Era di giugno

giugno

Come  ho  scritto  in  altre  occasioni, molti  anni  fa  ero  solita  trascorrere  il  mese  d’agosto   nella  casa  che  la  mia  famiglia  aveva  in  appennino.  Soltanto  una  volta – non  ricordo  perché – mi  trovai  in  montagna  anche  a  giugno, subito  dopo  la  fine  della  scuola. E  fu  per  me  una  novità  importante.

Era  l’estate  nella  sua  magnificenza, all’inizio  del  suo  percorso:  viva, splendente, entusiasta  nei  suoi  colori  ma  ancora  vagamente  incerta, attraversata  da  un’indefinibile, lievissima, affascinante  timidezza. Le  mattine  erano  un  abbandonarsi  completo  alla  luce, un  correre  per  campi  assolati  ma  anche  attraversati   da  un  vento  che  significava  pace, ristoro, salvezza.  La  gioia  era  estrema: la  città  monotona  e  grigia  non  esisteva  più, i  ritmi  delle  stagioni  precedenti  erano  finalmente  dissolti, trasformati  in  una  memoria  lontana, quasi  un  sogno  dai  contorni  troppo  sfumati  o  un  fantasma  privo  di  qualsiasi  consistenza.

Si  entrava  così  in  un  mondo  di  fiaba, un  mondo  pensato, immaginato, dipinto  con  i  toni   della  fantasia.  Giugno  era  allora  l’amico  più  prezioso, il  sollievo  tanto  atteso  e  finalmente  arrivato, la  via  verso  la   spensieratezza  e  le   gioie  di  una  natura  che  chiedeva  soltanto  di   rendersi  complice,  dispensando  con  inarrestabile  generosità   le  sue  tante  meraviglie.

A fine maggio

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A  fine  maggio, il  pensiero  dell’estate  diventa  inevitabile, quasi  istintivo. Ed  è   per  me   un  pensiero  attraversato  dalla  sfolgorante  bellezza  del  cielo  terso  e  del  sole  ininterrotto  sui  prati, in  collina  e  in  montagna,  in  un  tempo  molto  lontano. Il  tempo  di  un’altra  me  stessa, forse  persino  di  un’altra  persona, perché  l’esistenza  è  incessante  fluire, trasformazione  senza  posa.

L’estate  della  memoria  e  del  sogno  a  occhi  aperti  è  l’estate  della   leggerezza, delle  risate  costanti, del  disimpegno, dell’arrendersi  alla  vita  come  semplice  adesione  al  trascorrere  lento  dei  minuti, senza  pretendere  nient’altro  che  il  presente, senza  sapere  nulla, ignorando  ogni  complicazione. L’estate  che  non  c’è, l’estate  che  non  può  essere.

Ricordo  giorni  in  cui  i  campi  sembravano  senza   fine, e  l’orizzonte  aveva  l’invisibile  consistenza  di  una  speranza  fondata  sull’irrazionale. La  speranza  di  altri  campi, altri  cieli  sereni, altri  fiori. Più  che  una  realtà, l’estate  era  allora  una  fantasia, immaginaria  costruzione  di  una  mente  alla  ricerca  di  cose, persone  e  significati.

Adesso  sento   il  rumore  dei  tuoni: sta  per  arrivare  un  temporale, un  temporale  di  tarda  primavera. Si  avverte  un  senso  d’intimità, il  desiderio  di  chiudersi  in  una  stanza, di  tacere, di  ascoltare  l’arrivo  della  pioggia.  In  attesa  dell’estate  che  verrà.

Ogni anno, a ottobre

Ogni  anno, a  ottobre, mi  torna  in  mente  quest’immagine; così, non  posso  fare  a  meno  di  riprendere  in  mano  il  mio  vecchio  diario  di  Holly  Hobbie  per  guardarla. Quel  diario  mi  fu  regalato  durante  l’infanzia  mentre  mi  trovavo  in  vacanza  a  Sestri  Levante, in  Liguria. Fu  una  simpatica  signora  bergamasca, di  nome  Teresa,  a  donarmelo  per  il  mio  compleanno.

