Traduzioni ‘creative’

latino

Ieri  è  stata  una  giornata  grigia  che  più  grigia  non  si  può, color  antracite, scurissima  e  disperata. L’ingresso  dell’inverno, insomma, con  tutte  le  sue  caratteristiche  più  dure. Così, per  cercare  di  adattarsi  alla  stagione, conviene  divertirsi  un  po’  e  sorridere.

Liceo  classico, primo  anno, compito  in  classe  di  latino. Il  mio  amico  Andrea, al  termine  del  compito, volle  controllare  con  me  la  sua  traduzione. C’era, in  quella  versione, una  frase  facilissima che  chiunque  avrebbe  saputo  tradurre  senza  dizionario; tuttavia, nonostante  ciò, il  mio  amico  si  scatenò  in  una  traduzione  creativa  che  non  ho  più  dimenticato. La  frase  era  questa: Pompeius  hastam  iecit. Traduzione  corretta: Pompeo  scagliò  la  lancia.

Come  ho  detto, la  frase  era  di  una  semplicità  estrema – soggetto, verbo  e  complemento  oggetto. Ma  il  mio  amico, tutto  giulivo  nonché  disinvolto,  se  ne  uscì  con  questa  traduzione: a  Pompeo  l’asta  gli  si  avvinghiava  intorno. Impossibile  descrivere  la  mia  reazione  dopo  aver  sentito  questo  capolavoro: so  solo  che  quasi  mi  piegai  in  due  dalle  risate, mentre  Andrea, per  nulla  sconvolto  dall’errore  commesso, rise  a  crepapelle  insieme  a  me. Beata  gioventù!

E  voi  avete  ricordi  di  scuola  particolarmente  buffi?

Il poeta

back

Per  far  comprendere  la  storiella  che  intendo  raccontare, devo  fare  una  premessa. Al  liceo  la  mia  compagna  di  banco, una  certa  R., era  una  pettegola  incallita, una  che  sapeva  o  sosteneva  di  sapere  tutto  di  tutti. Per  reperire  informazioni  sulle  esistenze  altrui, aveva  una  strategia  le  cui  caratteristiche  non  ho  mai  voluto  approfondire  nel  dettaglio. Ricordo  che, durante  l’intervallo  delle  ore  dieci,  usciva  dalla  classe  e  se  ne  andava  in  giro  per  la  scuola; poi, terminata  la  pausa, tornava  e   mi  raccontava  qualcosa  su  personaggi  dei  quali  io  nemmeno  sospettavo  l’esistenza: il  Tizio  della  IIA, il  figlio  del  signor  Tal  dei  Tali  che  stava  in  IIIB, il  nipote  dell’avvocato  Caio  che  stava  in  IC  e  così  via. Io  l’ascoltavo, annuivo  e  poi  dimenticavo quasi  tutto. Eravamo  molto  diverse, io  e  R., opposte  come  il  giorno  e  la  notte, e  probabilmente  era  proprio  questa  marcata  differenza  a  tenerci  unite. L’unica  cosa  che  avevamo  in  comune  era  la  folta  capigliatura  bruna: eravamo  senza  dubbio  le  più  capellone  della  classe.

Un  giorno, durante  la  ricreazione, mentre  io  ero  felicissima  perché  stavo  mangiando  con  calma  un  croissant  e  nell’aula  non  c’era  confusione, R. piombò  su  di  me  con  energia  inaudita  e  farfugliò  in  fretta  qualcosa  a  proposito  di  un  ragazzo  di  un’altra  sezione. Non  compresi  nulla, in  quanto  distratta  dal  croissant,  e  le  feci  ripetere  il  discorso: mi  disse, tutta  ansiosa, che  nella  IIB  c’era  un  ragazzo  che  aveva  l’abitudine  di  scrivere  poesie. Io  la  guardai  con  stupore  domandando  il  motivo  di  questa  esternazione. Dato  che  non  sapevo  chi  fosse  costui, cosa  poteva  importarmi  se  scriveva  poesie? Ma  no – mi  disse  R.  con  una  punta  di  stizza – è  che  a  G. piace  tanto!“.

