Passeggiata in città

Cosa succede se la terribile calura estiva ci regala una piccola tregua? Succede che si possa finalmente camminare un po’, andando alla riscoperta di strade e quartieri dimenticati o lasciati da parte per semplice disinteresse.

A cinque minuti da casa mia c’è il quartiere Sant’Agnese vecchia. Insieme al centro storico e al Buon Pastore, è considerato uno dei migliori quartieri della città. Si distingue in modo particolare per un’alta concentrazione di ville, soprattutto liberty, e di palazzi di lusso, oltre che per essere un’area molto verde. Ieri, approfittando della giornata abbastanza mite, ho deciso di visitarlo scattando qualche foto, giusto per divertirmi un po’, senza pretese.

Via Vedriani è piena di alberi e molto silenziosa. Ci si passeggia volentieri:

Anche via Archirola riserva belle sorprese:

Via Valdrighi, verdissima e con molti palazzi “blindati” dagli alberi:

Da via Valdrighi si raggiunge la chiesa di Sant’Agnese, parrocchia del quartiere, che si affaccia su piazzale Annibale Riccò:

Ed ecco la chiesa:

Viale Moreali, largo, verde e pieno di traffico, anche se l’ho fotografato in un raro momento di pace:

Via del Gambero, una laterale di viale Moreali:

All’angolo con via Malmusi ci accoglie una casa in disfacimento:

Al ritorno, una bella palazzina in via Prampolini:

Chiacchiere all’inizio di maggio

Questa mattina, approfittando della giornata festiva, sono andata in centro storico e sono rimasta quasi sconvolta nel vederlo affollato come un tempo, come nel periodo pre-pandemia: bar all’aperto presi d’assalto, gruppi di persone ovunque, voci e urla in ogni dove. Da molto tempo, ormai, non sono abituata all’atmosfera vivace, talvolta da sagra paesana, che caratterizza il centro storico di sabato e di domenica.

Quando abitavo in centro, evitavo accuratamente d’uscire durante il sabato pomeriggio: mi bastava sentire le voci sulla strada, percepire il clima allegro che inondava le vie e, intanto, restarmene tranquilla, perché sapevo che, trascorsa la tempesta del fine settimana, dal lunedì il mio quartiere sarebbe tornato un luogo piacevole e vivibile, vivace ma senza eccessi.

Ho sempre amato molto il centro storico durante l’autunno e l’inverno, perché è un luogo in cui non si avverte alcun senso di solitudine; nello stesso tempo, quando si sta in casa ci si sente davvero “dentro”, chiusi, al riparo, una sensazione, questa, che non riesco a provare altrove: sono le vie strette, i palazzi legati gli uni agli altri, i cortili interni angusti e le mura spesse a infondermi un profondo senso di pace e di calore. Ma in primavera e d’estate il centro storico non mi è mai piaciuto troppo, perché l’avvertivo e l’avverto come una prigione, per gli stessi motivi che invece lo rendono bellissimo nelle altre stagioni.

Stamattina, dopo aver constatato l’assalto dei cittadini al centro, sono scappata via in fretta, e mi sono sentita libera e felice quando mi sono ritrovata immersa nella tranquillità e nel verde del quartiere Buon Pastore, a contemplare l’inizio dell’ultimo mese di primavera.

E allora adesso parlo del niente, del poco che ho fatto prima dell’ora di pranzo, attardarmi sul viale a guardare gli alberi che stanno cambiando colore. Quindici giorni fa il rosa era predominante:

Oggi è il verde a farsi spazio sugli stessi alberi:

Mi ha colpita l’estrema lentezza delle persone intente a passeggiare, nei parchi e sulle strade, quel procedere quasi senza meta, senza alcun fine, il puro piacere di andare senza dover rispettare scadenze, orari, impegni – il puro piacere di lasciarsi inebriare dalla primavera. Ed ecco le rose gialle – maggio ormai arrivato – le rose gialle avvinghiate a un cancello, per farsi ammirare:

Ci attende un’esplosione di rose e di sole, e un avvicinarsi all’estate di corsa, come a non voler attendere. Cerchiamo allora di viverlo intensamente, maggio, di viverlo nei suoi colori intensi, quasi sfacciati, e di lasciarci sedurre dai suoi tramonti.

