Pioggia di luglio

La pioggia, e il suo canto sui tetti, e il suo crepitio frenetico sui vetri delle finestre stanche, è il passato che abbraccia il presente, il ritorno inatteso di altre strade e altri giorni, scomparsi, per sempre sfaldati oppure eterni – sarà il tempo a raccontarlo.

È che la pioggia estiva, e il cielo che d’un tratto si oscura, giustifica la nostra assenza, quell’esserci per forza, quel trovarsi dentro e fuori nello stesso istante, disorientati ma fermi.

È che la pioggia di luglio oltrepassa la tua essenza, e allora lo sai – diventa una certezza – che nulla conta se non quel sentire attraverso; e sono le gocce che cadono, e tu che non sai rispondere.

Telefono pubblico

Ebbene sì, eccola qui la cabina telefonica dei miei tempi. L’ho citata persino in qualche vecchio post, questa mitica cabina situata all’entrata del parco di viale Buon Pastore. Ricordo quando a volte, da adolescente, me ne servivo durante i lunghi pomeriggi di giugno trascorsi fuori casa. I cellulari non c’erano e quindi le possibilità erano soltanto due: entrare in un bar e telefonare da lì oppure usare queste cabine, che all’epoca sembravano un trionfo di progresso insuperabile. Mai avremmo immaginato che, dopo pochi anni, sarebbero diventate oggetti quasi obsoleti, da guardare con un po’ di commozione.

Le tracce materiali del passato sono sempre rassicuranti, specialmente in un’epoca di enormi trasformazioni, di cambiamenti rapidissimi. Ammetto che, qualche volta, anch’io mi sento come quella cabina solitaria rimasta senza porta: un po’ fuori moda, a mio agio e in difficoltà nello stesso tempo, dentro al mondo e fuori di esso – come vivere lungo un confine incerto, di fronte a un paesaggio evanescente. Ma va bene così, deve essere così quando gli anni passano, le memorie si accumulano e si ricordano tempi lontani, ritmi diversi, valori quasi scomparsi.

Non vorrei tornare indietro; la retorica dei bei tempi andati non mi appartiene. Però mi piacerebbe trascorrere una breve vacanza nel passato: mi basterebbe un fine settimana ogni mese, soltanto per recuperare la me stessa di ieri – ciò che ero e mai più sarò -, e rivivere atmosfere definitivamente perdute, dissolte dall’impietoso scorrere del tempo.

Ma visto che ciò è impossibile, mi accontento di contemplare la mia bella cabina telefonica, impolverata e stanca, immobile sotto il sole e la pioggia, abituata a sopportare tutte le intemperie.

La nuova stagione: ricominciare, accogliere, capire

L’estate meteorologica è cominciata e, lo si voglia o meno, è già diventata parte di noi. Non si resta mai indifferenti di fronte all’arrivo di una nuova stagione, ma ci s’interroga, si fanno i conti col presente e col passato, si tessono trame per il futuro. Una nuova stagione è sempre un ricominciare, il dover necessariamente lasciare alle spalle un periodo per abbracciarne un altro. La nuova stagione s’impone, non ci è consentita la facoltà di rifiutarla: accade, è un fatto, è un dato. Non la scegliamo, ma con essa dobbiamo fare i conti. Ecco che si apre, allora, il problema dell’accoglienza, del fare spazio, del permettere al diverso di entrare nella nostra quotidianità per diventarne parte.

Non è mai semplice accogliere, perché ciò richiede una certa apertura mentale, uno sforzo, la capacità di modificare abitudini radicate, la volontà di ascoltare e di capire senza rinchiudersi nella fortezza del proprio ego, delle proprie opinioni, della propria meschinità. In questo senso il passaggio da una stagione all’altra ci pone di fronte a noi stessi, a ciò che siamo veramente, alla nostra grandezza e ai nostri limiti, come sempre accade nei momenti decisivi dell’esistenza.

