Ombre, misteri e fantasmi: un romanzo e un film

In un mese come novembre, ricco di colori e di atmosfere malinconiche, mi sento di suggerire la lettura di un bellissimo romanzo e la visione di un ottimo film, entrambi adatti all’umore e ai toni di questo periodo.

Il romanzo è L’amante senza fissa dimora, di Carlo Fruttero e Franco Lucentini, che ho commentato circa un anno fa qui sul blog. Ambientato proprio a novembre, in una Venezia decadente e affascinante, non è un romanzo rosa, come potrebbe far pensare il titolo, ma un’opera complessa costruita intorno a una misteriosa leggenda.

Il film è Suspense, titolo orribile e assurda traduzione italiana di The innocents, che è una versione cinematografica del celebre romanzo Il giro di vite, di Henry James. Il film è un autentico gioiello, caratterizzato da un’eleganza formale non comune: colpisce l’atmosfera malsana che si respira durante tutta la pellicola, e che è in contrasto con lo splendore dell’ambientazione. L’orrore è soprattutto suggerito, a cominciare dalla figura del bambino che si comporta quasi come un adulto e che perciò diventa via via sempre più inquietante. Deborah Kerr nella parte dell’istitutrice è spettacolare. Da vedere assolutamente se si amano le storie di fantasmi, declinate però in maniera molto raffinata. Attualmente il film è disponibile su Youtube.

Di moda e cattivo gusto

Domenica mattina ho fatto una bella passeggiata autunnale, a coronamento del ponte del primo novembre. In centro storico mi sono soffermata a guardare le vetrine dei negozi di abbigliamento, soprattutto perché, negli ultimi tempi, è un genere di attività che ho evitato come la peste, e perciò ho voluto recuperare.

Ho già parlato, nei commenti a qualche vecchio post, del mio fastidio nei confronti della moda attuale, che considero orribile, un vero insulto al buon gusto e all’intelligenza delle donne. Non me ne voglia chi l’apprezza – ognuno ha i propri gusti, ci mancherebbe -, ma io non riesco a pensarla diversamente. E siccome la moda non nasce a caso, ma riflette i valori dell’epoca in cui si vive, osservarla significa apprendere qualcosa a proposito del disgraziato periodo storico in cui ci troviamo.

Torniamo a domenica mattina. Dopo aver osservato le vetrine di vari negozi e aver compreso cosa bolle in pentola, ho deciso di andarmi a “divertire” nello store di un noto brand che non cito.

All’inizio ho guardato alcuni presunti abiti lunghi a fiori. Dico presunti perché erano senza forma e quindi di difficile identificazione. D’altra parte, l’assenza di forma non è frutto di chissà quale estro o capacità artistica o bizzarra innovazione: no, no, non vi è nulla di creativo in un simile scempio. Tutto ciò rivela semplicemente il desiderio di guadagnare il più possibile, cosa attuabile soltanto attraverso l’impiego del minimo sforzo, ossia senza neppure impegnarsi a rispettare quelle cose ininfluenti che sono le taglie. Per non parlare poi delle stoffe: gli abiti suddetti erano di lucido e leggerissimo poliestere, un materiale senz’altro adatto per affrontare i rigidi inverni della Padania.

Ho poi proseguito per bearmi nell’osservare la cosiddetta maglieria, che dovrebbe servire per ripararci dal freddo e non per attirarlo. Da  anni, ormai, i maglioni sono spesso cartonati, anche quelli venduti nei negozi considerati di alto livello. Ebbene, domenica ho visto maglioni trasparenti come garze e creati con materiali che definirei autarchici soltanto per non infierire troppo; ho visto sedicenti maglioni mezzi lucidi  e così sintetici da sembrare prodotti con bottiglie di plastica malamente riciclate, maglioncini tristissimi destinati a diventare vecchi stracci subito dopo il primo uso, secondo un trend ormai decennale. Quando mi sono avvicinata per guardarli meglio, nel disperato tentativo di capire se fossero veri o frutto di un’allucinazione, sembravano quasi invocare pietà, del tipo: “Lo sappiamo che facciamo schifo, ma abbi compassione e passa oltre”. E che dire dei colori? Quest’anno sembra che il giallo ocra e il ruggine siano i must delle stagioni fredde, e allora ecco il tripudio di capi di vestiario ocra-zabaione accostati, con audace sprezzo del pericolo, all’arancione, utilissimi per fendere la nebbia nei giorni più cupi dell’anno.

