Cammina silenziosa

Cammina silenziosa, la primavera, cammina verso l’estate – e i pomeriggi, i pomeriggi sono estenuanti, il nostro tramonto. Si rincorrono emozioni, frammenti di vitalità intensa, chiudere la porta di casa, afferrare i sogni – quelli sfregiati dagli anni.

Le sere erano interminabili, il giardino ascoltava – erano i nostri discorsi -, il giardino ascoltava e taceva. Ma io lo so che torneremo sotto le stelle, e sarà una notte d’agosto – come se il tempo avesse deciso di oltrepassare quella curva.

Le rose e il silenzio

Le rose sono il regalo più bello dell’ultimo mese di primavera, il tratto peculiare di maggio, la sua essenza profonda. Compaiono nei giardini a infrangere la monotonia del verde – compaiono maliziose, quasi sfrontate. E intorno tutto muta. Si affacciano vanitose ai cancelli delle case, lasciandosi ammirare; e ci accompagnano, ci guardano affettuose mentre attraversiamo le strade, mentre pensiamo a tutto fuorché alla primavera, mentre rischiamo di smarrirci.

Le rose non temono il cielo sbiadito dei giorni più stanchi e il nostro umore spento, la nostra debolezza, quel voler camminare e non sapere dove. Le rose ci accolgono in silenzio e di silenzio vivono – e in quei giardini loro, le rose, prima nascono e poi scompaiono.

Ho scattato la prima foto in via Barbieri e tutte le altre in via Solieri.

Chiacchiere all’inizio di maggio

Questa mattina, approfittando della giornata festiva, sono andata in centro storico e sono rimasta quasi sconvolta nel vederlo affollato come un tempo, come nel periodo pre-pandemia: bar all’aperto presi d’assalto, gruppi di persone ovunque, voci e urla in ogni dove. Da molto tempo, ormai, non sono abituata all’atmosfera vivace, talvolta da sagra paesana, che caratterizza il centro storico di sabato e di domenica.

Quando abitavo in centro, evitavo accuratamente d’uscire durante il sabato pomeriggio: mi bastava sentire le voci sulla strada, percepire il clima allegro che inondava le vie e, intanto, restarmene tranquilla, perché sapevo che, trascorsa la tempesta del fine settimana, dal lunedì il mio quartiere sarebbe tornato un luogo piacevole e vivibile, vivace ma senza eccessi.

Ho sempre amato molto il centro storico durante l’autunno e l’inverno, perché è un luogo in cui non si avverte alcun senso di solitudine; nello stesso tempo, quando si sta in casa ci si sente davvero “dentro”, chiusi, al riparo, una sensazione, questa, che non riesco a provare altrove: sono le vie strette, i palazzi legati gli uni agli altri, i cortili interni angusti e le mura spesse a infondermi un profondo senso di pace e di calore. Ma in primavera e d’estate il centro storico non mi è mai piaciuto troppo, perché l’avvertivo e l’avverto come una prigione, per gli stessi motivi che invece lo rendono bellissimo nelle altre stagioni.

Stamattina, dopo aver constatato l’assalto dei cittadini al centro, sono scappata via in fretta, e mi sono sentita libera e felice quando mi sono ritrovata immersa nella tranquillità e nel verde del quartiere Buon Pastore, a contemplare l’inizio dell’ultimo mese di primavera.

E allora adesso parlo del niente, del poco che ho fatto prima dell’ora di pranzo, attardarmi sul viale a guardare gli alberi che stanno cambiando colore. Quindici giorni fa il rosa era predominante:

Oggi è il verde a farsi spazio sugli stessi alberi:

Mi ha colpita l’estrema lentezza delle persone intente a passeggiare, nei parchi e sulle strade, quel procedere quasi senza meta, senza alcun fine, il puro piacere di andare senza dover rispettare scadenze, orari, impegni – il puro piacere di lasciarsi inebriare dalla primavera. Ed ecco le rose gialle – maggio ormai arrivato – le rose gialle avvinghiate a un cancello, per farsi ammirare:

Ci attende un’esplosione di rose e di sole, e un avvicinarsi all’estate di corsa, come a non voler attendere. Cerchiamo allora di viverlo intensamente, maggio, di viverlo nei suoi colori intensi, quasi sfacciati, e di lasciarci sedurre dai suoi tramonti.