Al di là di tutte queste considerazioni, resta il dato essenziale che niente e nessuno può scalfire: il passaggio arriva, il cambiamento è in atto, la nuova stagione è qui. La saggezza consiste nel cercare di adattarsi, inventando strategie, recuperando memorie, prendendosi cura di ciò che siamo.

La villetta

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Accanto al palazzo in cui trascorsi la mia infanzia, c’era una graziosa villetta. L’ampio giardino che la circondava era un intrico di alberi e cespugli, non troppo curato ma neppure sciatto, da cui la villetta spuntava come uno strano fungo.

Quando me ne andai da quella strada, per un lungo periodo non pensai più a nulla, decisa a guardare soltanto avanti. Col trascorrere degli anni, però, ogni tanto quella villetta cominciò a ripopolare le mie fantasie. Nell’aprile del 2018, dopo essere tornata nel mio vecchio quartiere, l’ho ritrovata intatta; ma, dopo qualche mese, la graziosa villetta è stata demolita per lasciare spazio alla costruzione di un condominio di lusso, ormai quasi interamente ultimato.

La fine di quella villetta è stata per me un dispiacere, come se una parte del mio passato fosse stata cancellata a forza per sempre. Perché sì, esistono cose che infondono sicurezza per il fatto stesso di esserci, di sembrare inamovibili; attorno a esse, attorno alla loro immagine, si addensano ricordi, emozioni, fantasie che le rendono vive e presenti e rilevanti; allora, vederle scomparire d’improvviso è come assistere impotenti alla dissoluzione di un importante frammento della propria esistenza.

Poi preferisco stendere un velo pietoso sui sedicenti palazzi di lusso che vedo fiorire ultimamente in questa città.

Il quaderno delle idee

 

Ho un bel quaderno, uno di quei quaderni con la copertina colorata e romantica, tutta a fiori, uno di quei quaderni un po’ fuori moda, che forse non interessano a nessuno. Le pagine sono celesti e di carta riciclata, né a righe né a quadretti. L’ho chiamato il quaderno delle idee, perché vi annoto tutte le suggestioni che attraversano la mia mente in fretta, rapide ospiti destinate a dileguarsi in pochi secondi. Sono gli appunti per elaborare i post del blog, brevi frasi che risalgono improvvise da profondità insondabili, dall’inconscio, dall’io, dallo spirito – chiamatelo come volete, perché non importa: quello è.

Brevi frasi, dicevo. Arrivano mentre cammino lungo una strada stretta, mentre guardo in lontananza nelle sere di nebbia fitta, mentre compio un gesto banale, anonimo, senza alcuna rilevanza. E siccome giungono inattese, hanno la consistenza di veli trasparenti, destinati a lacerarsi subito, in un battito di ciglia. Così afferro il mio quaderno e scrivo di getto, anche soltanto poche parole, e poi lo metto da parte perché so che lui, quelle parole, le custodisce gelosamente.

No, col computer non sarebbe la stessa cosa e neppure con qualche altro dispositivo. Conservo ancora un approccio tutto fisico alla scrittura, quel desiderio impetuoso di abbassare il volto e tuffarlo sulle pagine e abbracciare il quaderno tutt’intero, come se fosse un essere vivente – il più caro, l’amore più grande. Appartengo a un’altra epoca, lo so, comincio già a essere fuori moda, comincio già a essere un po’ fuori da questo mondo. Ma io lo amo, il mio quaderno delle idee, e ne sono persino fiera. È il mio ponte col passato, ciò che ero e che sono rimasta, la continuità che resiste nonostante l’inarrestabile fuga del tempo.

Sul quaderno scrivo anche le liste di libri che leggo. Le scrivo con diligenza, quasi fosse un impegno sacro, e non potrei mai farlo su word, non potrei riuscirci – ho tentato ma fallito. Sono fuori moda, lo so, un po’ all’antica. Ma è così – e altro non riesco a fare.

 

Agosto, passato e presente

Essendo  terminato  luglio, ricomincio  a  scrivere  con  gioia  nonostante  il  caldo. Non  che  agosto  ci  stia  riservando  un  clima  gradevole; tuttavia, questo  è  il  mese  che  precede  settembre  e  ciò  significa  che  ci  stiamo  lentamente  avvicinando  al  declino  dell’estate, cioè  del  forno. Perché  di  forno  si  tratta.

