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Posts Tagged ‘mondo’

Giugno  è  arrivato. Ogni  anno, quando  inizia  questo  mese, sono  invasa  da  un  vortice  di  memorie  e, se  anche  volessi, non  potrei  disfarmene. Sono  ricordi  di  un  tempo  in  cui  giugno  rappresentava  la  nascita  di  un  periodo  completamente  nuovo: le  vacanze, la  fine  della  scuola, la  fine  della  prigione, la  libertà. Non  era  soltanto il  principio  dell’estate, ma  un  vero  e  proprio  passaggio  verso  un’altra  dimensione. E  il  sole, i  pomeriggi  lunghissimi  e  le  notti  brevi  erano  quanto  di  più  bello  potesse  esistere.

In  montagna, le  giornate  apparivano  quasi  senza  fine: lunghe  le  mattine, interminabili  i  pomeriggi, lunghe  anche  le  sere. Ricordo  sempre  con  stupore  un  giorno  particolare, credo  un  lunedì. Io  e  le  mie  cugine  avevamo  finito  di  pranzare  ed  eravamo  rimaste  in  cucina  a  chiacchierare. A  un  certo  punto, mi  sembrò  che  fosse  trascorso  molto  tempo, mi  sembrò  che  le  nostre  chiacchiere  fossero  durate  troppo  e  che  fosse  il  momento  di  uscire  da  casa. Così  guardai  l’orologio  e  rimasi  sbalordita: erano  soltanto  le  13:40. Davanti  a  noi, avevamo  un  pomeriggio  infinito.

Il  ricordo  che  ho  di  quelle  estati  è  il  ricordo  della  mia  percezione  del  tempo: lo  avvertivo  quasi  fosse  qualcosa  di  concreto, di  vivo, dotato  di  un’anima  propria; e  ne  sentivo  persino  lo  scorrere, lentissimo, cauto, sornione. Il  tempo  era  un  amico, un  compagno  silenzioso  e  costante, un  alleato. Certo, spesso  mi  annoiavo  e  desideravo  che  fosse  più  veloce; ma  era  il  tempo  estivo, il  tempo  della  libertà  e  delle  piccole  follie. Perciò  era  bene  che  fosse  tanto pacato. In  fondo, mi  stava  facendo  un  regalo, anche  se  non  me  ne  accorgevo.

E  poi  lo  sguardo, lo  sguardo  sul  mondo. Non  era  soltanto  la  percezione  del  tempo  a  essere  così  peculiare, ma  anche  il  modo  in  cui  guardavo  tutto  l’insieme, cose  e  persone. Lo  so, è  un’affermazione  che  sembra  banale, perché  si  tratta  di  un  fatto  scontato. Però  è  il  ricordo  di  quello  sguardo  che  assume  contorni  particolari  e  che  non  può  essere  descritto  con  facilità: sarebbe  come  voler  catturare  l’immagine  di  un  arcobaleno  di  colori  che  si  trasforma  adagio – sempre  in  movimento – fino  ad  assumere  sfumature  sorprendenti, sfumature  con  le  quali  occorre  imparare  a  convivere.

Ogni  anno, quando  giugno  compare  e  annuncia  la  nuova  stagione, sono  il  tempo  e  lo  sguardo  ad  attraversare  i  miei  pensieri – e  a  parlarmi  e  a  raccontarmi  sempre  qualche  nuovo  dettaglio.

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Signora nel parco-1871_JPG

Un’immagine  che  infonde  un  senso  di  quiete  raro  in   un’epoca  permeata  dai  miti  della  velocità  e  dell’efficienza-a-tutti-i-costi. Ma  l’estate  è  anche  questa:  un’occasione  per  fermarsi  ogni  tanto  o  uno  spazio   da  colmare  con  pensieri  poco  invadenti  e  lievi, quasi  impalpabili  nella  loro  superficialità.

