Discorsi d’autunno

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Sono  giornate  belle  e  allegre, sebbene  strane: il  sole  e  le  alte  temperature  sono  una  sorta  di  primavera  inaspettata  in  questo  mese  che  sta  scivolando  via  rapidamente, e  che  ci  ha  regalato  momenti  di  rara  intensità  emotiva. I  pomeriggi  che  scorrono  in  fretta,  accorciandosi  ogni  giorno  di  più,  ci  suggeriscono  la  via  dell’introspezione: è  arrivato  il  tempo  di  misurare  le  parole, scegliere  i  toni  giusti, riflettere  prima  di  agire, accogliere  con  fiducia  l’oscurità  della  sera, oscurità  che  porta  saggezza, consigli, desiderio  di  lasciar  correre  la  fantasia. Intanto, ad  accenderci  di  passione  c’è  il  rosso  delle  foglie, misterioso, fiero  e  audace.

La  scorsa  settimana, in  Piazza  Mazzini, sono  già  state  messe  le  illuminazioni  per  le feste  natalizie, anche  se, per  fortuna, sono  ancora  spente. Al  bar  Molinari, però, in  pieno  centro storico, sono  già  accese  proprio  come  se  fossimo  a  Natale. Ricordo  che,  alla  fine  degli  anni  Novanta, per  vedere  la  città  illuminata  e  le  vetrine  addobbate  bisognava  aspettare  la  fine  di  novembre; da  alcuni  anni  a  questa  parte, invece, dopo  la  metà  di  ottobre  si  cominciano  già  a  vedere  i  primi  segni  del  Natale  che  verrà: l’anno  scorso, ad  esempio, in  Largo  San  Giorgio, vicino  all’Accademia  Militare, con  grande  stupore  vidi  un  albero  di  Natale  già  pronto  e  illuminato. Ed  era  il  trentuno  di  ottobre, cioè  la  ricorrenza  di  Halloween. Non  amo  molto  questa  mania  di  voler  anticipare  a  ogni  costo  il  clima  festivo, peraltro  allo  scopo  di  stimolare  i  consumi: così  facendo, Natale  perde  parte  del  suo  fascino  e  viene  irrimediabilmente  banalizzato, almeno  dal  mio  punto  di  vista. Ma  si  sa, si  tratta  di  gusti  personali. E  ognuno  ha  i  propri. Intanto, cerchiamo  di  vivere  l’autunno  in  tutto  il  suo  splendore. 🙂

 

Scrivere


Non è facile. Richiede concentrazione, impegno, isolamento, pazienza, sforzo, riflessione. A volte comporta anche frustrazione, perché il risultato finale non è quello desiderato. Eppure, per amore, si fa.

Mai come in questo caso è vero che l’amore vince su tutto. Quando si ha questa passione nel sangue, quando la si avverte dentro di sé in maniera prepotente, si supera qualsiasi ostacolo, qualsiasi fatica, qualsiasi dolore. Per alcuni scrivere è una necessità vitale, come l’aria che si respira e senza la quale sarebbe impossibile andare avanti.

Per alcuni, i fogli bianchi sono sempre un invito al quale è difficile sottrarsi. Trovarli poi d’improvviso, dimenticati in qualche cassetto impolverato e aperto per errore, è un regalo emozionante, quasi un segno del destino: è come se quei fogli avessero atteso a lungo, celandosi volentieri allo sguardo superficiale del mondo, solo per offrirsi a chi li ama davvero.

(In foto il dipinto Bambina che scrive, di Telemaco Signorini)

Prepararsi all’inverno


Novembre si congeda piangendo tutte le sue lacrime, devastato da una tristezza incontenibile. Ma l’autunno, quasi sempre fedele al suo copione, non potrebbe terminare in altro modo.