Una passeggiata piacevole

La scorsa domenica, sotto un cielo così stinto da evocare frammenti di memorie autunnali, ho fatto una passeggiata lungo il parco che divide viale Muratori da viale Martiri. È uno di quei parchi che io definisco all’antica, perché è grande, pieno di bellissimi alberi e di normali panchine, a differenza di certi orrori sorti più di recente.

Il parco è una sorta di raccordo fra il quartiere Buon Pastore e il centro storico. Io lo raggiungo a piedi in dieci minuti. Qualche foto:

Verso la zona rossa

Fra poche ore Modena e Bologna entreranno in zona rossa, e forse, dall’8 marzo, tutta l’Emilia-Romagna seguirà lo stesso destino. Mi dispiace, mi pesa, mi deprime. Mi dispiace non poter uscire a passeggiare liberamente, dove desidero, dove mi conducono i pensieri del momento, certe sensazioni inaspettate, alcuni ricordi. Mi sento in prigione, mi sento in una cella senza neppure la possibilità di un’ora d’aria. Ma so che bisogna reagire e immagino che ci riuscirò grazie ai miei libri.

Nel tardo pomeriggio, sono andata in centro storico per qualche commissione e per comprare un libro prima che tutto chiuda. Così ho scattato qualche foto. Qui mi trovo alla fermata dell’autobus in via Emilia, di fronte a piazza Matteotti, probabilmente la piazza più sfortunata della città: a nessuno piace, a nessuno è mai piaciuta. Negli anni Ottanta e Novanta qui si riunivano personaggi poco raccomandabili, spesso dediti allo spaccio di droga. Poi la situazione è nettamente migliorata, sono state prese varie iniziative per rivitalizzare questo disgraziato angolo del centro, e adesso c’è anche una bella giostra per i bambini. Prima del Covid, la piazza ospitava spesso mercatini di vario genere; tuttavia continua a restare la Cenerentola del centro storico. Eccola:

Mi sposto in piazza Grande, mentre comincia a calare la sera. Mi aspettavo maggiori presenze:

Sulla piazza si affaccia anche la banca Unicredit, edificio che, trovandosi di fronte alla cattedrale, rovina un po’ l’atmosfera:

Questa è via Francesco Selmi vista dalla piazza:

Da piazza Grande si arriva anche in un’altra piazza, più piccola e modesta: piazza XX Settembre. A destra c’è sempre la banca, e il davanzale che si vede è quello su cui due simpatici umarells si fermavano spesso a giocare carte. Anni fa scrissi un post su questi personaggi. La piazza è sinistra, dove c’è il palazzo rosso:

Eccola:

Adesso torno indietro:

E qui mi fermo, perché il mio umore m’impedisce di scrivere altro.

Sabato, passeggiata e centro storico

Questa mattina il clima mite mi ha spinta a passeggiare in centro storico con calma, e ne ho approfittato per scattare alcune foto. In genere mi piace fotografare quando non ci sono persone intorno; in centro, però, non è facile, specialmente il sabato, quando le vecchie strade della città sono prese d’assalto da persone in cerca di svago. Domani, poi, finiremo in zona arancione, per cui oggi i cittadini tendono a scatenarsi affollando bar e negozi. Va detto che per me, amante del silenzio e delle passeggiate solitarie, la zona arancione significa che potrò fotografare in piena libertà, perché il quartiere sarà semivuoto. Nell’attesa dunque di giornate più propizie, pubblico ora le immagini di alcune vie del centro storico.

