Tracce di novembre in città e in campagna

Il primo giorno di novembre ci ha regalato nebbia e oscurità, come a voler suggerire che la stagione sta entrando nella sua fase intensamente malinconica e misteriosa: è l’autunno profondo, l’autunno che non dissimula i suoi tormenti interiori. Ho approfittato del giorno festivo per camminare fino in campagna, in località Saliceta san Giuliano, arrivando fino alla piccola chiesa del borgo. Il percorso è stato lungo, ma ne è valsa la pena perché il foliage è ora nel suo massimo splendore.

Per arrivare a Saliceta ho attraversato una parte del parco Amendola sud, che frequento raramente perché non mi piace molto; stamattina, però, era incantevole grazie all’atmosfera brumosa e al giallo delle foglie. Ho compreso subito che sarebbe stato opportuno fissare certi contrasti cromatici prima che fosse troppo tardi:

Ed eccomi verso Saliceta, dopo aver percorso via Panni. La campagna è piatta e monotona:

Qui sono accanto alla chiesa. Si avverte il distacco dal paesaggio urbano:

La chiesa è molto piccola e semplice. Non sono entrata perché c’era una funzione religiosa e si sentiva cantare: non mi sembrava il caso d’introdurmi e mettermi a fotografare. A causa del fitto passaggio di automobili lungo la stradina davanti alla chiesa, non ho potuto fotografare ogni angolo né riprendere tutto l’edificio – farmi ammazzare per scattare foto no, non se ne parla proprio. Perciò bisogna accontentarsi di queste due immagini:

Ancora nebbia e oscurità

Nel post precedente ho pubblicato alcune foto scattate nella nebbia. Adesso ne pubblico altre, fatte nello stesso giorno. Sono foto che raccontano l’inverno e narrano il mistero del silenzio, la solitudine che sempre accompagna ciascuna esistenza, l’importanza del bastare a se stessi qualunque cosa accada. Nello stesso tempo evocano il bisogno di calore e la necessità di cercarlo.

Modena, quartiere Buon Pastore. Via Peretti in direzione di Strada Morane:

Via Peretti in direzione di viale Buon Pastore:

Via Peretti vista da viale Buon Pastore:

Via Solieri:

Viale Buon Pastore:

E questa è via Savani, dove ho vissuto dai cinque ai diciassette anni:

Torniamo ora nel parchetto vicino a casa mia:

Via Pagliani, svoltando a destra alla fine del parco:

E per chiunque desideri passeggiare insieme a me, ecco un breve video che ho girato verso la fine del parchetto sopra citato. Il video dura solo 57 secondi.

Mi piace

Mi piace, durante l’inverno, alzarmi presto di mattina e trovare l’oscurità oltre la finestra, perché ciò mi consente di riprendere il contatto col mondo adagio, senza scosse; mi consente, cioè, di abituarmi alla nuova giornata, di accoglierla, di apprezzarla.

Le strade vuote, i lampioni ancora accesi, il silenzio profondo e quasi severo, gli scheletri degli alberi incuranti del freddo – e preparare il caffè guardando questo spettacolo, mentre il giorno a poco a poco appare con fatica, perché la nebbia ha deciso di arrivare e nulla può fermarla.

Adesso gli alberi lungo la strada, sotto casa mia, sono soltanto poveri tronchi scuri. Eppure non provo alcun dolore nel vederli ridotti in quel modo, così come non mi sconvolgono i pochi colori rimasti, quel grigio e quel marrone che dominano ogni cosa: mi piace passeggiare e avvertire l’inverno dentro di me, le sue qualità, la sua forza oscura e potente. E poi i ricordi, tanti, infiniti – io che camminavo lungo queste stesse strade molti anni fa.

Sera di aprile

Due ore fa il freddo, nel parco, era quello autunnale, nonostante gli alberi ricoperti di foglie, e il verde brillante tutt’intorno, e il rosa superbo di certi fiori in lontananza.

Ma adesso piove, piove a dirotto, e, nell’oscurità della sera, gli alberi sono soltanto ombre nere immobili: il verde è scomparso, la primavera non esiste più, aprile si è sfaldato sotto il peso opprimente del suo dolore. Resta la luce malata dei lampioni, stanca e indifferente, e il timore – quello sì – di non poter vedere.