Chi  era  G. ? Era  l’altra  nostra  compagna  di  banco, una  biondina  con  gli  occhioni  enormi, una  che  aveva  l’abitudine, quando  capitava  qualcosa  di  anomalo, di  guardarci  in  faccia  a lungo  e  dire  con  preoccupazione: “O  Dio  mio!“. Ad  esempio, se  un  compito  in  classe  di  greco  l’aveva  turbata, mi  guardava  negli  occhi  profondamente, quasi  a  volermi  entrare  nell’anima, e  mi  diceva: “O  Dio  mio!“. Oppure, se  un  professore  affermava  qualche  sciocchezza (e  non  era  cosa  infrequente)  mi  ricacciava  gli  occhi  addosso, intensamente, e  mi  diceva: “O  Dio  mio!“.

Dopo  l’importante  rivelazione  di   R.  a  proposito  del  poeta  di  IIB, arrivò  in  classe  la  nostra  amica  bionda (lupus  in  fabula!), camminando  svelta  svelta  com’era  solita  fare, scuotendo  i  capelli  e  dicendo: “O  Dio  mio!“.  Appena  sentii  il  Dio  mio  mollai  in  un  angolo  il  croissant  e  le  chiesi: “Cosa  ti  è  successo?“. Lei  mi  fissò  con  ardore  e  disse: “Mi  piace  tanto  un  ragazzo  che  sta  in  IIB  e   scrive  poesie“. E  continuò  a  fissarmi  con  gli  occhi  spalancati. Io  non  le  dissi  che  la  cara  R., come  al  solito, mi aveva  anticipato  la  notizia e, mentre  stavo  cercando  il  commento  più  adatto  alla  circostanza, G.   ci  pregò  di  non  parlare  a  nessuno  di  questa  sua  infatuazione.

Ora, come  tutte  le  persone  adulte  e  vaccinate  sanno,  il  miglior  modo  per  far  conoscere  un  segreto  consiste  nel  pregare  altri  di  non  rivelarlo. Io  sono  sempre  stata  molto  discreta: se  mi  si  chiedeva  di  tacere  su  qualcosa, stavo  zitta  senza  difficoltà. Ma  R. non  era  così, tutt’altro. Lei  ci  sguazzava  in  queste  cose  e  io, fin  da  subito, compresi  che  il  ragazzo  della  IIB, di  lì  a  non  molto, avrebbe  saputo  tutto.

Per  qualche  giorno,  il  copione  delle  nostre  mattinate  scolastiche  si  ripeté  identico: durante  la  ricreazione  G. usciva  in  fretta  dalla  classe  per  sbirciare  con  ansia, nel  corridoio, il  poeta  di  IIB; R., invece, filava  via  dall’aula  senza  aprire  bocca  e  non  si  sa  dove  andasse. Dopo  meno  di  una  settimana, sempre  durante  l’intervallo, R. entrò  in  classe  tutta  spumeggiante, si  diresse  verso  di  me  e   mi  disse: “Oh! Pensa  che  il  ragazzo  della  IIB  è  venuto  a  sapere  che  G. ha  una  cotta  per  lui!“. Be’, guarda, avevo  sospettato   dall’inizio  che  tu  avresti  fatto  in  modo  di  farglielo  sapere.  Queste  furono  le  parole  che  pensai  ma  evitai  di  dirgliele. R. gongolava  e  strepitava, curiosa  di  vedere  cosa  sarebbe  accaduto. Io, invece  di  gongolare, con  sano  realismo  mi  chiesi  come  avrebbe  reagito  questo  soggetto  che  non  conoscevo.

