In casa, a leggere

L’isolamento forzato, dovuto al Coronavirus, può essere un’ottima occasione per leggere. Leggere buoni romanzi, ad esempio, perché, grazie a essi, si possono imparare innumerevoli cose sugli uomini, sulle donne e sull’esistenza. I bei romanzi, proprio perché scritti bene, hanno in sé lo straordinario potere di elevarci intellettualmente e moralmente; e allora sono occasioni da non lasciarsi sfuggire.

Ubriacarsi di notte in un pub no, non ci eleva da nessun punto di vista; al contrario, ci degrada al rango di bestie. Leggere, invece, sì, leggere fa sempre la differenza: significa imparare a parlare, a scrivere, a riflettere, a guardare il mondo e le persone con occhi nuovi, a porsi problemi, a inventare soluzioni. E significa non sentirsi mai soli, perché leggere implica aprire un dialogo con scrittori e scrittrici, creare con loro una relazione salda.

E poi i bei libri non ci tradiscono mai. Sono sempre lì, a nostra disposizione, pronti a farci compagnia in ogni momento, eternamente fedeli.

Qualche breve riflessione sull’arte di scrivere

In  questi  giorni – più  che  altro  nel  poco  tempo  libero  che  ho  a  disposizione –  sto  valutando  un  romanzo  inedito. Devo  scriverne  un  commento  dettagliato, soffermandomi  su  tutti  i  suoi  aspetti: fabula, intreccio, personaggi, ambientazione, stile  e  così  via. Come  lavoro  mi  piace  moltissimo, ma  sto  sperimentando  tutta  la  fatica  che  si  prova  nel  doversi  soffermare  attentamente  su  un  testo  pieno  di  difetti  stilistici. Fra  le  altre  cose, ciò  che  mi  stupisce  è  trovare  nell’opera  numerosi  suoni  onomatopeici, quelli  presenti  in  abbondanza  nei  fumetti  di  Paperino  e  Topolino, tipo  sniff, crash, cling, patapuffete  e  moltissimi  altri.

Approfitto  di  questa  mia  esperienza  per  fare  qualche  osservazione  a  proposito  della  difficilissima  arte di  scrivere. In  generale, un’ottima  regola  cui  conformarsi  quando  si  vuole  scrivere  un  racconto  o  un  romanzo  è  cercare  di  essere  semplici, ossia  evitare  uno  stile  improntato  all’estenuante, continua  ricerca  di  metafore, immagini  e  similitudini  bizzarre. Inventare  immagini  strane, paragoni  troppo  arditi  e metafore  incomprensibili  non  significa  essere  originali  e  perciò  creativi; al  contrario, operando  in  questo  modo  si  rischia  di  scadere  nella  sciatteria  e  nel  vorrei  tanto  ma  non  posso. La  semplicità, quando  è  frutto  di  una  scelta  oculata  e  razionale, è  sinonimo  di  eleganza  ed  è  anche  il  risultato  di  una  buona  conoscenza  della  lingua  e  del  suo  uso. Si  è  semplici  e  ci  si  fa  capire  proprio  quando  si  è  padroni  della  lingua. E  soltanto  quando  si  è  davvero  padroni  della  lingua  immagini  e  metafore  esteticamente  gradevoli  emergono  senza  alcuno  sforzo; solo  quando  si  è  padroni  della  lingua  si  può  pensare  di  non  rispettare  più  determinate  regole.

Ma  questo  è  un  risultato  che  si  ottiene  esclusivamente  in  un  modo: leggendo  parecchio, leggendo  opere  scritte  bene, classici  della  letteratura, libri  che  molti  e  molte  snobbano  considerandoli  monotoni  o  pesanti  o  antipatici  perché  li  abbiamo  studiati  a  scuola  e  che  pizza! In  realtà, quei  libri  fanno  la  differenza  e chi  li  ha  letti  ha  appreso  cose  che  molti  ignorano, ossia  un  bagaglio  di  conoscenze  indispensabili  per  chiunque  voglia  cimentarsi  con  l’arte  della  scrittura.