Ho anche assistito con sgomento a un revival di forme, tessuti e colori della moda anni Settanta: malinconici cappottini color cammello con stoffe in apparenza sdrucite, come se qualcuno si fosse divertito a prenderle a unghiate; pelliccette con manto somigliante a capelli ricci devastati dalla nebbia padana (e chi li ha sa di cosa parlo); maniche a campana molto ampia, in modo che il freddo possa penetrare meglio, avvolgere i nostri corpi e farci provare l’imperdibile ebbrezza della polmonite.

Si apre poi il capitolo pantaloni. Nel mio giro di ricognizione dentro al simpatico negozio, ho visto delle cose di plastica che, a quanto ho potuto capire, dovrebbero essere dei pantacollant (argh!) in finta pelle, da abbinare a quegli oggetti comunemente denominati scarpe, che però assomigliano a scatoloni con zeppe altissime, roba che farebbe impallidire persino gli zatteroni di Frankestein.

A questo punto, qualsiasi persona crederebbe di aver raggiunto l’apice dell’orrore, l’apoteosi del terrificante. E invece no, perché quando si ritiene di aver toccato il fondo, ci si accorge che si può pure scavare e cadere ancora più a fondo. Così, davanti al mio sguardo, si sono palesati dei pantaloni con stampa animalier, cioè leopardati, un po’ lucidi e tutti aderenti, abbinati a un maglione color ruggine screziato di giallo. Si tratta del look da me battezzato galera-style, perché, data la sobria raffinatezza dell’insieme, indossandolo si rischia di essere subito scambiate per parenti dei Casamonica, e condotte quindi in galera senza neanche beneficiare di uno sconto di pena.

E qui mi fermo, altrimenti dovrei compilare un intero trattato. E a voi piace la moda attuale?

Follia omicida

epitaph
Correva l’anno 1987 e il regista Joseph Merhi partorì l’horror Follia omicidia, detto anche Epitaph, noto a tutti i cinefili come uno dei più brutti film mai realizzati, una vergogna di proporzioni incalcolabili. Prova ne sono le numerose recensioni che lo stroncano senza pietà.
Aggiungo che nel 1987 fu girato anche il mitico trash per eccellenza, Un lupo mannaro contro la camorra, di cui ho già riferito con coraggio su questo blog.

Anche nel caso di Follia omicida, vale quanto ho esposto in altri post dedicati alle super-ciofeche cinematografiche: mancando all’opera – e mi scuso con il termine “opera”- un filo logico degno di questo nome, la mia sintesi sarà per forza caotica.

Una graziosa famigliola, composta da padre remissivo, madre psicopatica e ninfomane, figlia immatura e nonna semi-catatonica, cambia casa trasferendosi in una bella villa isolata. Seguono alcune scene al limite della confusione totale, nonché dialoghi che probabilmente sono stati improvvisati in fase di recitazione. Tutto ciò ci fa comprendere che la prosecuzione della visione del film si configura come uno strazio difficilmente sopportabile.

Giunge alla villa un imbianchino e la madre, cioè la signora Fulton, fredda come il ghiaccio con il marito ma stranamente assatanata quando vede altri uomini, tenta un vigoroso abbordaggio. Sorge però un problema non indifferente: l’imbianchino è un caso anomalo di maschio in quanto, invece di cedere senza farsi scrupoli, protegge con commovente convinzione la propria virtù, provocando così la scomposta reazione della tenerissima donna, che lo sventra con almeno una decina di pugnalate.
Il bello è che il marito di costei, giunto a casa, seppellisce l’uomo in giardino come se niente fosse. 😮

Normalmente capita che una persona sventrata da numerose pugnalate, e poi sepolta per ore, tiri le cuoia definitivamente. In questo film no. L’imbianchino infatti, dopo il gentile trattamento ricevuto, si ripresenta bello e pimpante e uccide il marito della pazza. La donna però spara all’imbianchino che stavolta muore davvero.
Sì, lo so, in fondo è una bella cosa: due in meno. Sempre meglio che niente!

Intanto una psichiatra, cui il marito della pazza si era rivolto prima di morire, si finge una vicina di casa di costei per poter diventare sua amica. Da notare che la casa degli orrori è una villa isolata e quindi non si capisce come la psichiatra possa definirsi una “vicina”. Vabbè, non indaghiamo, tanto è inutile.
A questo punto l’esilissima e ridicola trama del film si dissolve completamente.