Ebbene, alcuni  giorni  dopo  R.  chiamò  la  biondina  e  le  disse  di  andare  in  corridoio, durante  l’intervallo, perché  il  ragazzo  della  IIB  aveva  scritto  una  poesia  per  lei  e  voleva  leggergliela. A  quel  punto  persino  io, sempre  così  discreta, fui  colpita  dal  gesto  di  costui  e  m’incuriosii  parecchio; così, nel  momento  fatidico, acconsentii  a  farmi  trascinare  in  corridoio  da  R.  per  assistere  al  lieto  evento. Finalmente  vidi  il  poeta  intento  a  leggere  il  suo  componimento  alla  nostra  amica: era  un  gran  bel  ragazzo  moro,  alto  e  atletico, e, cosa  fondamentale – direi  anzi  di  primaria  importanza – aveva  addirittura  lo  sguardo  da  persona  intelligente. Ma  ciò  che  non  dimenticherò  mai  fu  il  volto  di  G.  che, intimidita  ed  estasiata  nello  stesso  tempo,  lo  ascoltava  con  gli  occhioni  enormi  ancora  più  spalancati  del  solito.

Dopo  il  fatto,  G. trascorse  la  restante  parte  della  mattinata  nel  mondo  dei  sogni  e  non  ci  fu  verso  di  farla  applicare  al  latino  e  alla  matematica. En  passant, aggiungo  che  fra  i  due  non  nacque  nulla, la  qual  cosa  un  pochino  mi  stupì. Tuttavia, G. si  rassegnò  abbastanza  in  fretta  perché  si  fidanzò  dopo  un  po’  di  tempo  con  un  individuo  del  suo  paese.

Memorie filosofiche

index

Ultimo  anno  al  liceo  classico: l’anno  fatidico, quello  della  maturità. Ricordo  che  cominciò  in maniera  diversa  rispetto  agli  anni  precedenti  perché  i  professori, tutti   concentrati  a  voler  terminare  i  loro  programmi  in  tempo  a  causa  dell’esame, erano  particolarmente  nervosi  e  spesso  in  ridicola  lotta  fra  loro. Ad  esempio, il  docente  di  latino  e  greco, pur  di  portare  avanti  il  programma  senza  interruzioni, aveva  preso  la  discutibile  abitudine  d’interrogarci  sempre  fuori  orario  chiamandoci  durante  le  lezioni  del  professore  di  filosofia, il  quale  si  arrabbiava  per  la  transumanza  di  allievi  che  dovevano  uscire  a  quello  scopo. C’è  da  dire  che  fra  i  due  docenti  esisteva  un  conflitto  di  natura  ideologica: il  professore  di  latino  e  greco  era  un  cattolico  integralista  mentre  il  professore  di  filosofia  era  ateo  dichiarato, cosa  che, nel  nostro  bigotto  liceo  di  provincia, suscitava  parecchio  scandalo; non  era  quindi  raro  vedere  i  due  professori, in sala  insegnanti, lanciarsi  antipatiche  frecciatine. Detto  questo, si  comprende  come  il  professore  cattolicissimo  fosse  felice  di  creare  scompiglio  quando  in  classe  c’era  il  filosofo  ateo.

La  professoressa  di  chimica  e  biologia, poi,  si  divertiva  a  farci  fare  sempre  i  compiti  in  classe  negli  stessi  giorni  in  cui  avevamo  la  versione  di  latino, e  quella  di  matematica  e  fisica  faceva  altrettanto. Non  dimenticherò  mai  quel  martedì  in  cui  fummo  costretti  ad  affrontare  tre  compiti  tutti  insieme:  oltre  alla  versione  di  latino, un  compito  di  chimica  organica  con  trenta  domande  a  cui  rispondere  in  un’ora  di  tempo, e,  dulcis  in  fundo, un  grazioso  compito  di  fisica  all’ultima  ora. A  nulla  valsero  le  nostre  proteste  per  far  spostare  di  qualche  giorno  almeno  la  prova  di  chimica: ci  fu  risposto  che, per  studiare, avevamo  anche  la  notte. Credo  che  questi  dettagli  possano  far  comprendere  perché  quell’anno  l’atmosfera,  in  aula,  fosse  sempre  tesa.