Comincio da Rua Muro:

Passo poi in via Malatesta, parallela a Rua Muro:

Via Sant’Eufemia:

Giro a destra, lungo via Carteria:

Come si può vedere sopra, da via Carteria si sfocia in via San Giacomo. Proseguo lungo questa strada:

E la via si apre su Largo San Giacomo:

Proseguendo si arriva in corso Canal Chiaro:

Da qui vado alla chiesa di San Francesco, che ha il raro pregio di essere sempre aperta:

Esco e, di fianco alla chiesa, percorro Rua dei Frati Minori:

Per adesso mi fermo qui.

Passeggiata nella nebbia

Questa mattina mi sono svegliata con la nebbia, una fitta coltre grigia distesa sul piccolo mondo che circonda la mia casa – e quel frammento che è la mia vita. Il parco sotto casa mia si è trasformato in uno spazio di pura desolazione, con i rami degli alberi affranti e inermi di fronte all’asprezza di gennaio:

Ma questa severità, questa tetraggine che non consente distrazioni o imperdonabili leggerezze, ha in sé la dignità del silenzio e il vigore di chi non si arrende mai, qualsiasi cosa accada. Via Solieri, non lontana da casa mia, sembrava oggi racchiusa in un’altra dimensione o forse persa in sogni inafferrabili e vaghi:

E poi il viale, viale Buon Pastore, che dà il suo nome al quartiere e che d’inverno assume un aspetto cupo e minaccioso. Qui è all’incrocio con via Peretti:

Io proseguo verso il parco vicino al residence I Portici, dove da ragazzina trascorrevo parecchio tempo durante i mesi estivi. Il parco non è bellissimo, ma ha il pregio di essere un’oasi di verde vicino a casa. Stamattina, con la nebbia, appariva quasi inquietante:

E questo è il viale fuori dal parco:

Proseguendo e oltrepassando il residence I Portici, si arriva all’incrocio con via Riva del Garda e via Sassi; andando dritto si raggiunge un altro parchetto, ricavato dal vecchio vivaio. Questo è viale Buon Pastore all’altezza del parchetto:

E questo è il parchetto:

Non è bellissimo neppure durante la primavera, ma ha il pregio di nascondere una gradevole sorpresa – gradevole per me, per la mia fantasia sempre pronta a cogliere strane sfumature o bizzarre connessioni. La sorpresa è un lungo sentiero, seminascosto dietro ad alcune ville, cui si accede dal parco; il sentiero collega viale Don Minzoni – un orrore di traffico a ogni ora del giorno – e la già citata via Riva del Garda. Percorrendolo si ha l’impressione di trovarsi in campagna; solo che qui siamo in città e a dieci minuti dal centro storico. Proviamo a entrare in questo piccolo angolo:

Pochissimi colori freddi e una poltiglia fangosa sul nostro cammino: questa è l’essenza dell’inverno e il suo insegnamento. Comprenderla e amarla è un privilegio.

Passeggiata a Santo Stefano

Dopo il temporale e la grandinata di ieri sera – sì, la grandine il 25 dicembre – questa mattina ho deciso di fare quella che nei famosissimi decreti di Giuseppe Conte è definita attività motoria, ossia un bella passeggiata vicino a casa mia. Qui gli assembramenti non ci sono mai, in nessuna stagione, per cui è possibile camminare incontrando pochissime persone, silenziose e tranquille.

Ecco il parchetto sotto casa mia, mezzo allagato:

Siccome non sono masochista e non mi piace sguazzare nell’acqua come una paperella, ho deciso di passeggiare lungo la mia strada preferita: si tratta di via Solieri, appartata, stretta, sconosciuta ai più ma bellissima, almeno secondo me. È appartata perché, da viale Buon Pastore, la si raggiunge soltanto attraverso una piccola svolta seminascosta, quasi invisibile, nota soltanto ai residenti. Si parte da qui, percorrendo quello che sembra un viale pedonale senza uscita. Eccolo:

E invece no, l’uscita c’è ed è in fondo a destra, in mezzo a un intrico di rami e cespugli:

Ed ecco, dopo la svolta, via Solieri:

Di questa strada amo il silenzio, che la pervade in ogni stagione, e quell’atmosfera un po’ d’altri tempi che sembra avvolgerla tutta e proteggerla; ma mi attira anche il suo aspetto rurale, quel suo sembrare quasi una strada di campagna, quando invece si trova soltanto a cinque minuti dal centro storico della città. In via Solieri convivono belle case e inattesi angoli degradati – qualche cancello arrugginito e un piccolo giardino abbandonato.