La figlia adolescente prende la solita cotta per un compagno di liceo, che l’affettuosa madre ovviamente detesta. Poi costei scopre che la psichiatra non è una vicina di casa, ma appunto solo una psichiatra, e decide di torturarla e ucciderla. La conduce in cantina, le lega un secchio intorno alla vita con dentro un topo affamato, e usa la fiamma ossidrica per scaldare il secchio e costringere il topo a farsi strada, per fuggire, nello stomaco della donna. 😥 Non ho guardato la scena, e del resto non guardo mai scene splatter o troppo violente perché non ne sopporto la visione: le detesto con tutte le mie forze. Però quanto ho descritto corrisponde a ciò che accade nella pellicola. Disgusto totale.

In seguito la pazza chiude la figlia in una stanza sporca, lasciandola priva di cibo e di acqua per vari giorni. Senza alcuna ragione plausibile, la nonna semi-catatonica comincia a girare per il giardino con un piccone in mano, e poi, mentre telefona alla polizia, resta uccisa dal piccone medesimo. 😕

Finalmente giunge sul posto l’innamorato della ragazzina. La madre, tanto per non farsi mancare niente e per non deludere le aspettative, tenta di sedurre persino lui, ma anche questo è un maschio anomalo, tipo Maria Goretti, e rifiuta di concedersi. Ovvio che la dignitosa e casta donna non tolleri lo sgarbo e reagisca tirandogli addosso un bel po’ di benzina e minacciando di dargli fuoco. Ma il giovane non si scoraggia e le assesta un bel pugno sul viso, facendola svenire e regalandoci un po’ di sadico piacere.
Dopo la fausta impresa si reca a liberare la ragazza che, nonostante il digiuno di giorni e giorni, è in ottima forma. 😮

I due piccioncini raggiungono così l’automobile, credendo di potersi mettere in salvo. Ma qui accade la follia pura: la madre, pur essendo ancora svenuta in casa, si trova anche sulla macchina. Si tratta forse di un caso di bilocazione o di pura pazzia da parte del regista? Non scrivo la risposta, è facile intuirla.
La psicopatica accende un cerino e, al colmo della bontà, dà fuoco al ragazzo che muore. Anche costui viene sepolto in quello che dovrebbe essere il giardino, ma che ormai si è trasformato in un cimitero. A questo punto, la ragazzina dà un bel colpo alla madre con la pala, uccidendola, la carica in macchina e se ne va.
Fine del film. 😐

Recitazione indegna, dialoghi puerili, regia pessima, trama assurda. La visione di questo film può tuttavia diventare, in un certo senso, consolatoria: ci fa infatti comprendere che, qualsiasi cosa brutta ciascuno di noi abbia fatto, c’è qualcuno che ha senz’altro operato peggio.
Inoltre, dopo aver visto questo film si possono rivalutare molte esperienze che siamo inclini a giudicare negative, tipo darsi una violenta martellata su una mano, perdere i risparmi in investimenti sbagliati e altro ancora. Sì, perché tutto ciò è niente rispetto allo strazio che produce assistere a Follia omicida.

Il bosco 1


La croce dalle sette pietre, cioè Il lupo mannaro contro la camorra, non è l’unico delirio in salsa horror e involontariamente comico realizzato nella nostra amata Penisola. A lottare strenuamente per il primo posto nella classifica degli inguardabili c’è anche Il bosco 1, super-micidiale-ciofeca realizzata nel 1988 da Andrea Marfori.

Già il titolo non promette bene: il numero 1, infatti, farebbe pensare a un sequel che però non è mai stato realizzato. Qualcuno ha poi affermato che il regista non ebbe mai l’intenzione di dare un seguito alla sua opera. Pertanto quel numero 1 ci lascia attoniti, essendo un mistero che nessuna mente umana riuscirà mai a sondare. Eppure, chissà perché, siamo certi che ce ne faremo una ragione.

Ma entriamo ora nel vivo dell’intelligente e dotto argomento. Trattandosi di un film sgangheratissimo e privo di qualsiasi filo logico, riassumerne la trama è un’impresa impossibile; tuttavia cercherò ugualmente di ricordare alcuni momenti dell’obbrobrio in questione.
Tony e Cindy, due fidanzatini di non belle speranze, decidono di raggiungere le Alpi partendo da Venezia. Belle le Alpi, vero? Peccato però che in questo film il paesaggio alpino sembri invece appenninico. Pare infatti che Il bosco 1 sia stato girato sull’appennino tosco-emiliano. La domanda sorge quindi spontanea: perché gabellare un paesaggio appenninico per alpino? Impossibile rispondere.