Leggere durante l’estate

libri

Con  l’avvicinarsi  dell’estate, mi  tornano  in  mente  le  vacanze  trascorse  da  adolescente, quando  la  stagione  calda  era  amatissima  perché  significava  uscire  tutti  i  giorni, incontrare  amiche  e  amici, abbandonare  a  lungo  la  città. Durante  quelle  estati  che  sembravano  colme  di  promesse, lessi  molto, moltissimo. In  genere, a  partire  da  maggio  compilavo  liste  di  libri – classici  della  letteratura – per  poterli  leggere  con  calma  una  volta  terminato  l’anno  scolastico. E  sono  felice  di  averlo  fatto, perché  ora  non  ho  più  tutto  quel  tempo  a  disposizione.

Ecco  che, allora, se  dovessi  dare  un  consiglio  alle  persone  più  giovani, le  inviterei  senz’altro  ad  approfittare  dell’estate  per  leggere, leggere, leggere. Leggere  anche  quei  libri  che  sono  definiti  mattoni, quelli  che  spesso  non  si  ha  neppure  voglia  di  nominare. Non  ha  importanza  se  poi  non  si  riesce  a  finirli  e  si  decide  di  interromperne  la  lettura: tutti  noi, almeno  una  volta, abbiamo  abbandonato  un  libro  giudicandolo  insopportabile  e  ciò  non  è  una  colpa. Quello  che  conta  è   cominciare  e  provare. Io, ad  esempio, non  ho  mai  finito  di  leggere  la  Coscienza  di  Zeno, opera  di  Italo  Svevo. Ho  tentato  per  tre  volte  di  dispormi  quietamente  alla  sua  lettura, ma  niente  da  fare, dopo  circa  50  pagine  ho  sempre  abbandonato. E  non  me  ne  vergogno: evidentemente  io  e  Svevo  non  andiamo  molto  d’accordo. Di  Svevo  ho  preferito  Senilità.

Un  altro  libro  che  mi  fece  soffrire  fu  La  Certosa  di  Parma  di  Stendhal. Lo  lessi  a  quindici  anni, impiegai  soltanto  due  giorni  per  finirlo  tutto, ma  ammetto  che  obbligai  me  stessa  a  non  abbandonare  quelle  pagine. Nello  stesso  periodo, lessi  Resurrezione  di  Tolstoj  e  lo  completai  senza  sforzo  e  con  piacere, pur  essendo  un  romanzo  considerato  pesante. Tutto  questo  per  dire  che  ciascuno  ha  i  propri  gusti  e  le  proprie  idiosincrasie.

Leggere  bei  libri  permette  di  ampliare  i  propri  orizzonti  mentali, di  conoscere  mondi, personaggi, credenze, sentimenti  e  valori  diversi  dai  propri. In  altre  parole, significa  arricchire  enormemente  la  propria  esperienza  anche  sul  piano  emotivo. E  consente  di  imparare  a  scrivere  e  a  pensare. Perciò  gli  studenti  dovrebbero  leggere  approfittando  dell’estate  e  del  fatto  che, a  una  certa  età, le  giornate  sembrano  lunghissime, come  se  non  volessero  finire  mai, soprattutto  quando  le  notti  sono  brevi  e  le  ore  di  luce  appaiono  interminabili.

Naturalmente, da  giovanissimi  bisogna  anche  divertirsi, soprattutto  durante  l’estate. Non  è  sprecato  il  tempo  che  si  trascorre  con  amiche  e  amici  a  chiacchierare  e  a  inventarsi  qualsiasi  cosa  pur  di  sentirsi  spensierati  e  allegri. Anzi, è  indispensabile  farlo. Però  ci  si  può  divertire, si  può  scherzare, si  può  giocare, si  può sognare  e, nello  stesso  tempo, si  può  trovare  il  tempo  per  leggere  buoni  libri.