Cronaca di una mattina d’inverno

 

Durante l’inverno, alle sei della mattina, il buio avvolge ogni cosa. La città dorme tranquilla, come se non ci fosse un domani, come se fosse destinata a un sonno eterno. E fuori piove. Piove con fredda ostinazione, quasi con cattiveria, o forse soltanto per capriccio. Piove come se non volesse smettere, come se non ci fosse un’altra stagione pronta a lottare contro il gelo e l’oscurità.

Chissà perché talvolta si avverte quasi timore camminando sull’asfalto lucido, nel maestoso silenzio della notte invernale. Ma forse è soltanto un senso di vuoto o un brivido inaspettato. A guidare i passi in questa confusione d’acqua e di oscurità sono le fioche luci dei lampioni, e il verde e il rosso dei semafori. Loro non conoscono sonno – non si assopiscono mai – , ed è un conforto vederli immobili, fissi al loro posto, fari di luce buona nonostante la pioggia e l’umidità del mattino troppo scuro.

Ma non c’è squallore, non c’è alcuna sofferenza. La pioggia continua a correre sull’asfalto, il buio non vuole dissolversi; eppure, in questo remoto angolo di mondo, è un misterioso senso d’intimità a insinuarsi, è un sommesso colloquio con le strade, le case e il silenzio a dominare la scena – un comprendersi improvviso, passato e presente che si abbracciano per dire che nulla è stato vano.

Strano come sia confortante osservare le gocce di pioggia che percorrono questi vetri mentre sfrecciamo via, quasi furtivi, sotto un cielo che non sembra distratto, sotto un cielo forse pentito della sua troppa indifferenza. E mentre fuggiamo nel buio di un mattino che non vuole destarsi, la pioggia diventa neve, bianco regalo d’inverno dopo giorni di sole e poi di nebbia e poi di nuvole inquiete.

L’inverno e la pioggia

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D’inverno, la  pioggia  può  rivelarsi  molto  sgradevole, un’ulteriore  oppressione  che  si  aggiunge  al  buio  di  giorni  spesso  cupi. In  questi  mesi  così  gelidi  e  privi  di  sfumature, manca  la  quieta, arcana, delicata  poesia  autunnale. Durante  l’autunno, la  pioggia  assume  volti  diversi  a  seconda  dei  momenti: a  volte  è  leggera  e  silenziosa – timida  presenza  che  non  vuole  disturbare -, a  volte  è  intensa  ma  fortemente  evocativa  grazie  allo  sfacelo  delle  foglie  colorate  sui  marciapiedi, lungo  le  strade, nelle  aiuole  più  insignificanti, negli  angoli  meno  accessibili, nei  vicoli  dimenticati  e  stanchi. Così, la  pioggia  autunnale  diventa  un  canto, un’emozione  indefinita, un  sussulto  nell’anima, persino  una  speranza. Ma  non  potrebbe  essere  altrimenti, perché  l’autunno  è  un  compagno  fedele  e  rispettoso, che  sa  amare  e  perciò  non  è  mai  arrogante.

D’inverno, invece, la  pioggia  è  un’assenza: assenza  di  compassione, assenza  di  delicatezza, assenza  di  sensibilità. E  allora  non  resta  altro  che  chiudersi  in  casa  e  attendere  che  finisca. Non  ci  sono  sfumature  di  colori  da  osservare, strane  connessioni  da  comprendere, segreti  da  infrangere. D’inverno  è  tutto  molto  più  semplice: bisogna  difendersi, bisogna  proteggersi, bisogna  ripararsi. Aspettando  che  il  groviglio  di  pioggia  e  di  gelo  e  di  oscurità  svanisca.

 

E poi la sera

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Riflessi di giorni  lontani –  stralci  di  oro  e  di  azzurro. Il  pomeriggio  intona  un  canto  sommesso,  dissolvendosi  nell’oscurità  fredda  e  disfatta. Scompaiono  le  foglie, desolati  frammenti  sotto  la  pioggia  stanca – e  poi  la  sera  e  i  volti  deformi  celati  dietro  il  fragile  velo  dei  ricordi.

L’autunno profondo

Ottobre  sta  per  dissolversi  nel  freddo  di  questa  lunga  serata  buia. Col  ritorno  all’ora  solare, è  iniziato  il  periodo  dei  pomeriggi  brevi  e  misteriosi, enigmatici  nel  loro  fluire  rapido  mentre  il  sole  impallidisce  ogni  giorno  di  più, le  ombre  avanzano  impietosamente  e  l’oscurità  diventa  un’abitudine.