Andiamo avanti. Sulle Alpi-non-Alpi, i due incontrano una donna che chiede un passaggio in macchina con una scusa: “Là c’è qualcosa di orrendo!”, o una frase simile. Questa donna è in realtà una strega con cattive intenzioni.
I tre giungono in un paesello dove incontrano un presunto scrittore di libri horror, un soggetto strano che indossa un impermeabile bianco e occhiali da motociclista, e in più parla grazie all’ausilio di una speciale macchinetta applicata alla laringe. La strega se ne va e lo scrittore invita i due a una cascata per raccontargli una storiella horror che non c’entra nulla con l’inesistente trama del film. Poi li ammonisce a proposito dei pericoli del bosco, e siccome Cindy e Tony brillano per acutezza mentale, dopo essere stati avvertiti delle minacce incombenti, decidono di fare un bel giretto proprio nel boschetto (la rima ci sta, dato il livello del film).

Nel bosco incontrano di nuovo la strega e, dopo aver girovagato a lungo, accettano di dormire in una casa abbandonata.
La strega offre a Tony un po’ di cocaina. Secondo voi Tony rifiuta? No, è ovvio. Poi la cocaina finisce in un secchio colmo di strana “roba” nera, inizia a gorgogliare e arriva in faccia a Tony, stimolando in noi un piacere sadico.

Successivamente i tre incendiano una roccia che si mette a sanguinare (sigh!) e qui raggiungiamo uno dei picchi di comicità della pellicola, perché quando Tony, arrabbiato, getta in terra il secchio pieno di cocaina, la strega, che è cattiva ma si preoccupa per l’inquinamento delle falde acquifere, quasi lo sgrida: “No! Non buttarlo qui, non vicino alla sorgente del sotterraneo!”.

In seguito Tony comincia a dare segni di “follia” e Cindy spera di trovare aiuto girovagando nel bosco. Tutti sanno, infatti, che un bosco è il luogo ideale per ricevere immediato soccorso quando ci si trova in difficoltà, perché c’è sempre, fra gli intricati rami e i nodosi tronchi degli alberi, qualche anima pia disposta ad aiutare.
Invece di trovare conforto, i due cervelli da premio nobel incontrano lo zombie Fango (eh già, si chiama così) che vorrebbe farli secchi, ma che è talmente poco sveglio da farsi incatenare. Nel film si nota, infatti, che gli zombie sono mediamente intelligenti quanto i due protagonisti.

Giunge poi lo scrittore e si viene a sapere la cruda verità: la strega cattiva è sua figlia (o una parente? Impossibile ricordare con precisione). Costei lo ammazza e lui diventa zombie.
A questo punto, in mezzo al bosco e inseguito dagli zombie, secondo voi Tony che fa? Cerca forse di darsela a gambe con moto accelerato? No, Tony manifesta il desiderio di dormire. Una sana pennichella non fa male a nessuno, soprattutto in un bosco infestato dagli zombie. Purtroppo, però, il Nostro non realizza il suo sogno perché lo zombie Fango gli amputa le mani.

Girando per il bosco con le braccia prive di mani incontra Cindy che, vedendolo in quello stato, decide di andare a cercare, ovviamente sempre nel bosco, rimedi vari e acqua per aiutarlo un po’. Le virtù terapeutiche dell’acqua in caso di amputazione, infatti, sono note alla scienza medica fin dalla notte dei tempi: fior di chirurghi, si sa, curano moncherini per mezzo di acqua fresca.

Finalmente Tony muore decapitato, e così almeno uno fra gli attori di questa “cosa” allucinante scompare.
Alla fine Cindy sconfigge gli zombie, esce dal bosco e ringrazia il “Dio della Luce”. Chi sarebbe questo fantomatico Dio della Luce? Non si sa.

Aggiungo ora alcuni dettagli sparsi, scusandomi per la mancanza di organicità di questa trattazione, ma non sono ancora attrezzata per compiere miracoli, cioè per conferire forma logica a un delirio totale.
Nel film emerge la generosità degli attori perché, quando sono inseguiti dagli zombie, rallentano la corsa per aspettarli e quindi agevolarli. L’attrice che interpreta Cindy parla con un fintissimo accento inglese che invece di far ridere induce alle lacrime e alla depressione, nonché al malvagio desiderio di sopprimerla.
In una scena, si vede poi uno zombie con una canna da pesca che lancia l’amo e acchiappa la ragazza su una guancia. 😀 Non avrei mai creduto che qualcuno potesse inventare uno zombie-pescatore!
La recitazione dei cinque attori che compongono il misero cast è così scadente da diventare surreale.