Guardare  in  lontananza,  immersi  nella  bellezza  di  un  paesaggio  che  non  teme  il  trascorrere  delle  stagioni, perché  sempre  destinato  a  rinascere; guardare  in  lontanza  senza  preoccuparsi  se  il  tempo  scorre, se  taluni  gridano, se  qualcuno  insiste  a  chiamarci. Guardare  in  lontanza  per  lasciarsi  trasportare  dal  susseguirsi  di  sensazioni  ed  emozioni. E  respirare, sentirsi  vivi  senza  dover  parlare  al  mondo, senza  dover  accontentare  qualcuno, senza  doversi   raccontare.  Muti, in  pace  con  se  stessi  qualsiasi  cosa  accada.

 

(Nell’immagine   il  dipinto  Signora  nel  parco, di  Federico  Zandomeneghi)

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Il  pomeriggio, piovoso  e  lento, è  un  fluire  ininterrotto  di  secondi  che  trascorrono  ad  afferrare  sensazioni,  immagini,  ricordi,  tutti   racchiusi  nello  spazio  circoscritto  di  una  stanza. Fra  quattro  mura  si  snodano  esistenze, allegrie  e  dolori  senza  che  il  mondo  se  ne  accorga. Così, quando  le  gocce  di  pioggia  cadono  ininterrottamente  in  una  stagione  di  contorni  sfumati  e  colori  incerti, l’impressione  di  vivere  sospesi  ci  colpisce  con  una  forza  rara. E  allora  la  vita  diventa  un  sogno, un’illusione, una  screziatura  senza  importanza.

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Di neve fitta

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Siamo  passati  da  una  giornata  come  quella  di  ieri, con  un  sole  splendente  quasi  primaverile, a  un  venerdì  cupo  e  aspro  nel  suo  grigiore  senza  speranza: un  contrasto  sconcertante  per  un  inverno  enigmatico  e  stanco.

Talvolta, quando  l’oscurità  è  troppo  opprimente, si  vorrebbe  dormire, dormire  d’un  sonno  profondo  e  senza  interruzioni, persino  senza  sogni, per  poi  svegliarsi  in  un  mattino  invaso  dalla  strana  voce  del  silenzio  e  accorgersi, guardando  oltre  una  finestra, che  sta  nevicando. Dovrebbe  essere  neve  fitta, generosa, decisa  a  cadere  per  ore; e  bisognerebbe  avere  la  possibilità  di  starsene  in  casa  per lasciarsi  avvolgere  da  una  sensazione  di  stupefatta  serenità, come  rapiti  da  un  incantesimo  e  sospesi  oltre  noi  stessi, oltre  il  mondo, oltre  le  apparenze.  E  poi  sedersi, guardare  il  cielo  incolore, osservare  la  neve  scendere  monotona  e  senza  interruzioni, e  capire  che  la  vita  è  anche  questa.

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autunno-nebbia

La  nebbia  fitta –  silenziosa  amica – il  desiderio  di  starsene  in  casa, il  desiderio  di  scomparire, il  desiderio  di  tornare. L’oscurità, l’incomprensione, la  solitudine  voluta, la  solitudine  cercata – e  trafitture  gelide  di  freddo  feroce, e  incantesimi  di  pensieri  sussurrati  al  niente  della  strada  vuota. Il  mondo  termina  qui, su  un  sentiero  cupo, dopo  una  notte  d’inchiostro  e  senza  luna.

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Niente  è  più  certo  che  nessuno  può  uscire  mai  da  sé  per  identificarsi  immediatamente  con  le  cose  diverse  da  lui; tutto  ciò  di  cui   egli  ha  conoscenza  sicura, quindi  immediata, si  trova  dentro  la  sua  coscienza.

Così  scrive  Arthur  Schopenhauer (1788-1860)  nella  sua  opera  più  famosa, Il  mondo  come  volontà  e  rappresentazione. Le  parole  citate  sono  riferite  al  problema  della  rappresentazione, ossia  riguardano  la  teoria  della  conoscenza. Io, togliendole  dal  loro  contesto, me  ne  approprio  per  parlare  d’altro.

