La nuova stagione

Per  la  prima  volta  dall’inizio  dell’anno, oggi  ho  chiuso  le  persiane  della  mia  camera  alle  quindici  del  pomeriggio. Questo  atto  semplice  e  banale, in  apparenza  insignificante,  è  il  segnale  dell’arrivo  della  nuova  stagione: l’estate. Quando  il  sole  è  troppo  forte  non  resta  altra  via  se  non  cercare  di  ripararsi, per  evitare  che  le  stanze  si  riscaldino  troppo. Un  atto  banale, come  ho  detto. Ma  di  banalità  si  nutre  tutta  la  nostra  esistenza, costellata  da  atti  ripetitivi,  pensieri  costanti,   piccoli  riti,  scialbe  noie  quotidiane.  E  tutto  ciò, in  fondo, ha  più  importanza  di  tanto  altro.

L’estate  arriva  dopo  una  primavera  strana, a  tratti  scostante, mutevole  e  immatura.  L’estate  arriva  col  suo  carico  di  allegria – a  volte  fittizia –  con  la  sua  immancabile  prepotenza, con  i  suoi  inviti  ad  abbandonare  la  riflessione  e  a  disperdersi  nel  mondo, a  fermarsi  alla  superficie  delle  cose, a  ridere  di  gusto, a  sentirsi  ragazzi  sempre  e  nonostante  tutto. Arriva  e  ci  esorta  a  tralasciare  certi  doveri, a  fermarci, a  indossare  mille  colori, a  fuggire  verso  il  mare  o  sui  monti, a  sognare  l’impossibile.

banti

Talvolta, si  vorrebbe  stare  da  soli  a  contemplare  l’estate, ad  ammirare  il  dispiegarsi  della  sua  forza, di  quel  suo  vigore  che  sembra  non  conoscere  fine.  Si  vorrebbe  stare   su  una  terrazza, circondati  dal  verde,  in  muto  colloquio  coi  fiori  e  con  le  colline  all’orizzonte. Sicuri, almeno  per  una  volta, di  essere  compresi.

 

(Nell’immagine  il  dipinto  In  terrazza,  di  Cristiano  Banti)

L’omologato-cronico con manie marine

spiaggia-affollata

Si  sa  che  le  località  di  mare  sono  le  più  frequentate  quando  si  tratta  di  vacanze. Del  resto, ci  sono  posti  davvero  meravigliosi  ed  è  comprensibile  che  piacciano. In  Italia, noi  amanti  della  montagna  siamo  una  ristretta  minoranza, e  questo, da  alcuni  punti  di  vista, è  un  bene: chi  ama  andare  in  vacanza  in  montagna, infatti,  cerca  il  silenzio, la  pace, il  contatto  con  la  natura, ritmi  umani  e  divertimenti  tranquilli.

Ora, capita  che, a  volte, l’amante  della  montagna  venga  guardato  con  molta  sufficienza  da  parte  di  una  certa  categoria  di  entusiasti-del-mare-a-tutti-i-costi,  coloro  per  i  quali  il  termine  vacanza  coincide  solo  con  il  termine  mare, per  cui, quando  sentono  che  qualcuno  ha  trascorso  agosto  in  montagna, lo  considerano  un  poveraccio  da  compatire. Attenzione, non  sto  generalizzando: esistono  tantissime  persone  che  amano  il  mare, non  vanno  in  montagna  e   non  pensano  queste  cose. Mi  riferisco  a  una  ristretta  minoranza  di  omologati-cronici  affannosamente  in  cerca  di  vivere  secondo  le  mode  e  soprattutto  facendo  quello  che  fanno  gli  altri.  E  ciò  comprende  anche  la  vacanza  al  mare.

A  me  è  capitato  più  volte  di  essere  guardata  con  il  classico  sorriso  di  compatimento  dall’omologato-cronico  che, già  alla  fine  di  maggio,  comincia  a  scalpitare  per  l’eccitante  vacanza  al  mare  che  l’aspetta. Che  poi, in  alcuni  casi, tale  vacanza  consista  in  una  settimana  risicata  al  Lido  delle  Sabbie  Mobili, fa  niente: ha  comunque  una  parvenza  di  mare, pare  che  ci  sia  un  po’  d’acqua  e  dunque  va  bene  così.