Ora bisogna prepararsi all’inverno, a giornate rigide e tetre, a lunghe ore prive di luce. Ma non è così difficile, basta volerlo: si tratta solo d’inventare sfumature di rosso da sovrapporre all’oscurità del cielo. Rosso d’emozione, rosso di passione, rosso come il fuoco in un caminetto, che, se alimentato con costanza e dedizione, arde senza spegnersi.
Sono soltanto accorgimenti, piccolissimi gesti quasi invisibili ai più. Ma fanno la differenza.

Duello al sole

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Trama
Pearl Chavez (Jennifer Jones), figlia di un gentiluomo bianco e di un’indiana, dopo la morte del padre, impiccato per aver ucciso la moglie adultera e il suo amante, è costretta ad andare a vivere presso alcuni suoi lontani e ricchi parenti, i McCanles, che hanno due figli: il mite e leale Jesse (Joseph Cotten), e l’irruente, superficiale e arrogante Lewt (Gregory Peck).
Nonostante la gentilezza e l’affetto di Jesse e di Laura Bell, madre dei due ragazzi, Pearl si sente spaesata e a disagio soprattutto a causa dell’ostilità del capofamiglia, il senatore McCanles (Lionel Barrymore). Focosa e istintiva, Pearl si lascia sedurre dall’affascinante, sfacciato e sensuale Lewt e ben presto ne diventa l’amante. Quando, a una festa data dai McCanles, Pearl spera di poter annunciare il suo fidanzamento con Lewt, quest’ultimo, anche a causa dell’odio che suo padre nutre per Pearl, rifiuta provocando la rottura con la ragazza. Intanto, a causa di profondi dissapori con il padre e con il fratello, Jesse, pur essendo innamorato di Pearl, lascia la famiglia.
Dopo la rottura con Lewt, Pearl accetta la proposta di matrimonio di un uomo molto più anziano di lei; ma Lewt, violento e possessivo, lo uccide e fugge dal paese. Saputo poi che Pearl, dopo la morte di Laura Bell, si è recata in città da Jesse, accecato dalla gelosia lo sfida a duello e gli spara.
A questo punto Pearl si reca a un ultimo appuntamento con Lewt e lo affronta in un duello.

Commento
Pervaso da un’atmosfera morbosa e torbida, Duello al sole (1946) non è un western tradizionale, ma piuttosto una storia di passione e di morte. Il film mostra la natura completamente irrazionale e ingovernabile della passione amorosa, che può implicare anche odio e desiderio di morte, cioè volontà di distruzione.
Pearl e Lewt si amano ma sono troppo orgogliosi, giovani e testardi per ammetterlo. Pearl, nonostante l’ammirazione per la bontà e la nobiltà d’animo di Jesse, è fortemente attratta da Lewt fin dall’inizio, ma cerca di soffocare questo sentimento così sconvolgente senza accorgersi che l’odio che prova per lui non è altro che amore. Lewt è viziato e immaturo, egoista e incline a voler compiacere suo padre, che detesta Pearl; pertanto non si rende conto dei suoi reali sentimenti verso Pearl fino alla fine: solo di fronte alla morte finalmente urla la verità.

Girato da King Vidor, Duello al sole è in realtà un film del produttore David O. Selznick, che volle realizzare un progetto ambizioso, senza badare a spese, e che fu il vero artefice dell’atmosfera delirante e morbosa che permea tutta la pellicola, sicuramente molto “audace” per l’epoca. Le scene, i paesaggi e l’uso del colore sono tali da rendere Duello al sole un autentico kolossal.
Jennifer Jones in alcuni momenti recita un po’ troppo sopra le righe; buone le performances dello statuario e bellissimo Gregory Peck e di Joseph Cotten, più misurati ma convicenti.
Il duello finale tra Pearl e Lewt, consumato sotto un sole infuocato, perfetta metafora del loro indomabile sentimento, è una delle scene più conturbanti, passionali e struggenti della storia del cinema. Basta questo a rendere il film indimenticabile.
Voto: 8

Mia cugina Rachele

Trama

Ambrose Ashley, un ricco proprietario terriero che vive in Cornovaglia insieme al nipote adottivo Philip, parte per l’Italia in seguito a problemi di salute. A Firenze conosce Rachele, una sua lontana parente  rimasta vedova in giovane età. Improvvisamente, Philip riceve una lettera che annuncia  il  matrimonio  tra  Ambrose  e  questa  donna.

