Il Natale in anticipo e la banalizzazione della festa

Ieri, nel tardo pomeriggio, il centro storico era abbastanza desolato. Colpa del tempo, almeno in parte, tanto che i tavolini all’aperto, in Corso Duomo, erano quasi tutti vuoti.

Nel mio breve giro di ricognizione davanti ad alcuni negozi, sono rimasta colpita dal fatto di aver visto, in una bella vetrina, alcuni addobbi natalizi, ghirlande colorate e qualche Babbo Natale. Non solo: in un bar all’aperto c’erano addirittura già le luminarie tipiche del periodo festivo più bello dell’anno.

Non se ne può più. Questa mania di anticipare l’atmosfera natalizia addirittura a ottobre spoglia di ogni fascino la festa che arriverà fra più di due mesi, privandola della sua unicità e banalizzandola in modo insopportabile. Ricordo che, negli anni Novanta, per vedere le prime, timide decorazione di Natale nei negozi bisognava attendere la fine di novembre. Dopo il 20 del mese, io diventavo sempre più impaziente e contavo i giorni che mancavano all’arrivo di dicembre, quando la città avrebbe cambiato volto. È l’attesa, infatti, a stimolare il desiderio, rendendo particolarmente prezioso ciò che verrà. Prezioso perché raro, unico, e perché richiede pazienza e bisogna guadagnarselo. Ma quando l’attesa viene meno, quando si può avere tutto subito e senza sforzo, il risultato è la noia, l’apatia, la mancanza di senso. E anche il Natale, allora, non è più un’importante festa religiosa o una splendida occasione per salutare l’arrivo dell’inverno e affrontare al meglio i suoi rigori, ma si appiattisce a mera occasione commerciale, a svago di cattivo gusto fra luci e carte colorate che cominciano a invadere la nostra vita quando le foglie hanno appena cominciato a cadere, quando bisognerebbe festeggiare l’autunno e non l’inverno. Sembrano questioni irrilevanti, eppure raccontano molto dello spirito dei nostri tempi.

Adesso, già da anni, il 31 ottobre compaiono gli alberi di Natale in Via Farini, e, come ho scritto all’inizio, ieri ho scoperto che alcune vetrine si riempiono di allegri festoni luccicanti fin dal 14 ottobre. Fra qualche anno, simili fenomeni si manifesteranno a partire da settembre. Propongo allora un ottimo salto di qualità: portare qualche Babbo Natale e altra paccottiglia festiva in spiaggia, a Ferragosto, vicino agli ombrelloni, ché qua ci si deve divertire, raga.

Il flusso del tempo

L’inarrestabile flusso del tempo – quello destabilizzante, quello che sembra scuotere con forza le precarie fondamenta della nostra vita – emerge anche da dettagli in apparenza trascurabili. Mi riferisco, ad esempio, alla chiusura di negozi importanti, di attività commerciali che ci hanno accompagnato dall’infanzia e che forse credevamo eterne.

Negli ultimi anni, in centro storico, ho assistito alla definitiva serrata della libreria Muratori, della casa della pantofola in via Emilia, di due negozi di biancheria in Corso Duomo e di altro ancora. Piccole cose, si vorrebbe dire; eventi che prima o poi accadono, certo. Ma è complicato lasciarsi dominare da questo realismo quando, con il trascorrere dei decenni, ad accumularsi sono le perdite, anche quelle, per così dire, simboliche.