È  la  seconda  parte  dell’autunno, quella  che  richiede  una  predisposizione  particolare  per  essere  amata  e  compresa. È l’autunno  profondo, quello  delle  fitte  nebbie, dei  cieli  disperati  e  stanchi, dell’umidità  che  non  concede  tregua, delle  memorire  più  scolorite, degli  alberi  sempre  più  spogli, di  cumuli  di  foglie  a  ogni  angolo  di  strada. È  l’autunno  di  chi  ha  il  coraggio  di  pensare, di  chi  non  cede  alla  tristezza, di  chi  sa  inventarsi  l’esistenza  a  dispetto  dell’atmosfera  tetra.

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Una scura, piovosa giornata di ottobre

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Questo  post  è  “in  divenire”: sarà  aggiornato  a  poco  a  poco, come  un  diario. Il  diario  di  una  giornata  di  ottobre  scura  e  malinconica.

Ore 15:32. Poco  fa  il  cielo  è  diventato  così  scuro  da  incutere  timore, se  non  vero, autentico  terrore: è  difficile  vedere  una  giornata  d’ottobre  tanto  cupa  e  disperata. Ma  questa  improvvisa  oscurità  è  stata  il  segnale  di  un  temporale  imminente. E  infatti  adesso  piove  a  dirotto, piove  come  se  non  dovesse  smettere  mai  più, piove  mentre  i  tuoni  accompagnano  il  rumore  delle  gocce  che  cadono  fitte. Ottobre  sta  piangendo.

Ore 16:41. Piove  intensamente  anche  se  i  tuoni  non  si  avvertono  più. Adesso  l’estate  è  davvero  un  ricordo  molto  lontano. La  strada  non  è  soltanto  cupa: è  straziata  dal  tempo, straziata  dal  grigio  scuro  che  si  è  riversato  su  di  noi  d’improvviso. Ma  è  ancora  giorno  e  il  pomeriggio  scorre  quieto  nonostante  tutto.

Ore 17:41. Apprezzare  una  giornata  come  questa  è  uno  sforzo  non  da  poco, persino  per  me  che  porto  l’autunno  nel  cuore. Però  mi  sento  serena, qui, nella  mia  stanza  illuminata,  mentre  fuori  il  cielo  continua  a  soffrire  e  a  piangere  lacrime  disperate.

Ore 19:20. Continua  a  piovere  e  l’atmosfera  è  decisamente  malinconica, se  si  ha  l’ardire  di  guardare  fuori  dalla  finestra. Ma  preferisco  evitare  e  concentrarmi  sull’interno, che  è  molto  più  piacevole  e  gaio.

Ore 22:02. Finalmente  un  po’  di  pace  e  di  riposo. Continuo  a  sentire  la  voce  della  pioggia, delicata, suggestiva, triste. La  notte  sarà  lunga.

Stagioni e silenzi

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Ogni  stagione  ha  un  proprio, inconfondibile  silenzio. D’inverno, il  silenzio  assume  coloriture  inquietanti: è  il  nulla  delle  strade  vuote  a  causa  del  gelo  e  dei  passi  rapidi  per  cercare  un  riparo. Durante  la  primavera, il  silenzio  è  un  intervallo  ricco  di  aspettative, un  breve  momento  di  pace  in  attesa  della  luce  e  delle  ingenue  esplosioni  di  entusiasmo  della  vita  che  ritorna. D’estate, il  silenzio  è  l’intermezzo  che  precede  la  festa  e  il  riposo  prima  dell’allegria  o  delle  chiacchiere  vuote  e  inconsistenti. E  non  è  mai  lungo, tetro  e  saggio  come  quello  invernale.

Durante  l’autunno, invece, il  silenzio  è  un  richiamo  solenne – educato, serio  ma  privo  di  severità. Non  s’impone  come  quello  invernale, ma  s’insinua  adagio  nelle  stanze, lungo  le  strade  e  perfino  dentro  di  noi. S’insinua  adagio  come  l’incerta  oscurità  di  alcune  giornate  di  ottobre, quando  il  grigio  del  cielo  è  presagio  di  freddo, di  pioggia, di  nuove  malinconie.

Il  silenzio  d’autunno  è  tutto  ciò  che  non  abbiamo  mai  raccontato  ad  anima  viva: memorie, segreti, frammenti  d’incontenibili  passioni, vane  attese, speranze  infinite. Il  silenzio  d’autunno  siamo  noi  quando, mentre  lenta  scende  la  sera  e  fuori  piove, decidiamo  di  ricominciare.