Discorsi di maggio: le rose, il condominio e vecchi ricordi

 

Maggio è il compimento di questa stagione: è la primavera ormai sicura di se stessa, senza più dubbi o ansie improvvise. E maggio è anche il mese delle rose. Forse una passeggiata in un roseto è il modo migliore per onorare questo mese così bello.

Ma le rose mi riconducono anche al passato. Nel palazzo in cui trascorsi la mia infanzia, c’era un bel giardino grande. A maggio le aiuole erano una meraviglia, piene di rose di ogni colore. A occuparsi del giardino era un signore anziano del condominio: si chiamava Giulio, aveva stretto amicizia con mia madre ed era un uomo mite e simpatico. Non era un giardiniere professionista, così come del resto l’amministratrice del palazzo era una semplice condomina, che percepiva un piccolo compenso per il suo impegno. Si chiamava Fernanda, era molto estroversa e un po’ chiacchierona, nel senso che amava farsi gli affari altrui con una certa disinvoltura; però era buona e spesso veniva a casa mia, di pomeriggio, a prendere un caffè.

A ripensarci ora mi sembra davvero un altro mondo, perché in quel palazzo eravamo un po’ come una grande famiglia. Io ero l’unica bambina lì residente, e perciò ero diventata una specie di mascotte del condominio. Quando scendevo in giardino a giocare, arrivava sempre qualcuno a parlarmi, a scherzare, a raccontarmi storie. Quando poi feci la prima comunione, che era considerata un’esperienza di grande rilievo, la signora del quarto piano spinse suo figlio, da lei pomposamente chiamato il maestro, a prepararmi una bellissima pergamena in ricordo dell’evento. La conservo ancora, perché la calligrafia del maestro era meravigliosa – ma all’epoca era normale, visto che alla bella calligrafia si dava importanza.

Ora, invece, quel mio vecchio e caro condominio è gestito da appositi professionisti, i famosi specialisti del settore, che hanno il loro studio lontano dal palazzo. Ma il giardino non splende più come ai miei tempi: non ci sono rose nelle aiuole, che sembrano secche e senza vita. Qualche pianta, sì, ma niente di bello.

Però sono contenta, perché il maestro c’è ancora. Morta da anni la sua vecchia e tirannica madre, vive da solo al quarto piano, ormai stabilmente impegnato come diacono in parrocchia. Fa piacere vedere che, nonostante gli inevitabili mutamenti, a volte traumatici, qualcosa del nostro passato resta. Con o senza rose.

(L’immagine è tratta da: https://www.giardinaggio.net/giardino/rose/rose-immagini.asp)

Luce di maggio

Chiara, ferma  e  talvolta  indecisa, lievemente  turbata – ma  solo  per  un  attimo, solo  per  un  frammento  di  questo  tempo  infinito. E  poi  la  pace, il  complicato  mosaico  dei  pensieri, i  segreti  dell’anima  che  vacilla,  mentre  il  pomeriggio  scorre, freme, vive  a  dispetto  di  tutto  e  di  tutti.

Scuro di maggio

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Si  avverte  una  sorta  di  misterioso  sollievo  quando, verso  la  fine  di  maggio, capitano  queste  giornate  scure. Si  tratta  di  un  grigio  mai  troppo  cupo, mai  troppo  spento: grigio  di  primavera, oscurità  che  prelude  a  una  luce  viva  e  accecante, pausa  di  riflessione  prima  dell’estasi  azzurra  del  cielo  estivo.