L’omologato-cronico  con  manie  marine, ovviamente  fidanzato  o  sposato  con  una  uguale  a  lui, quando  riesce  finalmente  a  partire  per  farsi  qualche  giorno  on  the  beach, si  produce  in  tutto  il  repertorio  che  lo  distingue. In  che  consiste  tale  repertorio? Semplicissimo: nel  disturbare  il  suo  prossimo. Possibilmente  molto. Lancia  l’automobile  a  tutta  velocità  lungo  la  strada  principale  della  località  prescelta – magari  nel  primo  pomeriggio, quando  le  persone  mentalmente  sane  tendono  a  riposarsi   un  po’  e  a  evitare  di  far  baccano –  e, mentre  passa  guidando  come  un  ossesso  e  credendo  di  essere  Alain  Prost,  mette  la  musica  del  suo  stereo  a  tutto  volume  per  far  capire  che  lui  c’è, è  qui, esiste  e  l’umanità  è  obbligata  ad  avvertirne  la  presenza. Dopo  di  che  s’impegna  a  seguire  con  invidiabile  costanza  l’imperativo  di  tutta  la  sua  vacanza, che  è  uno  soltanto: esagerare. Ciò  significa  che  evita  il  più  possibile  di  dormire, trascinandosi  tutte  le  notti  fino  all’alba, trangugiando  con  ostinazione  litri  e  litri  di  squallidi  aperitivi –  sul  contenuto  dei  quali  è  meglio  non  indagare – cercando  di  partecipare  a  tutti  gli  eventi  organizzati, in  spiaggia  e  non, e  danzando  ogni  giorno, alla  medesima  ora  e  con  notevole  zelo,  il  solito  ballo  dell’estate, che  ha  visto  promosso  fin  dalla  primavera  in  qualche  trasmissione  televisiva  piena  di  veline  e  tronisti. Quando  poi  si  trova  in  spiaggia, cerca  di  stare  in  ammollo  nell’acqua  il  più  a  lungo  possibile  e   fa  il  bagno  a  qualsiasi  ora, anche  col  cibo  sullo  stomaco. Ovviamente, costui  trascorre  l’intera  vacanza  in  costume  da  bagno – possibilmente  uno  slip  molto  ridotto, soprattutto  se  il  fisico  non  glielo  consente – rifiutandosi  categoricamente  d’infilarsi  un  pantalone  leggero  e  una  maglietta  anche  quando  si  è  scatenato  il  temporale, il  mare  è  in  tempesta, le  temperature  si  sono  abbassate  di  dieci  gradi  e  il  vento  infuria  che  è  un  piacere.

Ovviamente  individui  del  genere  non  sono  sterili, ma, al  contrario,  tendono  a  riprodursi  con  facilità. E  allora  vediamo l’omologato-cronico  che  fa  di  tutto  per  avviare  sulla  retta  via  il  proprio  figlio. Il  suo  incolpevole  bambino, infatti,  è  lasciato  libero  di  sfogarsi  a  sazietà  sulla  spiaggia: lo  si  vede  girare  a  lungo  senza  cappello  sulla  testa, sotto  il  sole  alto  e  quindi  rischiando  un’insolazione,  e  tirare  la  sabbia  sugli  occhi  ai  poveracci  che  cercano  di  riposarsi  sotto  l’ombrellone; lo  si  ammira  mentre  gioca  spavaldo  lanciando  palle  e  palline  che  rimbalzano  sulla  testa  dei  malcapitati  addormentati  sui  lettini, e,  purtroppo,  lo  si  vorrebbe  strozzare  quando  comincia  a  gridare  forte  come  un  orso  scotennato  perché, poverino,  ha  fame  e  sete, ma  mamma  e  papà  non  se  ne  accorgono  in  quanto  troppo  impegnati  a  parlare, con  i  vicini  di  ombrellone,  di  argomenti  intelligenti, tipo  il  party  della  sera  prima  dopo  il  quale  hanno  vomitato  anche  l’anima.

Infine, a  coronamento  di  questa  imperdibile  vacanza, l’omologato-cronico  non  dimentica  d’immortalare,  con  la  macchina  fotografica  digitale,  la  fidanzata  o  la  moglie  che  si  esibisce  tutta  giuliva  in  topless, sentendosi  una  diva. E  costei  non  vede  l’ora  di  postare  la  foto  sexy  su  Facebook.  In  attesa  dei  “mi  piace”.

