Cronaca dei femminicidi: tra superficialità e ipocrisia

Il linguaggio della cronaca che racconta i femminicidi è spesso frutto di superficialità e ipocrisia. Molto frequentemente, infatti, i titoli o i sommari degli articoli che riportano simili mattanze sono accompagnati da frasi come questa: lui non sopportava la separazione e l’ha uccisa.

Tale linguaggio, in apparenza neutro, è portatore di una pericolosa ambiguità che, sotto la superficie di parole innocue, trasmette un messaggio inquietante, effetto di una mentalità ancora profondamente radicata nella nostra cultura: l’idea che, in fondo, lui sia stato lasciato, poverino, e quindi sia in qualche modo vittima di un grande dolore provocato dalla donna. E il dolore, si sa, può rendere folli e causare reazioni incontrollate.

Quest’idea, ambiguamente evocata dal linguaggio giornalistico, può stimolare nei lettori altri pensieri, come la convinzione che l’assassino provasse ancora qualche sentimento d’amore prima di uccidere la sua compagna, altrimenti non avrebbe reagito così alla separazione. In altre parole, una frase come lui non sopportava la separazione stimola interpretazioni distorte della realtà e sottintende, in maniera molto velata, una sorta di giustificazione per l’omicida.

I giornalisti e le giornaliste che si esprimono così agiscono spesso per superficialità: scrivono in fretta, vogliono creare titoli a effetto e usano luoghi comuni accettati come verità assolute, senza interrogarsi sul significato e sulle conseguenze delle loro parole. A volte la superficialità è accompagnata da totale assenza di consapevolezza e da ipocrisia: chi descrive certi fatti è prigioniero di una mentalità che non sa o non vuole scardinare.

Ignoranza, superficialità e ipocrisia sono però gravide di conseguenze negative, perché contribuiscono a consolidare quel retaggio culturale che faticosamente cerchiamo di combattere. Un uomo che uccide la propria compagna o la ex non agisce mai, in nessun caso, perché addolorato a causa della separazione, cioè per ragioni affettive, sentimentali.

I criminali di questo tipo sono mossi da altri interessi, meschini e materiali, poiché nella grande maggioranza dei casi agiscono per motivi economici: la separazione comporta una divisione o una perdita di beni mobili e immobili che questi assassini non tollerano. La causa dell’omicidio è il denaro, non la separazione, in un rapporto in cui l’uomo è anche un predatore e uno sfruttatore sotto il profilo economico. Per favore, evitiamo le ipocrisie e la confusione tra cause ed effetti.

Naturalmente questi delitti sono anche frutto di una mentalità primitiva e bestiale, dell’idea che una donna non debba permettersi di prendere iniziative per liberarsi da situazioni intollerabili. Per certuni essere lasciati è un’onta insopportabile, perché significa perdere la possibilità di sfogare tutte le proprie frustrazioni su una vittima sacrificale sempre a portata di mano. Non c’entra nulla l’amore: non esiste la minima traccia d’amore in questi rapporti malati, nei quali la partner è considerata soltanto un oggetto da usare, sfruttare, brutalizzare. L’amore non è abuso: l’amore è cura e desiderio che l’altra persona stia bene e sia serena.

Sarebbe allora opportuno che i giornalisti e le giornaliste evitassero di scrivere frasi come lui non sopportava la separazione e l’ha uccisa, perché insistendo con queste espressioni non descrivono la realtà dei fatti, ma la deformano in maniera pericolosa, rafforzando le convinzioni più becere e criminali che rendono la nostra società un posto spesso invivibile.

E poi l’autunno

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Questa  mattina, l’arrivo  dell’autunno  astronomico  ha  rispettato  il  copione  in  maniera perfetta: l’atmosfera  era  grigia,  ma  priva  di  opprimente  e  uniforme  oscurità. Era  la  vaga, incerta, languida  malinconia  che  soltanto  la  prima  fase  dell’autunno  sa  regalare, e  che  costituisce  una  seducente  promessa  per  le  settimane  che  verranno.

Nel  primo  pomeriggio, è  arrivato  il  sole. Ma  è  quello – bellissimo  e  indecifrabile – tipico  della  nuova  stagione, dolce, delicato, sottilmente  austero  ma  senza  alcuna  severità. Inizia  il  periodo  più  affascinante  dell’anno, quello  che  sa  donare  infiniti  suggerimenti  a  chi  voglia  ascoltarli, quello  che  dialoga  ininterrottamente  con  chiunque  desideri  comprendere, sentire, ricordare.

Non  che  sia  facile  ascoltare  l’autunno: talvolta  le  sue  parole  sono  amare, talvolta  indica, con  i  suoi  chiaroscuri, angoli  polverosi  e  nascosti  densi  di  memorie  dolorose. L’autunno  racconta  quello  che  è  stato  e  quello  che  è  con  estrema  chiarezza; ma  lo  fa  con  un  linguaggio  che  non  vuole  ferire  e  che  cerca  tutte  le  possibili  sfumature  per  ammorbidire  i  toni  troppo  cupi.

E  poi  l’autunno  è  anche  gioia  profonda, priva  dell’inconsistenza  dell’estate – una  gioia colma  di  colori  e  di  tante  consapevolezze:  è  la  gioia  dell’intimità  nella  propria  casa, che  assume  nuove  sfumature  quando  la  luce  incerta  del  primo  pomeriggio  attraversa  le  finestre  per  farci  compagnia  senza  alcuna  invadenza; ed  è  la  gioia  delle  sere  che  si  allungano  progressivamente  per  donarci  riposo, divertimento, riflessioni  liete  e  prive  di  amarezza.

L’autunno  è  un  sentiero  che  non  delude  mai  chi  sappia  percorrerlo. Adagio  e  senza  alcun  timore.

Racconti d’autunno

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Spenta, malinconica, immobile: è  stata  così  questa  giornata  d’ottobre, incolore  e  insoddisfatta, asfittica  e  lenta. Come  un  autunno  molto  incerto, di  umore  indecifrabile, vago  e  intermittente.  Ci  si  chiede  allora  quali  saranno  le  sue  sorprese, quali  i  suoi  racconti.

Di  sera, quando  si  tolgono  gli  abiti  di  scena, quando  le  porte  chiuse  consentono  di  spegnere  il  sorriso, quando  si  è  abbastanza  appartati  da  potersi  abbandonare  a  ogni  sorta  di  pensiero, soltanto  in  quel  momento   si  ascoltano  i  racconti  di  ottobre. Saggezza, consigli, parole, frammenti  di  memorie: ottobre  cerca  il  dialogo  sommessamente, tenta  di  spiegare, regala  suggestioni, ammorbidisce  i  toni. E  l’oscurità  della  notte, le  assenze, le  inevitabili  nostalgie  diventano  segni, parole  di  un  linguaggio  che  dà  forma  a  una  storia, che  narra, che  indica  nuovi  sentieri  e  addolcisce  l’esistenza.

I  racconti  di  ottobre  sono  racconti  d’autunno, sono   strade  colme  di  foglie  che  non  smettono  di  cadere, di  stupire, di  farsi  ammirare, di  chiedere  attenzione. C’è  un  mondo  intero, sotto  quelle  foglie, che  attende  di  essere  trovato.

Vivere

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Mi  piace  assistere  all’accorciarsi  delle  giornate: è  un  rientrare  lento  dentro  se  stessi, un  ritorno  all’interiorità  e  all’intimità. Adagio, senza  fretta, com’è  giusto  che  sia  perché  abbiamo  bisogno  di  abituarci  a  nuovi  ritmi  e  a  nuove  sfumature. Dobbiamo  anche  ricominciare  con  la  frenesia  della  routine  quotidiana, che  ci  regala  gioie  e  dolori, soddisfazioni  e  stanchezza, risate  ma  anche  tanto  stress.

Un  modo  per  cercare  di  non  farsi  divorare  dallo  stress  consiste, a  mio  parere, nell’inventarsi  alcune  pause. Ciò  non  implica  evitare  di  fare  il  proprio  dovere  e  di  essere  attivi: le  pause  sono  sempre  momenti  essenziali  per  poter  poi   impegnarsi  al  meglio. Quando  parlo  di  pause  non  intendo  soltanto  il  riposo  fisico, ovviamente  indispensabile  per  non  ammalarsi, ma  mi  riferisco  anche  a  pause  mentali  o  psicologiche: ci  sono  momenti  in  cui  occorre  staccare  la  spina, volgere  i  pensieri  altrove, a   ciò  che  ci  piace, ci  appaga, ci  riempie  lo  spirito, ci  mette  in  contatto  con  la  parte  più  vera  del  nostro  essere.

Capita  però  a  volte  che, schiacciati  dalle  pressioni  sociali  e  culturali, ci  si  senta  quasi  in  colpa  se  si  desidera qualche  breve  intermezzo  di  pace  dedicato  soltanto  a  se  stessi. Siamo  continuamente  bombardati  dal  mito  del  fare, fare, fare  a  tutti  i  costi  e  dall’idea  che, nella  vita, si debbano  raggiungere   i  cosiddetti  traguardi.

Le  parole  sono  importanti, non  si  usano  mai  a  caso. Il  fatto  che, in  un  determinato  momento  storico  e  in  un  determinato  ambiente  sociale, economico  e  culturale  si  usino  di  frequente  certe  espressioni  linguistiche  è  indicativo  dei  valori  di  quel  momento  e  di  quell’ambiente. Quando, ad  esempio,  io  sento  il  termine  traguardi   riferito  alle  tappe  dell’esistenza  di  un  essere  umano  avverto  sempre  un  piccolo  brivido. Si  tratta  infatti  di  una  parola  che  richiama  subito  alla  mente  l’idea  di  una  competizione, di  una  gara  e  di  un  possibile  trofeo  o  di  una  sconfitta. Ma  l’esistenza  di  ogni  singolo  essere  umano  non  è  una  gara: è  un  fatto  infinitamente  più  complesso  e  ricco  di  innumerevoli  variabili. E  la  vita  stessa  non  è  una  partita  in  cui  ci  sia  chi  vince  e  chi  perde: è  appunto  vita, un  divenire  colmo  di  esperienze  belle  e  brutte, un  groviglio  di  eventi, passioni, emozioni, cambiamenti, traumi, esaltazioni.

L’idea  dei  traguardi  è  strettamente  connessa  al  mito  dell’efficienza-a-tutti-i-costi. Non  ci  si  può  poi  stupire  delle  tante  nevrosi  che  colpiscono  le  società  come  la  nostra.  Allora  occorre  impiegare  un  po’  di  senso  critico  e  rendersi  conto  che  non  stiamo  giocando  una  partita  in  attesa  di  vincere  un  trofeo, ma  stiamo  vivendo, cioè  affrontando  un  percorso  più  o  meno  facile  o  difficile  a  seconda  dei  casi  e  certamente  ricco  di  incognite. In  questo  percorso, non  dobbiamo  diventare  schiavi  di  un’ideologia, ma  cercare  appunto  di  vivere  con  i  nostri  alti  e  bassi, con  i  nostri  pregi  e  i  nostri  difetti, con  le  nostre  grandezze  e  le  nostre  inevitabili  miserie. E  in  questo  mosaico  che  è  l’esistenza, un  mosaico  che  non  si  lascia  mai  comporre  definitivamente  e  al  quale  sempre  mancherà  qualche  tessera – un  mosaico  eternamente  imperfetto –  abbiamo  a  volte  bisogno  di  qualche  pausa  mentale, di  un  attimo  di  sbandamento, di  essere  adulti  e  infantili  insieme, di  infrangere  qualche  schema  di  troppo.