Venditori da strapazzo

banda-bassotti1

Ieri, nel  tardo  pomeriggio, sono  stata  costretta  a  uscire  per  fare  alcuni  acquisti. Non  amo  perdere  tempo  nei  negozi  soprattutto  perché  ultimamente  le  tecniche  di  vendita, in  alcuni  esercizi  commerciali, sono  diventate  molto  aggressive  e  al  limite  della  disonestà. Entri, chiedi  una  cosa  e   il  venditore, con  un  sorriso  fintissimo  stampato  sulla  faccia, comincia  a  stordirti  con  inutili  chiacchiere  scandite  molto  rapidamente, utilizzando  una  serie  di trucchetti  retorici  e  di  smorfie  del  volto  utili  a  farti  sentire  pezzente  se  rifiuti  di  comprare  ciò  che  non  ti  serve. In  altri  termini, l’imbonitore  usa  un  copione  fondato  su  alcuni  principi  di  base  della  psicologia, banali  ma  spesso  efficaci  perché  l’acquirente, trovandosi  in  un  ambiente  estraneo, è  quasi  sempre  intimidito  o  almeno  un  po’  imbarazzato: di  fronte  alla  recita  studiata  a  tavolino  dal  venditore,  il  cliente  è  vittima  dell’effetto  sorpresa, che  inevitabilmente  lo  intontisce; pertanto,  se  non  è  abbastanza  scafato,  si  lascia  incantare  dal  profluvio  di  parole   approntato  per  l’occasione.

Ieri  ho  dovuto  sorbirmi  le  chiacchiere  di  un  tizio  che  voleva  farmi  acquistare  mezzo  negozio, mentre  a  me  serviva  soltanto  un  prodotto  per  i  capelli. Peccato  per  lui: ha  parlato  a  lungo, ha  sorriso  all’infinito  dandomi  persino  del  tu  con  fare  assai  amichevole (io, ovviamente, ho  continuato  a  usare  il  lei), ha  finto  d’interessarsi  alla  mia  persona  chiedendomi  nome  e  luogo  di  nascita (eh  sì, gli  importava  parecchio!), ha  voluto  obbligarmi  a  provare  sulla  mano  un  gel  profumato  trascinandomi  fisicamente, con  una  certa  dose  d’arroganza,  verso  un  catino  già  pronto  e  pieno  d’acqua, e  ha  perso  pure  tempo  a  massaggiarmi  la  mano  (odio  i  massaggi). Lo  scopo  di  tutto  ciò  era  cercare  di  convincermi  a  comprare  un  gel  doccia  al  costo  di  trenta  euro, oltre  a  un  disciplinante  per  capelli  al  prezzo  di  venti  euro  e  ad  altre  amenità  che  non  ricordo. Durante  questa  dura  recita, accompagnata  da  tentativi  di  conoscere  le  mie  abitudini  nel  campo  degli  acquisti  di  cosmetici  et  similia, ha  persino  cercato  di  fare  qualche  battuta  ma, su  tale  fronte, è  stato  molto  scarso  e  forse  se  ne  è  accorto, visto  che  ho  riso  poco. Alla  fine  della  sceneggiata, ecco  il  risultato: ho  comprato  solo  quello  che  mi  serviva  e  per  il  quale  ero  entrata  in  negozio. Morale: ha  faticato  invano.

M’infastidisce  il  fatto  che, negli  ultimi  anni, questa  tipologia  di  commercianti  e  commessi  si  sia  moltiplicata  e  imperversi  senza  pietà  in  ogni  luogo. Persone  spesso  anche  molto  maleducate, che  si  arrabbiano  se  non  ti  pieghi  alla  loro  volontà  e  che  pretendono  persino  di  venderti  capi  d’abbigliamento  che  non  sono  della  tua  taglia. Una  volta – una  fra  le  tante – mi  capitò  una  stupida  che  mi  presentò  una  giacca  primaverile  dicendomi  che  si  trattava  di  una  taglia  unica. A  parte  il  fatto  che  le  giacche  di  taglia  unica  non  esistono  o  non  dovrebbero  proprio  esistere (ma  al  peggio  non  c’è  mai  fine, lo  so), le  feci  notare  che  era  troppo  larga  per  me, circa  due  taglie  in  più  rispetto  alla  mia; per  tutta  risposta, la  tizia  continuò  a  ripetere: “Sì, però  è  taglia  unica”. Be’, dopo  pochi  mesi  costei  chiuse  il  negozio  e  cambiò  lavoro. Chissà  perché  non  mi  meravigliai.