Feste e stravaganze

Verso  la  fine  degli  anni  Novanta  del  secolo  scorso  e  all’inizio  del  Duemila, qualche  amministratore  di  questa  città  fu  preso  dalla  smania  di  organizzare  eventi  al  fine  di  rivitalizzare  il  centro  storico. Io,  che  sono  residente  in  centro  storico  da  parecchi  anni, sinceramente  non  ho  mai  avvertito  questo  impellente  bisogno  di  rivitalizzazione; tuttavia, si  accettano  volentieri  certe  iniziative  quando  sono  ben  fatte.

Ecco, questo  è  il  punto: quando  sono  ben  fatte. Purtroppo, nel  periodo  che  ho  citato,  in  città  ci  siamo  distinti  per  eventi  come  minimo  stravaganti, tali  da  suscitare  molte  perplessità  e  anche  un  po’  di  sanissimo  sdegno. Non  ricordo  esattamente  quando, ma  ci  fu  un  anno  in  cui  fu  organizzata  la  cosiddetta  festa  di  primavera. Ammetto  che, quando  sentii  per  la  prima  volta  che  sarebbe  stata  fatta  questa  festa, fui  colta  da  un  inopportuno  soprassalto  d’ingenuità, perché  attesi  con  leggera  trepidazione  quanto  sarebbe  avvenuto. Ebbene, un  pomeriggio  andai  in  piazzetta  della  Pomposa  e  vidi  una  serie  di  fogli  di  carta  da  disegno – i  soliti  Fabriano  che  tutti  abbiamo  usato  alle  scuole  elementari  per  disegnare –  dipinti  ad  acquerello  con  immagini  floreali  e  appesi  sul  muro  di  un  palazzo  della  piazzetta. Da  quello  che, con  grande  sorpresa,  riuscii  a  comprendere, si  trattava  della  coreografia  della  festa  di  primavera. Ricordo  che, una  volta  tornata  a  casa, non  ebbi  neppure  la  forza  di  commentare.

Non  ricordo  se  accadde  nello  stesso  anno, ma  comunque  eravamo  ancora  nella  seconda  metà  degli  anni  Novanta  e  sempre  di  primavera (e  ti  pareva!).  Un  sabato  pomeriggio  avvertimmo  d’improvviso  un  grandissimo  baccano: sentimmo  musica  da  tutte  le  parti  ad  altissimo  volume, ma  non  riuscimmo  a  capire  di  che  musica  si  trattasse  perché  il  frastuono  era  allucinante  e  in  apparenza  insensato,  caos  allo  stato  puro. Fu  poi  mio  padre,  giungendo  a  casa  con  la  faccia  stravolta,  a  spiegarci  che  in  Via  Emilia  c’erano  tante  orchestrine, a  pochi  metri  di  distanza  le  une  dalle  altre, che  suonavano. Peccato  però  che  ciascuna  suonasse  una  propria  musica, distinta  dalle  altre: per  fare  un  esempio, c’era  un  palco  in  cui  cantavano  a  squarciagola  canzoni  napoletante  stile  O  sole  mio  e, a  soli  venti  metri  di  distanza, c’era  chi  si  scatenava  col  rock  duro. Così  non  ci  si  capiva  nulla, era  la  confusione  totale, una situazione  da  pazzi. Mio  padre, che  detesta  il  chiasso  quanto  me, disse  così: “Questa  non  è  una  città, ma  un  manicomio a cielo  aperto“.

Naturalmente  non  finì  qui, perché  al  peggio  non  c’è  mai  fine. Forse  fu  nel  Duemila – ma  non  ricordo  bene – che, nella  solita  ottica  di  voler  rivitalizzare  il  centro  storico, qualcuno  ebbe  l’idea  geniale (partorita  di  notte?)  di  far  dipingere  onde  marine  nella  centralissima  Via  Farini. Questa  è  la  strada, tanto  per  darne  un’idea:

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Ho  scattato  questa  foto  nel  dicembre  del  2009, dopo  una  forte  nevicata. Ma  immaginatela  in  tarda  primavera, col  sole  e  una  giornata  limpida. Ebbene, sul  grigio  asfalto  a  destra, vicino  ai  portici, furono  disegnate, per  l’intera  lunghezza  della  strada, le  onde  del  mare. Colti  da  irrefrenabile  entusiasmo  (gli  ormoni  di  primavera!),  i  geniali  fautori  di  cotanto  capolavoro  pensarono  bene  di  aggiungerci  pure  qualche  sfumatura (il  realismo!), per  cui  sull’asfalto  c’erano  le  onde  blu  scuro  e  poi  quelle  celesti: il  mare  disegnato  e  colorato  in  una  grigia  strada  stretta  di  una  città  padana. Sarebbe  come  mettere  palme  di  cartone  con  noci  di  cocco  di  plastica  in  una  strada  di  Stoccolma.