Ricordo  le  mattine, i  pomeriggi  e  le  sere  d’agosto  in  montagna  e  in  un  passato  ormai  remoto. All’epoca, era  difficile  riempire  le  giornate  perché  sembravano  infinite, un  flusso  inarrestabile  di  ore  che  si  susseguivano  adagio, così  adagio che, talvolta, avevo  quasi  l’impressione  che  il  tempo  si  fermasse.

È  ancora  nitido  nella  mia  mente  il  ricordo  di  un  pomeriggio  di  agosto. Avevamo  pranzato  e, insieme  alle  mie  cugine, eravamo  rimaste  in  cucina  a  parlare. A  un  certo  punto, credendo  che  fosse  trascorso  parecchio  tempo  perché  la  conversazione  era  stata  molto  lunga, guardai  l’orologio  posto  su  una  mensola  e  vidi  che  erano  le  13:50. Rimasi  di  stucco, quasi  non  volendo  credere  ai  miei  occhi: perché  il  tempo  era  trascorso  con  tanta, esasperante  lentezza? Avevamo  ancora  un  intero  pomeriggio  da  inventare. Perché  sì, era  proprio  questione  d’inventarselo, il  pomeriggio: occorreva  trovare  passatempi,  divertirsi  e  cercare  di  non  sprecare  tutto  quel  sole, quella  luce, quell’impetuoso  desiderio  di  vivere – lo  sconcertante  fiume  in  piena  che  è  l’adolescenza.

Per  fortuna, arriva  un’età  in  cui  il  fiume  non  è  più  in  piena, ma  scorre  placido  e  tranquillo, saggio  e  disincantato. E  allora  anche  agosto  non  è  più  lo  stesso, ma  assume  un  volto  differente: agosto  è  l’estate  matura, al  culmine  del  suo  splendore  e  perciò  vicina  ai  primi, lievissimi  segni  di  decadenza. Segni  impercettibili, che  sfuggono  ai  più  e  che  possono  essere  catturati  soltanto  dagli  sguardi  più  intensi, dagli  occhi  infaticabili  di  chi  sa  osservare  in  profondità.

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C’era un tempo

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C’era  un  tempo  in  cui, a  maggio, il  sole  era  splendore  di  vita  che  accecava  lo  sguardo  e  la  mente, disegnando  immagini,  sogni,  illusioni  e  rapidi  frammenti  d’infinito. Era  il  tempo  della  leggerezza  nonostante  tutto, del  non  voler  capire, del  non  voler  vedere. Era  la  primavera  che  entrava  nel  cuore, che  dipingeva  ogni  cosa  di  rosa  e  d’azzurro, che  azzardava  con  le  sue  troppe  promesse.

Adesso,  maggio  è  un   sentiero  che  attraversa  il  presente  e  il  passato, complicata  via  di  serenità  e  fredde  consapevolezze, di  prolungati  silenzi  e  di  porte  definitivamente  chiuse.

Come d’autunno a primavera

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C’è  un  po’  di  ottobre  in  questa  giornata  senza  colore  che  segna  il  termine  di  aprile. C’è  un  po’  del  suo  languore, della  sua  dolce  malinconia  che  non  si  dissolve  in  cupa  tristezza  ma  resta  sempre  pacata  e  forse  anche  pigra. La  pioggia  che  arriva  e  se  ne  va  per  poi  tornare  timida  e  silenziosa, la  strada  grigia  eppure  chiara, le  voci  che  si  smorzano –  tutto  come  capita  all’inizio  dell’autunno, quando  il  tempo  sembra  sospeso  in  attesa  dell’ignoto.

Tornano  anche  i  ricordi, tornano  come  d’autunno, tornano  persino  se  li  si  vuole  respingere: vogliono  farsi  ascoltare, vogliono  narrare  trame  rimaste  oscure – e  poi  indicare  orizzonti, dissolvere  illusioni, regalare  consapevolezze, infondere  speranze. Ma  tutto  con  grazia, con  sguardo  sereno  nonostante  un  lieve  affanno.