Chi  era  interrogato  fuori  orario  doveva  per  forza  portare  con  sé  un  testimone,  e  io, chissà  perché, ero  molto  richiesta  dai  miei  compagni  come  prezioso  testimone  d’interrogazioni. Pertanto, durante  quel  disgraziato  anno  ebbi  la  ventura  di  fare  molto  moto, uscendo  spesso  dalla  classe  per  sorbirmi  immani  filippiche  di  letteratura  latina  e  greca.  A  volte, però,  mi  seccava  dover  saltare  certe  lezioni  per  vestire  i  panni  della  testimone, e  così  il  mio  nervosismo  aumentava  di  giorno  in  giorno.

Una  mattina  d’inverno, durante  l’ora  di  filosofia, la  mia  tensione  salì  alle  stelle. In  realtà  era  una  tensione  generale  di  tutta  la  classe, chiaramente  avvertibile  quasi  come  se  una  densa  cappa  di  nebbia  si  fosse  formata  nell’aula.  Il  nostro  professore  di  filosofia  era  un  soggetto  difficilmente  inquadrabile. Era  un  uomo calmo, fondamentalmente  buono, però  a  volte  esibiva  un  sarcasmo  molto  fastidioso  e  faceva  affermazioni  strampalate. Non  si  sapeva  mai  cosa  realmente  pensasse. Io  con  lui  avevo  un  rapporto  anomalo: il  mio  profitto  era  ottimo,  però  il  professore  spesso  mi  fissava  in  maniera  strana, a  lungo, intensamente – non  lo  faceva  mai  con  altri-  e  una  volta  mi  disse  una  cosa  che  non  gli  perdonai  più. Queste  le  sue  esatte  parole: “Lei  è  molto  brava, ma  io  non  la  capisco“.

Come  ho  scritto  sopra, non  lo  perdonai. Quelle  parole  mi  diedero  un  fastidio  immenso  perché  le  percepii  come  una  violazione  della  mia  persona  e  della  mia  interiorità. E  fu  così  che,  quel  giorno  d’inverno  in  cui  tutti  eravamo  tesi  come  corde  di  violino, io, sia  pure  involontariamente, trovai  il  modo  di  vendicarmi. Durante  la  lezione,  dato  che  non  desideravo  ascoltarlo, mi  misi  a  trafficare  con  un  foglio  scambiandolo  con  alcune  amiche  che  sedevano  in  prima  fila. Si  trattava  del  classico  caso  di  scambio  di  posta  in  classe: siccome  ero  in  terza  fila, le  fanciulle  della  seconda  facevano  da  tramite  fra  me  e  le  mie  amiche  della  prima. Nonostante  cercassi  di  operare  con  la  massima  prudenza  e  discrezione, nonché  con  volto  imperturbabile  stile  monaco  zen, il  professore, che  come  al  solito  aveva  gli  occhi  belli  puntati  su  di  me  come  se  fossi  l’unica  allieva  in  classe, si  accorse  che  avevo  questo  foglio  ripiegato  in  mano  e  subito  mi  chiese: “Ma  cosa  sta  facendo?”. A  quel  punto  mi  salì  il  sangue  al  cervello  e, nell’arco  di  un  secondo  scarso, pensai : ma  come? Sono  sempre  attenta, sempre  impegnata, silenziosa, non  infastidisco  nessuno, mi  faccio  gli  affari  miei, vado  bene  nella  tua  materia, e  per  una  misera  volta  in  cui  mi  distraggo  un  attimo, solo  un  attimo  maledetto, tu  mi  punti  immediatamente?  Non  è  giusto, considerando  che  qui  è  pieno  di  gente  che  non  apre  mai  un  libro  e  viene  lasciata  libera  di  farlo.  