Per  me  ottobre  è  tutto  lì, in  quest’immagine  semplice  eppure  in  grado  di  parlare  all’infinito: i  rami  spogli  sono  il  freddo  e  la  tristezza  di  certe  giornate  cupe, sono  la  nostalgia  e  il  desiderio  di  chiudersi  in  casa, sono  la  desolazione  che  necessariamente  deve  seguire  all’estasi  di  luce  e  di  calore. La  bambina  che  si  prende  cura  del  gatto  è  però  un  segno di  affettività, un  segno  del  sentimento  che  pervade  l’atmosfera  autunnale  persino  nei  suoi  momenti  più  malinconici  e  spenti. È  speranza, nonostante  tutto.

Ma  quest’anno  i  rami  non  sono  spogli  e  le  foglie  sono  ancora  quasi  tutte  sugli  alberi. È  un  autunno  molto  mite, questo; è  un  ottobre  accarezzato  dal  sole, allegro  e  un  po’  sornione. Ieri  ho  passeggiato  lungo  viali  che, d’autunno, offrono  sempre  uno  spettacolo  da  non  perdere: misterioso  silenzio  e  foglie  dorate  felici  sotto  il  cielo  sereno.

Ottobre  racconta  storie  d’un  tempo  lontano, sussurrate  con  estrema  delicatezza  per  non  turbare  troppo. Eppure  le  racconta, non  può  tacere: per  me  l’autunno  è  sempre  un  ritorno  di  memorie  d’infanzia, come  la  primavera. Forse  perché  queste  due  stagioni  erano, nella  mia  esistenza  di  bambina,  le  più  importanti: la  prima  significava  la  fine  dell’estate  e  della  spensieratezza – vera  o  presunta  che  fosse – e  il  ritorno  al  grigio  asfittico  delle  aule  scolastiche; la  seconda, invece, era  la  rinascita, il  frenetico  pulsare  della  vita  con  le  corse  nei  parchi  e  i  fiori  a  rallegrare  ogni  fantasia. Erano  due  passaggi  fondamentali, due  periodi  memorabili  nel  bene  e  nel  male. Non  si  possono  dimenticare.

E  poi  quest’immagine. Come  ho  detto, c’è  sempre  stata, in  qualche  angolo  remoto  della  mia  mente  si  è  conservata  intatta. E  le  emozioni  che  l’accompagnano, a  dispetto  del  tempo  che  fugge  troppo  in  fretta  e  dell’età  adulta, sono  rimaste  sempre  le  stesse: forti, avvolgenti, d’una  profondità  rara. Certo, ora  con  molte  consapevolezze  in  più.

Fra presente e passato


Questo dipinto mi ha attratta fin dalla prima volta che l’ho visto, perché subito ha evocato in me ricordi d’infanzia. Sono stati il muro giallo della casa e la cupa atmosfera autunnale a farmi tornare indietro, a quando avevo sei anni. La casa assomiglia vagamente all’edificio della scuola che frequentai in prima elementare, e l’autunno mi ha ricondotta ai primi mesi dell’anno scolastico.
In realtà, a parte questi scarni dati, nel dipinto non vi è nient’altro a riconsegnarmi alla memoria quei giorni lontani. Ma ciò basta per farmi avvertire un brivido e un senso d’inaspettata nostalgia. Ad attirarmi è anche una certa dignitosa compostezza dell’insieme, una calma di fondo che sembra temperare lo squallore della stagione.

Mi sembra poi di vedere novembre, con la sue infinite tristezze e le serate lunghissime e scure. Vedo novembre, l’infanzia, giorni lontani, nebbie e silenzi. Vedo novembre perché l’estate mi ha stancata.

(Il dipinto è La visita di Silvestro Lega)

Un mosaico di pensieri


Troppi pensieri, talmente tanti da non poterli ordinare. Racchiudono ieri e oggi, passato e presente, si sovrappongono, s’intrecciano, si fondono in un mosaico di soli colori. E non vogliono andarsene.
Mi sorprendono i dettagli troppo nitidi, le immagini improvvise e chiare, le consapevolezze che avrei voluto cancellare; mi sorprende l’irresistibile forza di questa memoria che invade ogni spazio della mente senza lasciarsi imprigionare. Compaiono così giorni lontani e ombre che credevo remote. Sono spettri che chiedono di essere ascoltati e forse vendicati; sono fantasmi che implorano una risposta.