A settembre

Settembre. Si avverte un’ansia, la frenesia interiore di cogliere le tracce della fine, dello sfacelo dell’estate, della sua rovina lenta, della sua sconfitta – e sono tracce lievi, tracce evanescenti, fantasmi provenienti da chissà dove.

S’immagina il futuro, ciò che sarà, le prime piogge malinconiche, le foglie stanche sulle strade silenziose, le nebbie ad abbracciare i ricordi. S’immagina e si aspetta, con fiducia, con pazienza, perché è un dono del cielo questo ritrarsi, questo spegnersi giorno dopo giorno, l’autunno con le sue contraddizioni e la sua vita calma – l’aver compreso tutto, e chiudere porte e finestre, e chiamare ogni cosa con il suo vero nome.

L’autunno a novembre

Le dolci ambiguità di ottobre, un mese sempre in bilico fra dorato splendore e toni di grigio sfumato, a novembre scompaiono, per lasciare spazio alla dimensione più introversa dell’autunno, fatta di nebbie, di mattine tetre, di pioggia e di fango, ma anche di sprazzi di sole e d’inconsueta mitezza.

Novembre non può celare disagi, oscurità improvvise, lo sfacelo delle foglie e degli alberi, la tristezza dell’imbrunire. Novembre richiede uno sforzo, la capacità di guardarsi dentro, la disposizione a scoprire i colori anche sotto un cielo offuscato dalle lacrime. E i colori sono quelli delle foglie: il giallo intenso che illumina i pomeriggi più lugubri, il verde screziato di marrone e di rosso a comporre capolavori di ardimento.

A novembre

L’autunno  assume  ora  un  tono  solenne, sebbene  privo  dell’opprimente  severità  invernale. Le  incantevoli  armonie  di  ottobre, raro  equilibrio  di  serenità  e  di  tristezza, vengono  meno  per  lasciare  spazio  a  ombre  più  scure, a  nebbie  più  dense, a  cieli  più  tetri.

I  pomeriggi  si  accorciano  di  giorno  in  giorno, le  foglie  cadono  incessantemente, le  piogge  diventano  quasi  ossessive. L’autunno, ormai,  non  può  più  celare  la  sua  lentissima  agonia:  è  il  momento, questo, di  un  profondo  desiderio  di  raccoglimento. E, mentre  scende  la  sera, a  invaderci  è  soltanto  un  indescrivibile  senso  di  pace.

L’autunno profondo

Ottobre  sta  per  dissolversi  nel  freddo  di  questa  lunga  serata  buia. Col  ritorno  all’ora  solare, è  iniziato  il  periodo  dei  pomeriggi  brevi  e  misteriosi, enigmatici  nel  loro  fluire  rapido  mentre  il  sole  impallidisce  ogni  giorno  di  più, le  ombre  avanzano  impietosamente  e  l’oscurità  diventa  un’abitudine.

È  la  seconda  parte  dell’autunno, quella  che  richiede  una  predisposizione  particolare  per  essere  amata  e  compresa. È l’autunno  profondo, quello  delle  fitte  nebbie, dei  cieli  disperati  e  stanchi, dell’umidità  che  non  concede  tregua, delle  memorire  più  scolorite, degli  alberi  sempre  più  spogli, di  cumuli  di  foglie  a  ogni  angolo  di  strada. È  l’autunno  di  chi  ha  il  coraggio  di  pensare, di  chi  non  cede  alla  tristezza, di  chi  sa  inventarsi  l’esistenza  a  dispetto  dell’atmosfera  tetra.

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Di rinascita e primavera

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Quando  le  giornate  iniziano  a  parlare  di  primavera, ci  si  sente  afferrati  da  un  groviglio  di  pensieri,  sogni,  sensazioni  che, talvolta, ci  fanno  quasi  arrossire: si  diventa  bambini  e  adolescenti  a  un  tempo, si  vorrebbe  correre, gridare, gettare  via  le  convenzioni. E  poi  cogliere  quei  fiori  che  non  sono  mai  stati  colti, e  riprendersi  con  fierezza  tutto  quello  che  ci  è  stato  rubato.

È  la  rinascita, la  vita  che  chiama  anche  se  siamo  stanchi, la  vita  che  s’impone  e  pretende  di  essere  guardata  senza  ammettere  rifiuti, la  vita  che  lusinga  e  illude, la  vita  che   racconta  e  promette. Terminato  il  comodo  alibi  delle  nebbie  dense  e  delle  mattine  scure – pietosi  veli  a  nascondere  dolori  e  insoddisfazioni – non  resta  che  adattarsi  ai  cieli  tersi  e  alle  voci  scomposte  lungo  le  strade.

Tempo d’inverno

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E  così  è  davvero  inverno. Ma  poi  che  significa? È  il  tempo  delle  nebbie  gelide  e  fitte, più  cupe  di  quelle  autunnali, più  minacciose  e  torve, più  opprimenti  e  malsane. È  il  tempo  degli  sguardi  rivolti  verso  il  cielo  a  chiedersi  se  arriverà  la  neve  o  se  comparirà  un  po’  di  sole.

L’autunno  insinua, l’inverno  impone; l’autunno  suggerisce, l’inverno  non  lascia  scampo. Marrone  e  nero, grigio  e  bianco: pochi  colori  forti  e  decisi, nessuna  tenerezza, pochissime  sfumature. Eppure…

Eppure  è  il  tempo  dell’elaborazione  lenta, costante, faticosa. È  un  richiamo  al  dovere, alla  maturità, all’impegno  senza  interruzioni.

(La  foto  è  di  George  Hodan)

 

Oltre l’immenso


Riprendo a scrivere dopo dieci giorni di lontananza dal blog, e lo faccio di notte, una notte molto silenziosa. I pensieri sono tanti, fuggono veloci come il vento, scompaiono, ritornano, s’intrecciano e s’avvolgono in una danza vorticosa che sembra voler continuare all’infinito.

A volte la serenità è una presenza strana. Non disdegna la compagnia delle ombre, degli angoli bui, dei fiori appassiti, delle nebbie nel cuore.
E poi guardo in alto, oltre l’azzurro, oltre l’immenso.

Autunno a febbraio


Dopo vari giorni di buon umore, febbraio è diventato malinconico. Il suo volto allegro si è trasformato in una maschera triste, ma senza assumere lo sguardo feroce dell’inverno: lungo le strade bagnate dalla pioggia, febbraio assomiglia a novembre, con il persistente squallore di lunghe ore grigie e con le nebbie che silenziosamente invadono le mattine, fino a sfumare nei nostri sguardi e persino nei nostri pensieri.
Mancano solo le foglie morte a completare il quadro di quest’autunno fuori stagione.