Come  ho  detto, si  trattò  di  pensieri  elaborati  in  un  secondo  scarso. Infatti, senza  la  minima  timidezza, ma  anzi  con  piglio  sicuro  e  sfacciato, gli  risposi  serafica: “Stiamo  facendo  la  classifica  dei  filosofi  più  belli”. Dopo  un  attimo  di  costernato  silenzio, in  classe  scoppiò  un  vero  e  proprio  boato:  tutti  si  misero  a  ridere  a  crepapelle, increduli  e  divertiti; ricordo  ancora  che  un  mio  caro  amico  era  letteralmente  piegato  in  due  sotto  al  banco  a  causa  dello  shock,  e  non  riusciva  a  riprendersi. La  verità  è  che  nessuno  si  aspettava  da  parte  mia  un’uscita  del  genere  fatta  con  tanta  sprezzante  sicurezza. Il  professore, poveretto,  rimase  basito, immobile  come  una  statua. Forse  all’inizio  non  volle  nemmeno  credere  alle  parole  che  aveva  sentito. Notando  la  sua  incapacità  di  reazione, io  decisi  d’infierire  e  continuai: “A  dire  il  vero  sono  quasi  tutti  brutti, però  abbiamo  scelto  Schiller  perché  ci  è  sembrato  un  po’  più  prestante  nell’insieme”.

Non  ricordo  in  che  modo  il  professore  riuscì  a  ripristinare  la  calma  nell’aula. Ricordo  però con  precisione  che  non  osò  dirmi  mezza  parola. Niente  rimproveri  e  niente  ripicche, perché  alla  fine  del  quadrimestre  in  pagella  mi  ritrovai  il  solito  nove.

Detto  ciò  e  vista  la  lunghezza  del  post, aggiungo  solo  che, in  alto,  potete  ovviamente  ammirare  Schiller. 😀

Una lettura poco convincente

dacamino.jpg
In seconda liceo ebbi un professore d’italiano molto bravo e anche simpatico, ma con un carattere assai particolare. Sanguigno, preparatissimo, estremamente esigente, non perdonava alcun errore.
Un mio amico, non troppo predisposto per la materia, ebbe la sventura di contrariarlo durante una spiacevole interrogazione sulla Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, quando dovette leggere una parte dell’opera e parafrasarla.

Il punto che scatenò un vero terremoto fu questo: “…in guisa tal fera tenzone”.
Ora, in guisa tal è un’unica espressione, ma il mio amico ebbe l’incauta idea di leggere tal riferendolo da solo a tenzone, cioè separandolo da in guisa. In altri termini lesse così: “…in guisa, tal fera tenzone”, proprio come se tra in guisa e tal vi fosse una virgola.
Non l’avesse mai fatto! Sarebbe stato meglio per lui pestare la coda a un pitbull affamato. Si udì infatti un tremendo ruggito del professore, che fra l’altro aveva una voce terribilmente cavernosa, e restammo tutti sconvolti. Paonazzo in volto, vicino a una crisi di nervi, il professore tuonò: “MA SI LEGGE IN QUESTO MODO?”.

La mia compagna di banco, terrorizzata e bianca come un cadavere, mi sussurrò: “Si vede che dobbiamo leggere ispirati“. 😕 Probabilmente anche il mio povero amico ebbe la sfortuna di pensare la stessa cosa e quindi ritenne di dover leggere come un attore, con convinzione e passione.
Ricominciò quindi a scandire il passo con voce profonda e più sicura, simulando un interesse che certamente non provava, e, quando giunse al mitico in guisa tal, ebbe addirittura il coraggio di separare in guisa da tal con maggior decisione. Infatti scandì bene in guisa, attese addirittura alcuni secondi, e poi, dopo la disgraziata pausa, declamò il tal con disinvoltura.

