Vivere

mosaico

Mi  piace  assistere  all’accorciarsi  delle  giornate: è  un  rientrare  lento  dentro  se  stessi, un  ritorno  all’interiorità  e  all’intimità. Adagio, senza  fretta, com’è  giusto  che  sia  perché  abbiamo  bisogno  di  abituarci  a  nuovi  ritmi  e  a  nuove  sfumature. Dobbiamo  anche  ricominciare  con  la  frenesia  della  routine  quotidiana, che  ci  regala  gioie  e  dolori, soddisfazioni  e  stanchezza, risate  ma  anche  tanto  stress.

Un  modo  per  cercare  di  non  farsi  divorare  dallo  stress  consiste, a  mio  parere, nell’inventarsi  alcune  pause. Ciò  non  implica  evitare  di  fare  il  proprio  dovere  e  di  essere  attivi: le  pause  sono  sempre  momenti  essenziali  per  poter  poi   impegnarsi  al  meglio. Quando  parlo  di  pause  non  intendo  soltanto  il  riposo  fisico, ovviamente  indispensabile  per  non  ammalarsi, ma  mi  riferisco  anche  a  pause  mentali  o  psicologiche: ci  sono  momenti  in  cui  occorre  staccare  la  spina, volgere  i  pensieri  altrove, a   ciò  che  ci  piace, ci  appaga, ci  riempie  lo  spirito, ci  mette  in  contatto  con  la  parte  più  vera  del  nostro  essere.

Capita  però  a  volte  che, schiacciati  dalle  pressioni  sociali  e  culturali, ci  si  senta  quasi  in  colpa  se  si  desidera qualche  breve  intermezzo  di  pace  dedicato  soltanto  a  se  stessi. Siamo  continuamente  bombardati  dal  mito  del  fare, fare, fare  a  tutti  i  costi  e  dall’idea  che, nella  vita, si debbano  raggiungere   i  cosiddetti  traguardi.

Le  parole  sono  importanti, non  si  usano  mai  a  caso. Il  fatto  che, in  un  determinato  momento  storico  e  in  un  determinato  ambiente  sociale, economico  e  culturale  si  usino  di  frequente  certe  espressioni  linguistiche  è  indicativo  dei  valori  di  quel  momento  e  di  quell’ambiente. Quando, ad  esempio,  io  sento  il  termine  traguardi   riferito  alle  tappe  dell’esistenza  di  un  essere  umano  avverto  sempre  un  piccolo  brivido. Si  tratta  infatti  di  una  parola  che  richiama  subito  alla  mente  l’idea  di  una  competizione, di  una  gara  e  di  un  possibile  trofeo  o  di  una  sconfitta. Ma  l’esistenza  di  ogni  singolo  essere  umano  non  è  una  gara: è  un  fatto  infinitamente  più  complesso  e  ricco  di  innumerevoli  variabili. E  la  vita  stessa  non  è  una  partita  in  cui  ci  sia  chi  vince  e  chi  perde: è  appunto  vita, un  divenire  colmo  di  esperienze  belle  e  brutte, un  groviglio  di  eventi, passioni, emozioni, cambiamenti, traumi, esaltazioni.

L’idea  dei  traguardi  è  strettamente  connessa  al  mito  dell’efficienza-a-tutti-i-costi. Non  ci  si  può  poi  stupire  delle  tante  nevrosi  che  colpiscono  le  società  come  la  nostra.  Allora  occorre  impiegare  un  po’  di  senso  critico  e  rendersi  conto  che  non  stiamo  giocando  una  partita  in  attesa  di  vincere  un  trofeo, ma  stiamo  vivendo, cioè  affrontando  un  percorso  più  o  meno  facile  o  difficile  a  seconda  dei  casi  e  certamente  ricco  di  incognite. In  questo  percorso, non  dobbiamo  diventare  schiavi  di  un’ideologia, ma  cercare  appunto  di  vivere  con  i  nostri  alti  e  bassi, con  i  nostri  pregi  e  i  nostri  difetti, con  le  nostre  grandezze  e  le  nostre  inevitabili  miserie. E  in  questo  mosaico  che  è  l’esistenza, un  mosaico  che  non  si  lascia  mai  comporre  definitivamente  e  al  quale  sempre  mancherà  qualche  tessera – un  mosaico  eternamente  imperfetto –  abbiamo  a  volte  bisogno  di  qualche  pausa  mentale, di  un  attimo  di  sbandamento, di  essere  adulti  e  infantili  insieme, di  infrangere  qualche  schema  di  troppo.

 

Pomeriggi estivi

Certi  pomeriggi  estivi, specialmente  di  domenica, sono  particolarmente  silenziosi: le  strade  deserte, le  finestre  chiuse, il  cielo  immobile. È  il  saggio  silenzio  di  chi  sa  di  dover  risparmiare  le  forze  durante  le  ore  più  torride  e  ostili. Ma  è  anche  il  silenzio  di  chi  guarda  lontano, oltre  l’orizzonte  opaco  invaso  dall’afa, per  inventare  speranze, afferrare  anni  remoti, prepararsi  a  un’altra  stagione.

D’autunno, certi  silenzi  pomeridiani  sono  lievi  ombre  malinconiche  ma  affettuose,  che  regalano  un  misterioso  senso  di  pace  e  forse   una  strana rassegnazione. D’estate, invece, alcuni  silenzi  sono  pause  opprimenti  e  quasi  forzate, in  attesa  che  la  vita  torni  a  scorrere  con  i  suoi  ritmi  consueti – in  attesa  che  giungano  il  vento  e  la  pioggia  a  regalare  il  respiro.

 

(Nell’immagine  il  dipinto  Il  pergolato, di  Silvestro  Lega)

Pausa caffè


S’insinua con leggerezza in una scura giornata d’inverno e la rende piacevole. Caldo intermezzo all’inizio del pomeriggio, accende la fantasia ed evoca scene in contrasto con il grigio opaco del cielo sofferente: compaiono prati verdi, colline pigre accarezzate dal sole di primavera, roseti in fiore. Compare persino l’estate, a tratti, con i suoi eccessi sfacciati e le sue maliziose lusinghe.
Saper scegliere le proprie pause è un’arte che s’impara col tempo e che, una volta appresa, diventa la fonte privilegiata sulla via della serenità.