Infine non posso esimermi dal riportare uno degli allucinanti dialoghi del film, sperando che l’autore degli stessi non sia stato pagato ma preso a sane bastonate sulla zucca.

Copio/incollo da un sito dedicato a questi temi.
Algernoon: “Vedi, ci sono cose che appaiono diverse da quello che sono. Le trote per esempio…mentre, tranquille, nuotano nella corrente, vedono questo piccolo amo e, pensando che sia un delizioso, minuscolo pesce, una di loro si avvicina per mangiarlo. Ma, naturalmente, c’è chi… è pronto a pescarla!

Tony: “E’ forse una storia sulla pesca?”

Cindy: “Un altro tipo di storia…ti stai dimenticando gli zombie!”

Algernoon: “Io non volevo raccontarvi una nuova storia, ma dirvi che le cose possono essere diverse e più pericolose di quello che sembrano.”

Tony: “Vuoi dire che qui c’è il divieto di pesca?” 😐

E dopo questa mirabile domanda di Tony, preferiamo chiudere.
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(Segnalazione errore del 28/7/10: mi è stato detto che il film, in realtà, fu girato a Giazza, in provincia di Verona).

Donna Rosa

Donna Rosa 1969
Un blog come questo non ha soltanto il compito d’intrattenere i lettori in maniera semplice e senza pretese, ma deve anche svolgere una funzione sociale, contribuendo a salvare dall’oblio opere d’arte d’inestimabile valore.

Parlando allora di opere d’arte, come si può dimenticare Donna Rosa? Ai fortunati che hanno raggiunto l’anno di grazia 2009 completamente ignari di tutto, ricordo con sadico piacere che si tratta del titolo di una canzone composta, insieme ad altri, da Pippo Baudo. Secondo le autorevoli fonti da me consultate, il Sommo Presentatore fece questo splendido dono alla nazione italiana nel 1969, l’anno fatidico in cui il primo uomo sbarcò sulla luna. Coincidenza o imperscrutabile disegno divino? Ai posteri l’ardua sentenza!

Che il numero di canzoni imbarazzanti, partorite dalle menti di vari “artisti”, sia scandalosamente alto, è un dato di fatto; perciò non vogliamo essere ingenerosi e qualificare la canzone di Baudo come la peggiore in assoluto. Del resto siamo adulti e vaccinati, quindi sappiamo che al peggio non c’è mai fine. Inoltre l’ascolto di una canzonetta non fa male a nessuno e tutti noi, almeno una volta, ci siamo dati alla pazza gioia ascoltando con piacere brani incommentabili.

Quello che ci preme rilevare con sgomento, e che costituisce il motivo principale di questo post, è piuttosto il moto d’incontenibile orgoglio con cui, in qualche trasmissione televisiva, il presentatore ha parlato di questa sua creatura. A tale proposito, non vogliamo peccare di eccessiva durezza: ci limitiamo soltanto a sospettare che non sia il caso di ostentare orgoglio per aver contribuito a scrivere musica e parole di tal fatta. Ma si tratta solo di un sospetto, per carità!

Ecco ora qualche strofa a titolo dimostrativo.
Il suo nome è Donna Rosa,
cara, bella,
sorridente e deliziosa
e vuole me.

Qui a inquietarci è soprattutto l’ultima frase: e vuole me. Difficile comprendere, infatti, come una donna sana di mente possa volere un uomo che scrive canzoni simili. Tuttavia la divina provvidenza non conosce limiti, e poi una femmina ridotta alla canna del gas può anche accontentarsi di un Pippo Baudo che scrive versi tanto sublimi.

Andiamo avanti con coraggio e rassegnazione.
Sono sincero,
confesserò,
non ce la faccio
a dirle di no
.
Mando mille telegrammi,
compro cesti di lillà,
canto cento serenate
tutti i giorni,
lei però fa marameo
e poi ritorna da mammà.

Ottima l’inserzione del marameo, segno di buon gusto e soprattutto di sforzo teso a ricercare contenuti nuovi e profondi. Dopo tale vetta poetica, preferiamo non proseguire nell’esame del testo.