A questo punto il ruggito del professore si trasformò in un boato di proporzioni vulcaniche. Ancora più paonazzo e arrabbiato, urlò come una furia: “MA COSA VUOLE DIRE IN GUISA?! COSA SIGNIFICA? IN GUISA NON SIGNIFICA NIENTE! BISOGNA DIRE IN GUISA TAL!”.
Io pensai che il professore sarebbe morto d’infarto o, nella migliore delle ipotesi, di ictus, e che il mio amico sarebbe rimasto così traumatizzato da abbandonare la scuola.

Certo è che, da quella volta, nessuno di noi sbaglierà mai, nel corso della vita e in caso di necessità, a leggere in guisa tal. 😀

Difficoltà linguistiche

j0234103.gif
Anni fa, il liceo che frequentavo fece un gemellaggio con una scuola tedesca. Per celebrare il fausto evento, alcuni ragazzi tedeschi furono invitati a visitare il nostro liceo e a trascorrere qualche giorno in Italia.
Per l’occasione, fummo obbligati a imparare una canzone tedesca che avremmo dovuto cantare ai nostri graditi ospiti in segno di omaggio.
Nessuno di noi conosceva il tedesco, anche perché l’unica lingua straniera insegnata nel nostro glorioso (?) liceo era l’inglese. Tuttavia, da bravi italiani abili nell’arte di arrangiarsi e anche di millantare, alcuni insegnanti ci diedero il testo della canzone e poi ci fecero scrivere la loro pronuncia.

Nonostante i miei sedici anni, ero già piuttosto incline allo scetticismo e, oltre a ciò, leggermente maliziosa: non mi fidavo molto, infatti, della pronuncia tedesca che ci era stata affibbiata. Tuttavia, ligia al dovere anche se pessimista, m’impegnai a fare le prove con il foglio della canzone in mano. Direttrice del coro era una ragazza alla quale era stato affidato questo compito per motivi incomprensibili, visto che non s’intendeva di musica, di cori, di canzoni e non aveva mai diretto nulla in vita sua. Ancora un esempio dell’arte di arrangiarsi, insomma.

Quando venne il giorno fatidico, i teutonici furono accolti nella palestra del nostro liceo, una palestra visitata ogni tanto anche da qualche scarafaggio, e che molti anni prima era stata un piccolo teatro: non a caso, nell’ora di educazione fisica, ci cambiavamo sul palco scalcinato e poi scendevamo “in platea” a fare ginnastica. 😀
I ragazzi tedeschi, vedendo quella palestra così pittoresca, caratterizzata da un palco con tendoni rossi sdruciti e consunti, restarono molto stupiti, come fu evidente osservando i loro occhi sgranati. I tapini non sapevano però ancora che, su quel palco brutto e vecchio, noi avremmo cantato in loro onore una vera canzone tedesca.

Alcuni professori irragionevolmente entusiasti fecero accomodare i ragazzi proprio sotto il palco, e noi del coro facemmo la nostra comparsa tutti impettiti come galli cedroni.
Iniziammo così a cantare, soprattutto a sgolarci, muovendo la testa a ritmo di musica, tipo bambini allo Zecchino d’Oro, e straziando le povere orecchie degli incolpevoli teutonici, che certamente mai avrebbero immaginato tanto discutibile zelo da parte nostra. 😀 Mentre cantavamo, osservai con occhio vigile i loro volti sconcertati e mi accorsi che stavano educatamente reprimendo qualche risata. Non gliene volli, anzi, li compresi.

Qualche giorno dopo, i tedeschi rivelarono quella verità che io avevo sospettato fin dall’inizio: non avevano capito assolutamente nulla delle parole della canzone, perché tutte le pronunce erano sbagliate.
Credo che persino il simpaticissimo e vulcanico Trapattoni, noto per il suo tedesco fai-da-te, abbia una pronuncia assai migliore di quella che i nostri professori c’insegnarono allora. 😛