Naturalmente  si  sa  come  procedono  certe  cose: non  ci  si  accontenta  mai  degli  orrori  fatti, ma  bisogna  esagerare, andare  oltre, eccedere, in  un  vortice  d’attivismo  mai  pago  di  se  stesso. Siccome  al  mare, come  ognuno  sa, ci  sono  anche  le  spiagge, sul  mare  dipinto  della  povera  Via  Farini  posero  addirittura  dei  piccolissimi  recinti  con  sabbia  e  delle  cabine  in  legno, quelle  che  servono  per  cambiarsi  quando  si  soggiorna  al  mare  vero.

Se  adesso  pensate  che  tutto  sia  finito  qui, siete  inutilmente  ottimisti. Al  termine  di  Via  Farini  e  giunti  in  piazzale  San  Giorgio, ecco  l’apoteosi  dell’iniziativa: una  piscina  gonfiabile, di  quelle  che  in  genere  vengono  messe  nei  giardinetti  privati  per  far  divertire  i  bambini  della  famigliola  felice. Secondo  la  pubblicità  fatta  al  fausto  evento (ebbero  persino  la  faccia  tosta  di  celebrare  ‘sta  meraviglia), i  cittadini  avrebbero  potuto  bagnarsi  con  gioia  e  disinvoltura  nella  piscina  gonfiabile, il  tutto  in  pieno  centro  storico  e  a  due  passi  dall’Accademia  Militare. Inutile  dire  che  l’iniziativa  fu  un  flop  clamoroso  e  raccolse  molte  critiche. Le  proteste  costrinsero  gli  organizzatori  a  togliere  tutta  questa  baracconata, onde  comprese, nell’arco  di  tre  giorni. E  fu  così  che  Via  Farini  riacquistò  la  sua  dignità  di  grigia  strada  stretta  di  una  media  città  padana.

Ricordo  ancora  le  risate  che  facemmo  quando  andai  dal  parrucchiere  vicino  a  casa  mia: ci  divertimmo  tutti, parrucchiere  e  clienti, a  chiederci  con  sadismo  dove  avessero  preso  la  sabbia  dei  recinti, se  a  Rimini  o  a  Riccione, e  chi  avessero  obbligato  a  dipingere  la  strada, magari  nottetempo  come  un  ladro.

Dopo  le  orchestrine  a  tutto  volume, i  disegni  fatti  a  mano  sui  fogli  delle  scuole  elementari  e  il  finto  mare  con  sabbia  e  cabine, finalmente  le  iniziative  per  salutare  la  primavera  sono  diventate  dignitose. Da  alcuni  anni, infatti, a  fine  marzo  in  centro  storico  c’è  un  bel  mercato  dei  fiori  con  esposizioni  di  piccoli  giardini, e, all’inizio  di  giugno, per  tre  giorni  si  tiene  il  mercato  europeo, con  commercianti  provenienti  da  ogni  parte  del  nostro  continente. Come  si  suol  dire, dopo  aver  toccato  il  fondo, si  risale.

Un’isola incantevole


Forse non tutti conoscono Palmarola, una di quelle Isole Pontine che formano un arcipelago in provincia di Latina, di fronte al promontorio del Circeo e a Gaeta. Le Isole Pontine sono sei: Ponza, Gavi, Zannone, Palmarola, Ventotene e S.Stefano. Palmarola è la seconda isola dell’arcipelago per grandezza, ed è un luogo davvero speciale. Qualcuno ha scritto che, quando Dio la creò, doveva essere di buon umore.
Osservare un’immagine simile in una giornata d’aprile come questa, grigia e piovosa, forse non è una scelta felicissima. Sì, perché inevitabilmente sorge il desiderio di vacanze, di spazi infiniti, di libertà, d’evasione.
Ma poi capita qualcosa di meraviglioso. Dopo aver sognato libertà e spazi infiniti, si torna volentieri in una stanza chiusa, accogliente, calda, intima. A pensare, a rilassarsi e a ritrovare se stessi. Lieti e sereni persino se piove e la strada è scura e vuota.