Poter abbracciare il verde con lo sguardo, nonostante il gelo invernale, è bellissimo:

Come sia questa strada durante l’autunno è cosa che si può facilmente immaginare. 🙂

La prima passeggiata dopo tanto tempo

Nel tardo pomeriggio sono uscita per una breve passeggiata, la prima dopo due mesi. Mi sono sentita un po’ disorientata, in lieve difficoltà e persino malinconica; ma penso che sia normale dopo un lungo periodo di quarantena.

Lungo il viale si sono formati piccoli assembramenti, soprattutto perché la pista ciclabile affianca la parte pedonale, e oggi i ciclisti, dato il clima mite e il desiderio di sfogarsi, erano tanti. Io mi sono sempre allontanata dai gruppi di persone riunite sui marciapiedi, ma ciò che ho visto mi ha lasciata perplessa: troppi comportamenti poco meditati. Ho notato persino un gruppo di giovani sotto a un piccolo gazebo in un parchetto, tutti appiccicati e senza mascherine. Comprendo il desiderio di vivere in pieno questa bellissima stagione e di stare all’aperto in compagnia, però penso che bisognerebbe cercare di essere un po’ più prudenti. Oltretutto sarebbe vietato, almeno qui in Emilia-Romagna, sedersi in gruppo nei parchi, e invece ho visto anche una simpatica anziana, che vive nel mio condominio, seduta contenta in panchina insieme ad altre arzille vecchiette, tutte con la mascherina abbassata sul collo.

Mi auguro che le condotte imprudenti restino molto circoscritte e che non si ritorni a un nuovo lockdown, perché sarebbe insostenibile sia sul piano psicologico sia sul piano economico.

Luci e oscurità

Quando cala la sera, mi piace guardare le luci colorate – le luci di Natale – che fendono l’oscurità. Al di là dei vetri, al di là della portafinestra della cucina, lo spettacolo è coinvolgente e rassicurante: sui balconi dei palazzi e delle villette tanti colori, diverse armonie, intermittenze rosse, argento, oro, verde e blu salutano le feste e l’inverno, trionfano sul gelo e sulla nebbia. Sono il segno della festa, della nostra vitalità dirompente nonostante il gelo.

Soprattutto prima di cena, quando in genere esco per una breve passeggiata, mi piace vedere questo sfolgorio di luci mentre attraverso Viale Buon Pastore e i passanti sono rari, a parte le automobili che invece non mancano mai. L’inverno è duro, tutte le meraviglie dell’autunno sono scomparse: gli alberi sono soltanto scheletri rigidi e scuri, le poche foglie sui marciapiedi sono secche – miseri frammenti della stagione ormai dissolta -, ed è la monotonia del grigio scuro a dominare lungo le strade. Ma queste luci,  questo fremere audace di colori nella notte interrompe la severità dell’inverno. Come fosse un bel regalo.

Passeggiata d’ottobre

Sono già ammonticchiate. Le foglie, dico. Mentre cammino mi domando quando siano cadute; ma lo so, è successo mentre io non potevo vederle.

Svolto a sinistra, lungo viale Buon Pastore, e sono anche lì, ai lati del largo marciapiede;  sono tante, color nocciola, scricchiolanti, mentre sugli alberi formano macchie di oro, verde, rosso – foglie tenacemente attaccate alla vita, deste fino all’ultimo respiro.

