Ancora ristrutturazioni

Questa mattina è arrivata una novità di cui avrei fatto volentieri a meno: lunedì prossimo, saranno montate le impalcature intorno a tutto il perimetro del palazzo in cui vivo. Cominceranno lavori di ristrutturazione di cui non so nulla, a parte la durata prevista, che è di sette mesi. Sette, lunghi mesi con le impalcature a rendere impraticabili i balconi, e a rovinare il  bel panorama su cui si aprono le finestre del mio appartamento.

Mi viene da ridere. Mi sono trasferita qui in via temporanea, in attesa che finisca la ristrutturazione del palazzo in centro storico in cui vivevo, e adesso mi trovo alle prese con un’altra ristrutturazione, sebbene soltanto all’esterno del condominio. Mi sento come Fantozzi, giuro.

La villetta

città

Accanto al palazzo in cui trascorsi la mia infanzia, c’era una graziosa villetta. L’ampio giardino che la circondava era un intrico di alberi e cespugli, non troppo curato ma neppure sciatto, da cui la villetta spuntava come uno strano fungo.

Quando me ne andai da quella strada, per un lungo periodo non pensai più a nulla, decisa a guardare soltanto avanti. Col trascorrere degli anni, però, ogni tanto quella villetta cominciò a ripopolare le mie fantasie. Nell’aprile del 2018, dopo essere tornata nel mio vecchio quartiere, l’ho ritrovata intatta; ma, dopo qualche mese, la graziosa villetta è stata demolita per lasciare spazio alla costruzione di un condominio di lusso, ormai quasi interamente ultimato.

La fine di quella villetta è stata per me un dispiacere, come se una parte del mio passato fosse stata cancellata a forza per sempre. Perché sì, esistono cose che infondono sicurezza per il fatto stesso di esserci, di sembrare inamovibili; attorno a esse, attorno alla loro immagine, si addensano ricordi, emozioni, fantasie che le rendono vive e presenti e rilevanti; allora, vederle scomparire d’improvviso è come assistere impotenti alla dissoluzione di un importante frammento della propria esistenza.

Poi preferisco stendere un velo pietoso sui sedicenti palazzi di lusso che vedo fiorire ultimamente in questa città.

Il gatto e l’estate

Vive nel palazzo di fronte e, data la bella stagione, preferisce trascorrere molto tempo all’aria aperta. Ma il cortile del suo condominio è pieno di ghiaia e senza piante, poco piacevole durante le afose giornate estive; così, svelto e silenzioso, attraversa la strada e s’infila sotto il cancello del palazzo in cui vivo io: qui, infatti, c’è un giardino con cespugli e alberi che garantiscono ombra e riparo, e lo splendido gattone se ne approfitta per sdraiarsi accanto alle piante e riposarsi a sazietà.

Bello e grasso – il tipico felino viziato e sereno -, ha un carattere estremamente aperto, dolce e socievole: appena qualcuno gli si avvicina, si sdraia con le zampe all’insù e mostra la pancia per farsi accarezzare. A volte, poi, quando apriamo il portone, lui sguscia veloce nell’atrio e ci segue fino all’ascensore, mai abbastanza pago di coccole e complimenti. Capita anche di vederlo trotterellare rapido lungo la via per infilarsi nel parco qui accanto, e lanciarsi in chissà quali avventure.

Credo che, se potesse parlare, dichiarerebbe tutto il suo amore per questa stagione.

La casa vuota

Ho già raccontato che, quasi ogni sera, faccio una breve passeggiata verso la via in cui trascorsi l’infanzia e la prima adolescenza. Ho cominciato questo “rito” durante l’autunno per poter camminare con l’oscurità.

L’oscurità vela, nasconde, protegge; e l’oscurità delle stagioni fredde è anche la certezza di non incontrare persone sul proprio cammino, o di incontrarne pochissime, silenziose e inclini a raggiungere in fretta le proprie case, inclini a dileguarsi nel buio, come fantasmi giunti da chissà dove. Così, quel tratto di strada resta quasi interamente mio, e posso pensare, ritrovare, capire. Capire quale sia l’incantesimo che mi sta tenendo prigioniera.

