Immobile e contento


Il cognato di mio nonno, ormai deceduto da molti anni, era un tipo singolare. Il suo divertimento maggiore, nei momenti di riposo dal lavoro, consisteva nello starsene seduto per ore, muto e tranquillo, senza fare altro che pensare e guardare le montagne tutt’intorno. L’idea di fare una gita o di muoversi, anche senza andare troppo lontano, non lo sfiorava neppure.

Una volta un suo conoscente, colpito da tanta fissa immobilità, gli chiese perché di domenica se ne stesse invariabilmente lì, davanti alla porta di casa, senza sentire il bisogno d’allontanarsi un po’. Lui, tranquillo come sempre, rispose più o meno così: “Vedi, tutte queste persone che prendono la macchina, girano e si affannano tanto per andare chissà dove, questa sera dovranno tornare a casa. Dunque faticano per niente”. 😀

Oggi, mentre leggevo un libro sul Medioevo e stavo riflettendo sull’ideale della stabilitas, non ho potuto fare a meno di ripensare alle sue affermazioni. Ecco, se dovessi collocarlo con la fantasia in un’altra epoca storica, sceglierei senza dubbio i secoli dell’Alto Medioevo.

Associazioni mentali


Sono stati e sono ancora moltissimi gli studenti italiani che detestano il povero Alessandro Manzoni a causa del romanzo I promessi sposi. Ricordo che io, invece, fin dalle scuole medie fui molto colpita dal personaggio dell’Innominato e, soprattutto, dalla descrizione della famosa notte della sua conversione. Sono sempre stata attratta dalle figure complesse sotto il profilo psicologico e l’interiorità dell’Innominato, uomo malvagio che giunge alla completa redenzione dopo una profonda sofferenza, è descritta da Manzoni con una maestria tale da renderla, per me, indimenticabile.

Questa sera, un’associazione mentale rapida e improvvisa mi ha indotta a pensare all’opera manzoniana e, subito dopo, all’Innominato. Tutto ha avuto inizio dal ricordo di N., un ragazzo che conobbi molti anni fa. Durante una delle nostre ormai mitiche liti – ebbene sì, fu un rapporto assai burrascoso – una copia dei Promessi sposi, incolpevole e immobile spettatrice dell’ira di quei momenti scomposti, volò. Che significa? Che uno di noi due la lanciò.

Dunque, ricapitolando: N., lite, lancio del romanzo I promessi sposi e Innominato. Questa è l’associazione mentale che mi ha trasportata verso la splendida figura manzoniana, a dimostrazione del fatto che persino un litigio può assumere, attraverso tortuose vie, interessanti risvolti culturali. 😀

Immagino che alcuni lettori – specialmente alcune lettrici – vorrebbero forse ora conoscere qualche dettaglio in più a proposito di questo misterioso N. Sorge allora l’inevitabile dilemma: parlo o non parlo? Mhm…Mettiamola così: un luogo comune estremamente popolare c’insegna che il primo amore non si scorda mai. Naturalmente non è per tutti vero; però nel mio caso lo è.

L’ora del tè


Certo, non sempre è possibile. Ma, quando il tempo non è tiranno, concedersi questo piccolo rito è un piacere intenso come pochi. Alcuni lo preferiscono in compagnia; altri, come me, hanno il vizio d’amarlo in solitudine. Del resto, è un modo elegante e un po’ defilato per ritrovare se stessi.

Non importa la stagione. Può essere un tiepido pomeriggio di primavera, col sole allegro e sornione a filtrare nella stanza, o uno struggente pomeriggio autunnale, col primo freddo a procurare brividi inattesi e il lamento della pioggia oltre le finestre. Che poi sia il gelo dell’inverno a pretenderlo scuro e bollente, o il fuoco dell’estate a desiderarlo freddo e persino stuzzicante, non interessa.
A contare è soprattutto il rito, la rassicurante ripetizione, la pausa dal mondo, la porta chiusa a lasciarsi alle spalle il chiasso e le insopportabili recite e le eterne ipocrisie.
A me bastano un libro e il silenzio ad accompagnare l’ora del tè.

Letture


Ho iniziato a leggere i racconti della scrittrice neozelandese Katherine Mansfield (1888-1923). Desideravo farlo da tempo e ora che ho cominciato mi sento stranamente eccitata, come se mi trovassi al principio di un’avventura stimolante dalla quale aspettarmi soltanto gradite sorprese. Ieri sera ero talmente contenta di leggere questi racconti che non ho abbandonato il libro fino alle due e un quarto di notte. Il risultato di tanto entusiasmo è stato però un bel mal di testa oggi pomeriggio.

Adesso è quasi mezzanotte e, mentre sto beatamente scrivendo, ogni tanto i miei occhi cadono sul volume che è qui vicino a me. Se dovessi seguire questo tremendo istinto che talvolta mi rende schiava e prigioniera, trascorrerei l’intera notte a leggere e a scrivere. Ma ora il mio corpo si ribella, inviandomi chiari segnali e fermi ammonimenti: comprendo di dovermi sottomettere alle sue esigenze di riposo e perciò, anche se a malincuore, decido di andare a dormire. In fondo, mi sforzo di essere saggia e soprattutto prudente.