C’è  un  po’  di  ottobre  in  questa  giornata  spenta  che  chiude  il  percorso  d’aprile. C’è  un  po’  di  passato  e  di  presente, uno  strano  intreccio  di  sensazioni, emozioni, ricordi  che  ci   chiamano  –  sfumati  fantasmi  che  chiedono  udienza  prima  di  dissolversi  nel  caldo  sole  di  maggio.

 

Vento d’estate

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È  l’ora  indefinita  e  stanca  che, d’estate, precede  la  sera. Si  alza  il  vento, si  muovono  le  tende  davanti  alle  finestre  spalancate, una  pallida  sfumatura  di  giallo  interrompe  il  flusso  della  luce  trasparente.  Così  il  tempo  diventa  altro, mentre  le  mura  intorno  svaniscono,  la  giornata  è  scivolata  via  per  sempre  e  il  silenzio  è  un  respiro  affannoso  e  lento.

Le  tende  che  danzano  al  vento, il  tempo  che  ormai  non  è  più –  come  se  dovesse  arrivare  qualcosa,  come  se  tutto  d’improvviso  dovesse  mutare. E  si  abbandona  ogni  difesa, ci  si  lascia  trasportare, ci  si  affida  al  passato  e  al  presente, confusi  nella  luce  che  trema  d’un  brivido  strano: compaiono  prati  e  infiniti  tramonti  e  vivaci  colori  di  tanti  anni  fa; ritornano  campi  e  magie  d’altri  tempi  e  insperati  colori  di  tanti  anni  fa.

Le  tende  che  danzano  al  vento, l’estate  che  inventa  illusioni, il  tempo  che  intreccia  ricordi.

 

Tracce di Medioevo


Molti sono solerti nel chiedere ma lenti nel restituire […]inoltre sciupano i libri maneggiandoli con poca cura. Avviene persino che chi riceve un libro in prestito lo passa poi a un altro e questi a un terzo, in modo che alla fine non si sa più a chi chiederlo […]. Per molti motivi dunque non si può rimproverare chi non presta libri.

A parlare così è Bonaventura da Bagnoregio (1217ca-1274), il più grande rappresentante, nel XIII secolo, della tradizione filosofica agostiniana influenzata dalla spiritualità francescana.
Le parole di Bonaventura non devono stupirci: in qualità di docente universitario, infatti, ha diretta esperienza dei rischi che si corrono prestando i libri di testo agli studenti. D’altra parte Bonaventura vive e insegna nel Duecento, ossia in un’epoca in cui le biblioteche universitarie sono già ben fornite, e la rinascita degli studi, accompagnata e stimolata dal fenomeno delle grandi traduzioni dal greco, dall’arabo e dall’ebraico, ha cambiato il volto culturale dell’Europa.

In questo periodo, i libri sono oggetti particolarmente preziosi a causa della lenta elaborazione che richiedono. Da una pelle di pecora si possono ricavare fra i due e i sedici fogli di carta pergamena, a seconda del formato scelto. A costare, però, è soprattutto il duro lavoro dei copisti, che al massimo riescono a copiare due o tre fogli al giorno, e solo se sono bravi.
In realtà, nel XII secolo è già comparsa in Spagna la carta fatta con gli stracci; ma, come spesso avviene per le novità, è guardata con diffidenza dagli studiosi in quanto più fragile della pergamena, e occorre quindi attendere il Trecento perché cominci a diffondersi anche negli altri paesi europei.

Ieri, mentre mi trovavo alla Feltrinelli, non ho potuto fare a meno di riandare con la mente al Medioevo. Di fronte alla notevole quantità di libri a nostra disposizione e alle tante edizioni, anche economiche, fra le quali possiamo scegliere, ho pensato ai copisti medievali chini sui fogli di carta pergamena, impegnati a tramandare faticosamente un sapere che, senza il loro instancabile impegno, sarebbe svanito per sempre.