Uscire  da  se  stessi, cioè  da  quel  groviglio  inestricabile  formato  da  indole, predisposizioni  personali, influenze  familiari  e  ambientali, condizioni  economiche  e  culturali –  groviglio  che  fonda  la  nostra  personalità  tutt’intera – è  difficilissimo. Talmente  difficile  che  spesso  si  stenta  a  comprendere  l’altro  e  ci  si  lascia  andare  a  giudizi  affrettati  e  superficiali. Le  nostre  idee, le  nostre  convinzioni, spesso  maturate  soltanto  in  base  a  un  automatismo  chiamato  abitudine, ci  appaiono  come  le  uniche  giuste. I  nostri  valori, i  nostri  stili  di  vita, le  nostre  priorità  ci  sembrano  spesso  sacri  o  tali  da  non  poter  essere  messi  in  discussione. Perciò  valori, stili  di  vita  e  priorità  altrui  ci  appaiono  spesso  deplorevoli  o  censurabili  o  incomprensibili. E  così, a  volte,  diamo  giudizi  rapidi  e  sciocchi  sentendoci  dalla  parte  della  ragione.

A  salvarci  da  questa  tendenza, cui  nessuno  di  noi  è  immune, è  soltanto  la  capacità  di  riflettere  con  calma, capacità  quasi  sempre  frutto  dell’educazione  e  dello  studio, cioè  dell’allenamento  mentale. Più  si  è  abituati  a  pensare, a  osservare  ogni  questione  in  tutta  la  sua  complessità  o  da  molteplici  punti  di  vista, più  si  diventa  dubbiosi. Ma  non  si  tratta  del  dubbio  che, negativamente, paralizza; si  tratta  piuttosto  del  dubbio  che  non  ci  spinge  a  giudicare  in  maniera  superficiale  e  può  renderci  persino  caritatevoli  verso  gli  altri. Un  po’  più  buoni, insomma.

Però  riflettere, cioè  pensare  in  maniera  approfondita,  è  difficile. Bisogna  essere  disposti  e, nel  contempo,  allenati  a  farlo,  e   l’allenamento  costa  fatica, dolore, ansia, oltre  al  rischio  di  dover  mettere  in  discussione  il  proprio  sistema  di  credenze.

riflessione

Sebbene  sia  faticoso, vale  la  pena  fermarsi  a  pensare  lentamente   prima  di  giudicare  troppo  in  fretta. Soprattutto  prima  di  giudicare  in  fretta  le  esistenze  altrui. Nessuno  di  noi  può  uscire  così  tanto  fuori  da  se  stesso  da  potersi  identificare  con  i  pensieri, i  sogni, le  aspirazioni, i  traumi, i  dolori, le  esperienze  altrui. La  consapevolezza  di  questo  limite  può  diventare  uno  stimolo  per  evitare  di  cadere  in  eccessi  di  superficialità  e  per  cercare  di  migliorarsi. Senza  diventare  perfetti, è  ovvio, perché  la  perfezione  non  appartiene  a  questo  mondo.

(Nell’immagine  il  dipinto  Riflessione, di  Federico  Zandomeneghi)

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Inaspettata  dopo  la  giornata  di  ieri, piena  di  sole  e  di  leggerezza. Ma  ottobre  è  così: prima  o  poi  avrebbe  dovuto  presentare  il  suo  lato  oscuro. E  questa  mattina  l’ha  fatto  con  la  nebbia  e  la  pioggia. Una  nebbia  fitta, densa, che  sa già  di  novembre; e  una  pioggia  sottile  e  silenziosa, come  pioggia  di  primavera – ma  una  primavera  al  contrario.

Molti  anni  fa, durante  l’infanzia, una  giornata  come  questa  mi  avrebbe  infastidita. Ma  ora  è  tutto  cambiato. La  nebbia  evoca  profondità  che  attendono  soltanto  di  essere  esplorate; la  nebbia  è  un’amica  che  protegge  da  sguardi  troppo  insistenti, che  avvolge  e  consola, che  abbraccia  e  conforta, che  diluisce  il  mondo  alleggerendone  i  contorni  troppo  netti. E, così  facendo,  alleggerisce  anche  lo  spirito.

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