Le ombre si addensano, mentre il giorno si spegne adagio, ormai esausto. Mi chiedo quante volte i miei passi abbiano calpestato questo viale; mi chiedo quante altre volte, molti anni fa, ho camminato sulle foglie proprio qui, proprio alla medesima ora, nello stesso giorno – 26 ottobre – mentre la luce moriva e io correvo a casa per ritrovarla.

Svolto ancora a sinistra, in via Riva del Garda. Sul marciapiede stretto avanza un uomo, io mi sposto per farlo passare e lui mi sorride e mi saluta con gioia, quasi fossi un’amica. Gli rispondo felice, sebbene non lo conosca; ma è come un segno, come un benvenuto, e tante volte mi è successo da quando sono tornata: sconosciuti mi sorridono e mi salutano come farebbero con una vecchia conoscenza, un volto noto nonostante i lunghi anni di assenza.

Svolto ancora a sinistra e mi trovo in via Savani. La mia strada, la mia vecchia strada, quella da cui me andai in un freddissimo, lontano mattino di gennaio. E cammino, cammino per pochi metri e arrivo al mio palazzo – e il cancello di sempre e lo stesso strano dosso sul marciapiede, le stesse vecchie crepe sull’asfalto, tutto proprio come allora. Lo sguardo cade da quella parte, è inevitabile: l’appartamento è ancora vuoto, le finestre sbarrate come se non dovessero aprirsi mai più. La mia casa è chiusa. Ma non posso fermarmi, adesso non abito più qui. Continuo a camminare, ormai è scuro, si avvicina un uomo, mi guarda e mi saluta. Sono felice per la seconda volta, e felice gli rispondo. Poi, mentre si allontana, mi volto appena per vedere se oltrepassa quel cancello, il mio cancello; ed è così, quella è la sua destinazione. Lui abita lì, e mi ha salutata ignorando che un tempo, un tempo ormai remoto, anch’io ogni giorno varcavo quel cancello.

Continuo lungo la strada (adoro il marciapiede spaccato che sa di vecchio). Davanti alla villa più bella, un uomo sta spazzando le foglie, tante, tantissime foglie, morbidi cumuli che rendono difficoltoso il parcheggio delle macchine. Lo sconosciuto è irritato, le foglie sono per lui soltanto un fastidio, se potesse le farebbe sparire dalla faccia della Terra. Io, invece, le amo follemente e so che, lungo questa via, sono sempre state molte; io so che ottobre, lungo questa strada, è sempre stato una vertigine di vento, nebbia, malinconia e illusioni.

Giro a destra, lungo via Pagliani. Ad accogliermi è il silenzio profondo di questa strada lunga e un po’ tortuosa, fatta d’insolite curve strette, una strada che pare addormentata in un’altra dimensione. Oltrepasso una bella villa a tre piani, col suo giardino grande che sa d’altri tempi, col suo giardino un po’ trasandato e quei sassi, e quella ghiaia, e il magnifico gatto che si avvicina al cancello per guardarmi curioso. Ecco, potrei voltare a sinistra e sarei subito in via Matilde di Canossa; ma tiro dritto come faccio sempre, perché preferisco allungare e tornare a casa attraverso il piccolo parco.

Un uomo sta entrando dentro il portone della bassa casa rossa. Mi guarda un attimo, è soltanto un lampo, fa per sparire ma poi si gira e mi saluta. Sono felice per la terza volta, e saluto e cammino e guardo i due alberi vicini alla curva, dietro alla quale sparisco come un fantasma. Sono tante le foglie, sono d’intenso giallo lungo questo tratto di strada, a mucchi davanti ai cancelli delle villette.

Ecco il parco, una lunga striscia, un largo sentiero che si snoda fra gli alberi. E ancora foglie, foglie in terra, foglie nocciola, verdi, rame – e lampioni accesi, perché la sera è già arrivata. Un poco oltre, prima di raggiungere la strada, si trovano le foglie più belle, quelle sfacciatamente rosse e a grappoli, impudenti, lungo le reti che delimitano quest’angolo di solitudine.