A  volte, in  momenti  come  questo  ci  si  sente  pervasi  da  un’inspiegabile  serenità  mista  a  una  lieve, sfuggente  malinconia; e  ne  conosciamo  le  ragioni – sempre – anche  se  preferiamo  celarle  agli  sguardi  e  alle  parole  meschine, alla  superficialità  e  al  vuoto  che  appartengono  a  tanti. Ci  si  accorge  allora  del  privilegio  che  si  possiede quando  si  è  calmi  e  soddisfatti  nonostante  il  mondo; e  quando  si  riesce  a  chiudere  una  porta  con  disinvoltura  e  senza  rimpianti.

Scorrono le ore

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Misterioso  grigio  perla,  mentre  il  pomeriggio  corre  lento  verso  la  sera. Quasi  taglienti, nella  loro  limpidezza, certi  pensieri, certi  volti, certi  non-detti. Il  mosaico  è  quasi  terminato: ogni  colore, ogni  frase, ogni  suggestione  ha  trovato  il  suo  posto. Eppure  è  maggio, eppure  è  primavera, eppure  bisogna  sorridere. Scorrono  le  ore  e  tutto  muta  e  tutto  resta  uguale.

A fine maggio

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A  fine  maggio, il  pensiero  dell’estate  diventa  inevitabile, quasi  istintivo. Ed  è   per  me   un  pensiero  attraversato  dalla  sfolgorante  bellezza  del  cielo  terso  e  del  sole  ininterrotto  sui  prati, in  collina  e  in  montagna,  in  un  tempo  molto  lontano. Il  tempo  di  un’altra  me  stessa, forse  persino  di  un’altra  persona, perché  l’esistenza  è  incessante  fluire, trasformazione  senza  posa.

L’estate  della  memoria  e  del  sogno  a  occhi  aperti  è  l’estate  della   leggerezza, delle  risate  costanti, del  disimpegno, dell’arrendersi  alla  vita  come  semplice  adesione  al  trascorrere  lento  dei  minuti, senza  pretendere  nient’altro  che  il  presente, senza  sapere  nulla, ignorando  ogni  complicazione. L’estate  che  non  c’è, l’estate  che  non  può  essere.

Ricordo  giorni  in  cui  i  campi  sembravano  senza   fine, e  l’orizzonte  aveva  l’invisibile  consistenza  di  una  speranza  fondata  sull’irrazionale. La  speranza  di  altri  campi, altri  cieli  sereni, altri  fiori. Più  che  una  realtà, l’estate  era  allora  una  fantasia, immaginaria  costruzione  di  una  mente  alla  ricerca  di  cose, persone  e  significati.

Adesso  sento   il  rumore  dei  tuoni: sta  per  arrivare  un  temporale, un  temporale  di  tarda  primavera. Si  avverte  un  senso  d’intimità, il  desiderio  di  chiudersi  in  una  stanza, di  tacere, di  ascoltare  l’arrivo  della  pioggia.  In  attesa  dell’estate  che  verrà.

È il tempo

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Oggi  è  una  vera  giornata  di  maggio, chiara,  luminosa, allegra  ma, nel  contempo, attraversata  da  un  lieve  senso  di  pace.  Pace  senza  profondità, priva  di  solennità, spensierata, infantile  e  un  po’  superficiale: è  la  pace  di  primavera.  S’indovinano   infiniti    campi  oltre  l’orizzonte, campi  percorsi  da  un  vento  leggero, quasi  un  canto  sommesso  eppure  colmo  di  vita, quasi  una  danza  senza  posa  di  fiori  e  fili  d’erba. È  il  tempo  delle  illusioni, del  non  voler  pensare, dell’aderire  al  presente  per  assaporarne  ogni  screziatura.  È  il  tempo  dell’attesa  e  della  tenerezza, è  il  tempo  in  cui  il  nulla  sembra  qualcosa.