L’esperienza  più  assurda, quella  che  mai  avrei  pensato  di  poter  vivere, è  però  legata  a  un  negozio  scarpe. Le  scarpe  che  mi  piacevano  erano  della  mia  misura  ma, ugualmente,  troppo  larghe  e  lunghe. Il  commento  della  commessa  fu: “Sì, ma  poi,  portandole, si  restr…”. E  qui  si  fermò. Si  fermò  perché  la  stava  sparando  troppo  grossa, in  quanto  non  esistono  al  mondo  scarpe  che, una  volta  indossate  e  portate, abbiano  la  capacità  di  restringersi  e  accorciarsi. Ora, io  comprendo tante  cose: nella  vita  bisogna  lavorare  per  mangiare, perciò  bisogna  vendere. Però  non  si  può  scendere  tanto  in  basso, rivoltandosi  in  simili  quantità  di  fango: a  tutto  c’è  un  limite. Esiste  anche  un  concetto  astratto  ma  assai  carino  che  si  chiama  dignità: perché  non  servirsene  ogni  tanto?

Giochi estivi


Durante l’infanzia, quando trascorrevo le vacanze in appennino, io e le mie cugine, disponendo di tempo libero illimitato, sfogavamo la nostra fervida fantasia inventandoci ogni tipo di gioco.
Essendo trascorso molto tempo da allora, non ricordo tutte le amenità che riuscimmo a partorire dalle nostre testoline; tuttavia, ho sempre in mente il periodo in cui, chissà perché, ci prese il ghiribizzo di giocare alle “bottegaie” (sì, usammo proprio questa parola per definire il nostro gioco). In paese c’erano soltanto due negozi di alimentari e noi, che ne preferivamo uno, ci mettemmo in testa d’imitarne i padroni: moglie, marito e figlio.

Ci munimmo di tavolo, opportunamente posto nel portico, di fogli di carta e di penna, e cominciammo a fingere di servire i clienti, scrivendo diligentemente i prezzi sui fogli – c’erano ancora le lire – e facendo le somme.
Forse il lato positivo di queste manovre fu che ci esercitammo in aritmetica.

Da bambina mi piaceva improvvisarmi commerciante. Fu sempre in montagna che una volta, nel giardino di casa, misi un tavolino e cominciai a vendere alla parentela riviste e giornali vecchi, dato che mia nonna aveva una riserva di Gente, Oggi, Stop e affini da far invidia a un’edicola cittadina. Ovviamente li vendevo a prezzi dimezzati, pretendendo persino che li comprassero. Inutile dire che quasi nessuno cacciò mezza lira, però un po’ mi divertii.

Qualche anno dopo, sempre in montagna fondai un giornalino. Si chiamava In redazione, era tutto scritto rigorosamente a mano e trattava argomenti tipicamente femminili. Ogni volta che il settimanale “usciva”, mia cugina, inforcando la bicicletta, girava per tutto il giardino strillandone il nome, per fargli pubblicità. Ovviamente era un gioco ed entrambe ridevamo della nostra iniziativa, ma ricordo ancora le facce stralunate di qualche (ottuso) parente di fronte a tanto ardire.

Lentezza d’estate


Il gran caldo è arrivato: la città sembra un forno e le forze se ne vanno. Tuttavia, si sa com’è l’estate: i ritmi di vita rallentano, specialmente nel fine settimana, e così si riscopre il piacere di passeggiare con calma e di attardarsi nei negozi o a prendere il caffè in qualche bar all’aperto, senza l’incubo di dover guardare continuamente l’orologio. Nonostante le notti insonni e il desiderio di libertà e di vacanze, anche in città si è contagiati dall’atmosfera informale che accompagna questo mese tanto caldo. È un po’ come se fossimo tutti già in ferie, anche se ci troviamo ancora qui a lavorare o a studiare.

Però devo ammetterlo: sto già facendo il conto alla rovescia in attesa del mio amatissimo autunno.