Quando me ne andai da questo quartiere, non vi tornai quasi più. Forse tre o quattro volte al massimo, sempre in fretta e senza provare alcuna commozione. Certo, lo avvertivo come un luogo a me familiare; però lo consideravo una parentesi che non si sarebbe mai più riaperta. Ero giovanissima, guardavo al futuro e volevo chiudere alcune porte. Ma forse la chiusi troppo in fretta, quella porta; forse ci fu qualcosa di sbagliato in quel voltare le spalle così deciso, come se per me cominciasse un’epoca del tutto nuova. Come se bastasse lasciare una casa per modificare un’esistenza.

Adesso che mi trovo di nuovo qui, nel mio vecchio quartiere, avverto tutta la forza del passato che ha chiesto di tornare, imponendosi. Ecco perché esco nell’oscurità e compio quel cammino: perché voglio restare sola con i miei pensieri, ma anche perché ciò che sta accadendo è un mistero, perché non mi è ancora tutto chiaro, perché sono sicura che ci sia altro da scoprire.

In primavera e durante l’estate ho evitato queste passeggiate. Ricordo che sono passata una o due volte davanti alla mia vecchia casa, ma senza entrare nel cortile. Non ero ancora pronta per farlo, e poi tutta quella luce – la luce della bella stagione – era in contrasto con il mio stato d’animo del momento.

Ma, a partire dall’autunno, le cose sono cambiate a poco a poco e, quasi senza accorgermene, sono giunta al momento decisivo. Dapprima mi sono limitata ad arrivare fino alla “mia” casa, per poi tornare indietro (l’ho fatto persino il 25 dicembre); e, qualche giorno fa, è avvenuto il passaggio fondamentale, quello che finora non avevo avuto il coraggio di fare. Sono entrata dalla parte posteriore del condominio, che è rimasta aperta proprio come quando io ero bambina. Sì, è un palazzo un po’ particolare: esiste un cancello chiuso, ma c’è anche una parte dalla quale si accede al cortile liberamente.

E così sono entrata, sono andata in cortile e ho visto che la finestra del mio vecchio tinello, al primo piano, era chiusa, le tapparelle completamente abbassate, nessuna debole luce a indicare una qualche presenza. Allora ho girato a sinistra e ho guardato le altre finestre – la cucina e il bagno -, e anche quelle erano chiuse; e poi ho voltato di nuovo a sinistra, e lì, le due finestre delle camere da letto anch’esse chiuse. Tutto sbarrato. Ho guardato allora i nomi sul citofono, accanto al portone d’ingresso, e mi sono accorta che l’appartamento in cui ho vissuto tanto tempo fa è il solo in cui, al presente, non abita nessuno. L’unico appartamento vuoto in tutto il palazzo.

Come se mi aspettasse.

Il condominio

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Dopo  una  giornata  piovosa  e  scura, è  calata  la  sera, spettrale, avvolgente, misteriosa. Immersa  in  questa  atmosfera  quasi  irreale, è  inevitabile  per  me   lasciarmi  trasportare  dal  silenzio  e  dall’enigmatica  serenità  che  soltanto  l’autunno  sa  regalare. D’improvviso  arrivano  frammenti  di  memorie  da  un  tempo  lontano, forse  ridestati  dal  volto  malinconico  di  ottobre. Come  fantasmi  decisi  a  comparire  per  chissà  quale  ragione.

E  così  rivedo  un  altro  grigio  e  un  ottobre  di  molti  anni  fa: sono  in  giardino, mi  guardo  intorno  intristita  dall’atmosfera  cupa – ho  soltanto  sei  anni, preferisco  l’estate – e, dal  portone  del  palazzo, esce  il  professore. Mi  sorride  come  sempre  e  cammina  svelto, con  la  testa  un  po’  reclinata  da  un  lato; esce  dal  cancello, sale  in  macchina, se  ne  va. Ogni  volta  che  lo  vedo, è  sempre  la  stessa  cosa: il  sorriso, l’aria  mite, il  passo  svelto. Ma  poi  arriva  un  giorno  particolare, un  giorno  in  cui  qualcuno  annuncia  che  il  professore  non  tornerà  più: è  morto  in  un  incidente  stradale, su  in  appennino. Sua  moglie  è  finita  all’ospedale, ma  i  medici  dicono  che  se  la  caverà. Il  sorriso  del  professore, invece, è  svanito  per  sempre.

Rivedo  la  signora  M., vedova, che  vive  al  terzo  piano. Tranquilla, gentile,  anche  lei  sempre  sorridente, sempre  serena  nonostante  tutto. Un’esistenza  semplice, la  sua, che  i  più  superficiali  definirebbero  banale, e  che  invece  ha  lo  splendore  di  un  mondo  d’affetti  intorno. Non  l’ho  mai  vista  arrabbiata, non  l’ho  mai  sentita  alzare  la  voce.

Al  quarto  piano, invece,  c’è  la  terribile  signora  F. Terribile  è  un  termine  eccessivo: con  noi  vicini  di  casa  è  buona  sebbene, in  apparenza, un  po’  scorbutica  e  con  un  tono  di  voce  da  maresciallo  dei  carabinieri  abituato  a  impartire  ordini. Ma  è  terribile  per  ciò  che  ha  fatto  a  suo  figlio. Lei  non  lo  ama: lo  adora, letteralmente. E  per  lui  è  un  guaio, un  guaio  grosso. Spesso  alcuni  inquilini  del  palazzo  le  dicono  di  smetterla, di  lasciarlo  libero, di  non  soffocarlo  così; le  dicono  che  lo  sta  rovinando, che  dovrebbe  lasciarlo  libero  di  fidanzarsi, di  sposarsi. Ma  a  lei  non  importa, lei  non  ascolta  nessuno  perché  ne  è  innamorata, innamorata  pazza. E  non  lo  chiama  neppure  per  nome: lo  chiama  maestro. Il  fatto  che  sia  diventato  maestro, per  lei  che  proviene  da  una  famiglia  poverissima, è  motivo  di  grande  orgoglio. Quando  lui  arriva  a  casa, nel  tardo  pomeriggio, lo  aspetta  sempre  in  giardino  come  una  fidanzata  ansiosa,  e, se  qualcuno  di  noi  si  trova  nei  paraggi, grida  tutta  entusiasta: “Sta  arrivando  il  maestro, sta  arrivando  il  maestro! Allontanatevi, devo  aprire  il  cancello!”. Lui  scende  dalla  macchina  con  l’aria  seria  e  rassegnata; a  volte, mentre  la  madre  si  avvicina  per  accarezzarlo, la  respinge  e  si  arrabbia. Ma  non  ha  la  possibilità  di  andarsene  da  casa,  e,  del  resto,  è  ormai  talmente  depresso  da  non  riuscire  a  reagire.

Un  giorno, a  Carnevale, me  ne  sto  in  giardino  trastullandomi  col  mio  bel  vestito  da  damina. C’è  il  sole, la  giornata  è  stranamente  mite  nonostante  sia  febbraio. D’improvviso  arriva  la  signora  F.  insieme  al  figlio  e, con  voce  perentoria, mi  dice: “Vieni, vieni  con  noi! Il  maestro  ci  porta  alla  sua  scuola  dove  c’è  lo  spettacolo  di  Carnevale!”. Io, timida,  farfuglio  una  risposta: “Non  so…devo  dirlo  a  mia  madre.”. Lei  strilla  prepotente: “Ma  no! Vieni  via, tanto  facciamo  presto, non  c’è  bisogno  di  avvertire  nessuno!”. Io, impaurita  dal  tono  della  sua  voce, salgo  in  macchina  muta. La  signora  F. mi  ha  annichilita.