Quando la canzone uscì, si registrarono reazioni contrastanti fra chi la detestava. Alcuni si convinsero che, attraverso lo sforzo artistico di Baudo, Dio volesse punire gli esseri umani per le tante malvagità compiute; perciò costoro si dedicarono con fervore ad autoflagellarsi, nella speranza di un rapido perdono da parte dell’Onnipotente. Altri, i più razionali e disincantati, colsero invece nella creazione di Baudo la prova definitiva dell’inesistenza di un Dio buono e misericordioso. Si seppe poi che un ragioniere di Bagnacavallo, poco incline ai rapimenti estatici e alle riflessioni filosofiche, denunciò Baudo per crimini contro l’umanità.

Cara terra mia

Nel corso degli anni, il Festival di Sanremo non ci ha risparmiato nulla: stecche a profusione, canzoni orrende o ridicole o insensate, deprimenti banalità e altro ancora che per fortuna mi sfugge.
Nel 1989, gli italiani ascoltarono una delle canzoni più brutte che mai furono concepite da mente umana, almeno nella nostra amata Penisola. A cantarla furono Al Bano e Romina e, chissà per quali reconditi motivi, ciò non mi stupisce. A differenza dei precedenti capolavori  della coppia, tutti incentrati sull’amore eterno e le gioie della famiglia, tale canzone affrontava i gravissimi problemi dell’inquinamento e dei disastri ecologici che affliggono il globo; tuttavia, se c’è una cosa che determinati cantanti dovrebbero evitare come la peste bubbonica è il presunto “impegno”, perché il risultato che ottengono è come minimo sconcertante.

Questa gemma preziosa dell’italica musica, intitolata Cara terra mia, lasciò di stucco anche i più pessimisti e disincantati fra gli spettatori del Festival. Alcuni non si ripresero mai del tutto e il loro pessimismo aumentò fino a sfociare in tentativi autolesionistici; altri, i più miti e ottimisti, scelsero di abbandonarsi a una patetica illusione, convincendosi per molti anni che l’agghiacciante canzone fosse soltanto un buffo scherzo di carnevale. Ci fu poi chi decise di affrontare il grave danno emotivo ricorrendo agli psicologi.

Passiamo ora a qualche dato concreto. Si possono forse dimenticare i versi con cui Cara terra mia inizia? No, non si può, sono incancellabili, sono entrati nel nostro inconscio e non ne usciranno più. Eccoli:
come va, come va? Tutto ok, tutto ok?

Proseguiamo poi con una parte “impegnata”:
ogni sera dal telegiornale
vedo che c’è tutto che non va.
Mafia, droga e gente che sta male.
E la colpa di chi mai sarà…
.”
Se posso permettermi, la colpa del fatto che c’è tutto che non va è anche di gente che ha il coraggio di presentarsi su un palco e di cantare certe amenità. La rima di quest’ultima frase, visto il contesto, è puramente voluta.

Ascoltare Cara terra mia nella sua interezza può produrre un effetto contrario rispetto agli intenti della ex coppia felice: la canzone, infatti, stimola il desiderio d’inquinare il pianeta senza freni né rimorsi, per puro spirito di vendetta, e quindi si raccomanda di ascoltarla con prudenza. Si astengano invece dall’ascolto i più sensibili, i depressi e i cardiopatici.

La saggezza dell’umarell


Qualche giorno fa, prima di cena, stavo passeggiando attraverso le vie del centro cittadino. Per fingere di far passare il tempo e per darmi un contegno, ho iniziato a guardare alcune vetrine, le solite, quelle davanti alle quali passo quasi ogni giorno e che, anche volendo, non potrei fare a meno di vedere. Mentre mi trovavo davanti a un negozio che meriterebbe di essere chiuso per oltraggio al comune senso estetico, si è avvicinata una coppia piuttosto anziana. La donna, dopo aver preso dettagliata visione degli orrori esposti in vetrina, si è rivolta al silenzioso marito con aria sconsolata e dicendo: “Ma non ci sono i prezzi!”. A questo punto l’umarell-filosofo, con un sorriso bonario e vagamente ironico, ha risposto: “Si vede che si vergognano!”. 😀

Fascino padano


Che non sia un trionfo di fascino e di raffinatezza è cosa nota. L’individuo padano in questione, infatti, non brilla per cultura, eleganza, sobrietà, classe e compostezza, e quindi è privo di doti che potrebbero bilanciare la sua inesistente prestanza fisica.
Alla ruspante festa della Lega, Calderoli ha poi offerto il meglio di sé anche nella scelta dell’abbigliamento, come si può notare guardando la foto. Ma guardandola con cautela, mi raccomando, specialmente se si è deboli di cuore e le coronarie non funzionano alla perfezione. :mrgreen: