Di aprile e ottobre

primavera14

Travolta  da  impegni  e  conseguente  stanchezza  fisica, per  alcuni  giorni  ho  trascurato  il  blog. Pur  essendo  consapevole  che  l’umanità  continua  a  esistere  felicemente  anche  senza  il  superfluo  apporto  della  mia  scrittura, ricomincio  volentieri  a  postare  con  regolarità, essendo  ormai  irrimediabilmente  affezionata  a  questo  spazio.

La  cosa  più  bella  di  queste  giornate  d’aprile  è  la  luce  che  entra  dalle  finestre  posandosi  su  ogni  cosa, ma  senza  disturbare. Allegra  con  dolcezza, gioiosa  senza  esibizionismo. E  allora  si  vive  così, trasognati, un  po’  distaccati, sentendosi  leggeri  e  talvolta  bambini. Ci  sono  momenti  in  cui  è  indispensabile  aderire  soltanto  al  presente, evitando  di  elaborare  lunghi, estenuanti  progetti  per  il  proprio  futuro, evitando  di  costruire  aspettative  che  la  realtà  del  domani  potrebbe  travolgere  con  freddo  cinismo. Aderire  soltanto  al  presente  per  apprezzarlo, per sentire  su  di  sé  la  profonda, arcana, indescrivibile  bellezza  dei  minuti  che  fluiscono  mentre  il  lungo  pomeriggio  primaverile  dispiega  i  suoi  colori  chiari, li  pone  di  fronte  ai  nostri  occhi  con  la  generosità  di  chi  sa  consolare  senza  pretendere  nulla  in  cambio. E  senza  offendere.

C’è  qualcosa  che  accomuna  aprile  e  ottobre, nonostante  le  innegabili  differenze:  la  cortesia  dei  modi, il  rifiuto  dell’arroganza, la  varietà  di  toni  e  atmosfere. Entrambi  sono  amici  che  ci  accompagnano  con  discrezione  e  sollecitudine, senza  imporsi, senza  pretendere  da  noi  l’impossibile, rispettando  i  nostri  limiti, i  nostri  tempi, le  nostre  inevitabili  cadute. Ed  è  quello  che  soltanto  i  veri  amici  sanno  fare. Aprile  ha  però  l’impeto  e  la  leggerezza  della  giovane  età: s’impegna  a  farci  ridere, narra  strane  favole, induce  ai  ricordi  più  spensierati  e  bizzarri; ottobre, invece, non  è  altro  che  aprile  diventato  molto  più  saggio  e  maturo: i  suoi  discorsi  sono  talmente  profondi  da  diventare, talvolta,  incomprensibili, e  i  suoi  tanti  colori  sono  vita  e  morte  nello  stesso  tempo. Eppure, a  ben  guardare,  conservano  tutta   la  delicatezza  e  la  benevolenza  che  pervade  quelli  di  aprile.

Limiti


Ieri un mio conoscente, chiacchierando con me di vari argomenti, ha detto di provare un enorme senso di colpa perché, in questo periodo, avverte dentro di sé il desiderio di abbandonare tutto e di fuggire, per starsene da solo e in ozio.
A mio parere, non bisognerebbe sentirsi in colpa quando certi impulsi ci colpiscono con tanta forza: è evidente, infatti, che alla base della volontà irrefrenabile di staccare violentemente dalla propria quotidianità vi siano motivi seri. Forse a volte tali motivi non sono tutti consci, ma esistono. Però, anche se non bisognerebbe, è normale avvertire il peso della colpa perché ciascuno di noi, nella vita quotidiana, è sottoposto a una fitta trama di doveri e di relazioni ineludibili.

So di aver scritto un’ovvietà. Però credo che talvolta, schiacciati come siamo dai troppi impegni dovuti a uno stile di vita eccessivamente frenetico, dimentichiamo persino le ovvietà, ossia il fatto che né il nostro corpo né la nostra mente possono sopportare troppo a lungo grandissimi stress. In una società dominata, in buona parte, da un forte individualismo e da un’accesa e talvolta feroce competizione, nonché dalla necessità di non fermarsi mai, spesso ci si sente in obbligo di eccellere, di mostrarsi sempre al meglio delle proprie possibilità, di apparire infaticabili. Così può poi capitare che qualcosa in noi si rompa.

Per evitare di arrivare a un punto di non ritorno, dovremmo sforzarci di accettare anche i nostri umanissimi limiti: non possiamo sempre fare tutto e bene, non possiamo fare in ventiquattro ore ciò che bisognerebbe fare in quarantotto. Sono altre grandi banalità, però a volte le nevrosi nascono dal dimenticarle.

Confini


In fondo, l’estate è una questione di colori. È un giardino immobile sotto il sole e un cielo chiaro senza nubi.

Il bello dei giardini è che hanno limiti e confini. Gli spazi chiusi, si sa, sono rassicuranti. È la vertigine dell’infinito, in qualsiasi forma si presenti, a spaventarci, a suscitare in noi reazioni scomposte, a evocare strani fantasmi. E a farci fuggire.