La  signora  C., invece, è  quella  che, se  potesse, in  casa  volerebbe. Solo  che  non  ha  le  ali  in  dotazione, quindi  non  può  farlo. Maniaca  dell’ordine  e  dei  pavimenti  lucidi, obbliga  il  marito  a  mangiare  sul  lavandino  della  piccola  cucina, per  non  sporcare  la  sala  da  pranzo, e  non  si  siede  mai  in  salotto, proprio  mai: ha  detto  che  quello  è  lì  solo  per  bellezza. Si  guarda ma  non  si  tocca, proprio  come  si  fa  con  gli  oggetti preziosi. La  signora  C. ha  un  nipote  molto  simpatico, un  bambino  buono, privo  di  malizie  ed  educato. Quando  viene  da  sua  nonna, giochiamo  insieme  in  giardino. Una  volta, in  primavera, andiamo  alle  giostre, insieme  a  mia  madre  e  alla  signora  C. Siamo  piccoli, pieni  di  brio  e  ci  scateniamo  come  furie, dando  filo  da  torcere  alle  nostre  povere  accompagnatrici. Quanti  ricordi!

Ma  ci  sono  altre  persone  nel  palazzo  della  mia  infanzia, e, se  volessi, non  finirei  più  di  scriverne. Per  ora  mi  fermo  qui. Però  non  posso  fare  a  meno  di  dire  che, spesso, mi  torna  in  mente  il  professore, probabilmente per la sua fine così improvvisa. E  non  so  perché, non  ne  capisco  le  ragioni: compare  d’improvviso, davanti  ai  miei  occhi, e  sorride  camminando  velocemente, sempre  con  la  testa  un  po’  reclinata. Sorride  come  se  non  se  ne  fosse  mai  andato  o  come  se  dovesse  tornare. Quanto  al  maestro, ho  saputo  che, molti  anni  fa, ha  messo  sua  madre  in  una  casa  di  riposo  ed  è  diventato  diacono.

Le due sorelle


Tutto tace e allora è facile pensare. Un muro rosa, una finestra chiusa, i fiori in attesa: chissà perché evocano in me ricordi d’infanzia e d’una casa che non m’apparteneva.

Il giardino era abbastanza grande, circondato da alberi e protetto da una lunga rete verde, mentre la sobria villetta aveva una grazia indefinibile. Il cane si chiamava Kim ed era tremendo. Neppure io, che amavo gli animali, riuscivo ad avere simpatia per lui perché non faceva altro che abbaiare minacciosamente quando qualcuno, uscendo dal palazzo, era obbligato a passare davanti a quella rete. Era un cane antipatico perché il suo compito era soltanto quello di difendere la villetta, il giardino e le due sorelle che vivevano lì.

Le due sorelle…Da un po’ di tempo il loro ricordo sfiora la mia mente spesso, facendomi sussultare. Mi sovvengono i loro visi come avvolti da una nebbia che ne confonde i lineamenti: è la nebbia dei tanti anni trascorsi, è una nebbia che mi colpisce e che talvolta mi commuove.
Quando le due sorelle invadono i miei pensieri chiedendo di essere ricordate, affiorano immagini di giornate autunnali malinconiche e lente, della strada silenziosa percorsa dal vento, delle foglie morenti sull’asfalto. Poi rivedo i loro sorrisi e resto incantata.

Le due sorelle erano così, creature differenti. Sembravano provenire da un altro mondo. La loro cortesia era immutabile e i loro sorrisi non conoscevano ombre. Erano sorrisi che nascevano dal cuore, riflesso d’una gentilezza d’animo priva d’incrinature. Per me, che, sebbene bambina, comprendevo con estrema facilità chi era falso e chi era sincero, quelle due donne rappresentavano un enigma. Avvertivo la loro bontà, ma all’inizio quasi non volevo credere a ciò che vedevo perché non ero abituata a tanta grazia, a tanta luminosa serenità e costante dolcezza.
Non vi era mai neppure un velo di diffidenza e di malizia nei loro sguardi, non vi era mai nulla che interrompesse quella soave benevolenza che le rendeva uniche.

Sembra strano che, dopo tanti anni, tante esperienze e tante conoscenze, la mia mente torni a loro, che altro non furono se non vicine di casa con le quali non ebbi mai rapporti stretti. Eppure non posso farne a meno perché, né prima né dopo, ho mai incontrato volti così. Quei sorrisi radiosi, perenni primavere colorate di rosa, restano scolpiti in me come ricordi indelebili. E continuo a pensare, guardandomi intorno ogni giorno e facendo impietosi paragoni, che fossero davvero creature d’un altro mondo. Come bellissimi fiori nati nel fango.