte. Credo  che  questi  dettagli  possano  far  comprendere  perché  quell’anno  l’atmosfera,  in  aula,  fosse  sempre  tesa.

Chi  era  interrogato  fuori  orario  doveva  per  forza  portare  con  sé  un  testimone,  e  io, chissà  perché, ero  molto  richiesta  dai  miei  compagni  come  prezioso  testimone  d’interrogazioni. Pertanto, durante  quel  disgraziato  anno  ebbi  la  ventura  di  fare  molto  moto, uscendo  spesso  dalla  classe  per  sorbirmi  immani  filippiche  di  letteratura  latina  e  greca.  A  volte, però,  mi  seccava  dover  saltare  certe  lezioni  per  vestire  i  panni  della  testimone, e  così  il  mio  nervosismo  aumentava  di  giorno  in  giorno.

Una  mattina  d’inverno, durante  l’ora  di  filosofia, la  mia  tensione  salì  alle  stelle. In  realtà  era  una  tensione  generale  di  tutta  la  classe, chiaramente  avvertibile  quasi  come  se  una  densa  cappa  di  nebbia  si  fosse  formata  nell’aula.  Il  nostro  professore  di  filosofia  era  un  soggetto  difficilmente  inquadrabile. Era  un  uomo calmo, fondamentalmente  buono, però  a  volte  esibiva  un  sarcasmo  molto  fastidioso  e  faceva  affermazioni  strampalate. Non  si  sapeva  mai  cosa  realmente  pensasse. Io  con  lui  avevo  un  rapporto  anomalo: il  mio  profitto  era  ottimo,  però  il  professore  spesso  mi  fissava  in  maniera  strana, a  lungo, intensamente – non  lo  faceva  mai  con  altri-  e  una  volta  mi  disse  una  cosa  che  non  gli  perdonai  più. Queste  le  sue  esatte  parole: “Lei  è  molto  brava, ma  io  non  la  capisco“.

Come  ho  scritto  sopra, non  lo  perdonai. Quelle  parole  mi  diedero  un  fastidio  immenso  perché  le  percepii  come  una  violazione  della  mia  persona  e  della  mia  interiorità. E  fu  così  che,  quel  giorno  d’inverno  in  cui  tutti  eravamo  tesi  come  corde  di  violino, io, sia  pure  involontariamente, trovai  il  modo  di  vendicarmi. Durante  la  lezione,  dato  che  non  desideravo  ascoltarlo, mi  misi  a  trafficare  con  un  foglio  scambiandolo  con  alcune  amiche  che  sedevano  in  prima  fila. Si  trattava  del  classico  caso  di  scambio  di  posta  in  classe: siccome  ero  in  terza  fila, le  fanciulle  della  seconda  facevano  da  tramite  fra  me  e  le  mie  amiche  della  prima. Nonostante  cercassi  di  operare  con  la  massima  prudenza  e  discrezione, nonché  con  volto  imperturbabile  stile  monaco  zen, il  professore, che  come  al  solito  aveva  gli  occhi  belli  puntati  su  di  me  come  se  fossi  l’unica  allieva  in  classe, si  accorse  che  avevo  questo  foglio  ripiegato  in  mano  e  subito  mi  chiese: “Ma  cosa  sta  facendo?”. A  quel  punto  mi  salì  il  sangue  al  cervello  e, nell’arco  di  un  secondo  scarso, pensai : ma  come? Sono  sempre  attenta, sempre  impegnata, silenziosa, non  infastidisco  nessuno, mi  faccio  gli  affari  miei, vado  bene  nella  tua  materia, e  per  una  misera  volta  in  cui  mi  distraggo  un  attimo, solo  un  attimo  maledetto, tu  mi  punti  immediatamente?  Non  è  giusto, considerando  che  qui  è  pieno  di  gente  che  non  apre  mai  un  libro  e  viene  lasciata  libera  di  farlo.  

Come  ho  detto, si  trattò  di  pensieri  elaborati  in  un  secondo  scarso. Infatti, senza  la  minima  timidezza, ma  anzi  con  piglio  sicuro  e  sfacciato, gli  risposi  serafica: “Stiamo  facendo  la  classifica  dei  filosofi  più  belli”. Dopo  un  attimo  di  costernato  silenzio, in  classe  scoppiò  un  vero  e  proprio  boato:  tutti  si  misero  a  ridere  a  crepapelle, increduli  e  divertiti; ricordo  ancora  che  un  mio  caro  amico  era  letteralmente  piegato  in  due  sotto  al  banco  a  causa  dello  shock,  e  non  riusciva  a  riprendersi. La  verità  è  che  nessuno  si  aspettava  da  parte  mia  un’uscita  del  genere  fatta  con  tanta  sprezzante  sicurezza. Il  professore, poveretto,  rimase  basito, immobile  come  una  statua. Forse  all’inizio  non  volle  nemmeno  credere  alle  parole  che  aveva  sentito. Notando  la  sua  incapacità  di  reazione, io  decisi  d’infierire  e  continuai: “A  dire  il  vero  sono  quasi  tutti  brutti, però  abbiamo  scelto  Schiller  perché  ci  è  sembrato  un  po’  più  prestante  nell’insieme”.

Non  ricordo  in  che  modo  il  professore  riuscì  a  ripristinare  la  calma  nell’aula. Ricordo  però con  precisione  che  non  osò  dirmi  mezza  parola. Niente  rimproveri  e  niente  ripicche, perché  alla  fine  del  quadrimestre  in  pagella  mi  ritrovai  il  solito  nove.

Detto  ciò  e  vista  la  lunghezza  del  post, aggiungo  solo  che, in  alto,  potete  ovviamente  ammirare  Schiller. 😀