Dopo poco più di un anno dalle nozze, Ambrose si ammala gravemente e in breve tempo muore a Firenze. Philip inizia così a nutrire alcuni sospetti nei confronti di Rachele, che considera responsabile di questo improvviso decesso. Ma quando la donna giunge in Inghilterra, Philip è costretto a ospitarla e, contrariamente a ogni sua aspettativa, ne rimane affascinato.
Durante il  soggiorno in Cornovaglia, la personalità di Rachele si rivela complessa e a tratti sfuggente. Capace di tenere manifestazioni d’affetto ma anche di repentini scatti d’ira, enigmatica, elegante e raffinata, saggia e ironica, dolce ma nel contempo autoritaria, a poco a poco manifesta uno dei suoi difetti maggiori: la prodigalità. A volte sembra disinteressata nei suoi sentimenti verso Philip, altre volte, invece, appare fredda e calcolatrice. Instaura così un rapporto ambiguo con il ragazzo, che ne resta talmente soggiogato da perdere completamente la testa e da diventare fin troppo generoso nei suoi confronti.
Ma certe lettere di Ambrose, scritte durante la  malattia e trovate per caso dal nipote, gettano terribili ombre sulla figura di Rachele, ombre che, unite alla passione frustrata di Philip e al non limpido comportamento della donna, conducono a un tragico epilogo.

 

Commento

Mia cugina Rachele (1951) è un romanzo di Daphne Du Maurier. Due sono i pregi fondamentali di quest’opera: la sapienza con cui è tratteggiata l’affascinante e pericolosa ambiguità di Rachele, tanto che è impossibile comprendere se sia stata davvero responsabile della morte del marito, e la bravura con cui viene mostrata la natura puramente soggettiva della passione amorosa, tale da trasfigurare l’immagine della persona amata in un ideale che non trova corrispondenza nella realtà.

Non ci sono sbavature: ricostruzione ambientale ed elaborazione della psicologia dei personaggi sono ottime, e ottima è la capacità dell’autrice di costruire la suspense. Lo stile fonde in modo impeccabile una notevole capacità descrittiva con belle suggestioni poetiche. Il finale è un colpo al cuore, tragico e commovente, pesante come un macigno e indimenticabile.

Dal libro è stato tratto anche un bel film del 1952, intitolato come il romanzo e interpretato da Richard Burton e Olivia De Havilland.

 

Perché leggere questo romanzo

– perché consente di comprendere bene e senza annoiarsi la psicologia di una donna narcisista e manipolatrice.

-perché è affascinante immergersi in un’atmosfera ottocentesca e romantica, fatta di remote dimore patrizie, di forti passioni e di giornate scandite da riti che non trovano più spazio nella nostra quotidianità. Ma non si tratta di un romanticismo da quattro soldi, ossia di quel ciarpame diseducativo, tipico dei romanzi rosa di bassa lega, che dipinge mondi e relazioni inesistenti; al contrario, qui la trama mostra con tagliente efficacia i troppi rischi connessi al distacco dalla realtà, e il prezzo che ne consegue.

-perché tutti i personaggi, anche quelli minori, sono tratteggiati con tale maestria da assumere la consistenza di persone in carne e ossa.

-perché è bene lasciarsi trasportare da una narrazione lenta, avvolgente, scorrevole ma tale da richiedere anche attenzione. In un mondo come il nostro, disastrosamente incentrato sul mordi-e-fuggi in ogni ambito dell’esistenza, sulle relazioni liquide e sulla velocità a tutti i costi, è bene recuperare la capacità di soffermarsi sui particolari. Le buone letture c’insegnano anche questo.

-perché il finale racconta molto dell’inevitabile ambiguità che sempre percorre i rapporti umani.