Il primo appuntamento non si scorda mai?

appuntamento

Dopo  circa  venti  giorni  d’assenza  causati  dal  gran  caldo,  ricomincio  ad  aggiornare  il  blog  con  regolarità. Gli  argomenti  non  mancano  mai, anche  se  non  è  facile  sceglierli. Ma  siccome  siamo  in  piena  estate  e  agosto  è  un  mese  in  cui  è  impossibile  essere  o  sentirsi  troppo  seri, l’istinto  mi  induce  a  scrivere  frivolezze. Ieri  una  mia  conoscente, in  vena  di  chiacchiere  da  salotto, mi  ha  chiesto  quando  ho  ricevuto  per  la  prima  volta  un  invito  da  parte  di  un  ragazzo. Il  cosiddetto  primo  appuntamento, insomma. E  allora, trattandosi  di  un  argomento  leggero  e  spensierato, lo  riporto  sul  blog.

Ebbene, la  prima  volta  in  cui  ricevetti  un  invito  in  piena  regola  fu  alla  tenera  età  di  dodici  anni.  Accadde  a  scuola, durante  l’ora  di  matematica. Un  mio  compagno  di  classe, che  sedeva  nel  banco  davanti  al  mio, si  girò  d’improvviso  e, con  un  sorrisetto  furbo, mi  disse: “Perché  non  usciamo  insieme, un  pomeriggio, per  andare  a  passeggiare  in  centro  e  comprarci  un  gelato?”. Io  rimasi  muta  e  con  gli  occhi  sbarrati, incredula  e  sbigottita. Poi, siccome  all’epoca  non  usavo  mezzi  termini, gli  risposi  torva: “Ma  sei  pazzo?”. E  lui, di  rimando,  disse  un  po’  seccato: “Ecco, ho  capito! Se  hai  paura  a  uscire  da  sola  con  me, facciamo  venire  anche  Paolo  con  la  tua  amica  Isabella  e  usciamo  in  quattro!”. Paolo, che  era  seduto  nel  banco vicino  a  lui  ed  era  più  morto  che  vivo, aprì  con  fatica  gli  occhi  e  borbottò  qualcosa  di  incomprensibile. Sì, perché   a  scuola  Paolo  trascorreva  tutto  il  tempo  a  dormire – fisicamente, non  metaforicamente –  ed  era  assai  raro  che  comprendesse  un  discorso  nella  sua  interezza. Anzi, la  cosa  divertente  è  che  i  due – il  mio  ‘corteggiatore’  e  Paolo – stavano  sempre  insieme  proprio  perché  estremamente  diversi: uno  vivacissimo, iperattivo, sfacciato  e  quasi  delinquente, e  l’altro  sempre  mezzo  addormentato, passivo, bisognoso  di  qualcuno  che  lo  spronasse  a  muoversi.

Ora  non  ricordo  più  cosa  dissi  esattamente  a  proposito  dell’idea  di  uscire  in  quattro; ricordo  solo  che  declinai  l’invito  senza  troppa  cortesia. E  non  fui  cortese  perché  costui, in  realtà, essendo  in  piena  crisi  ormonale, tendeva  a  molestarmi  parecchio. E  allungava  un  po’  troppo  le  manine, cosa  che  io  non  tolleravo. Aveva  anche  preso  l’abitudine  di  telefonarmi  tutti  i  giorni  alle  13:15  circa, ossia  appena  arrivati  a casa  dopo  la  scuola. Mi  chiamava  proprio  mentre  iniziavo  a  mangiare: non  facevo  neppure  in  tempo  a  inghiottire  il  primo  boccone  che  il  telefono  cominciava  a  squillare  e  costui  mi  chiedeva  se  avessi  fatto  i  compiti. Ora, come  chiunque  può  comprendere, era  impossibile  che  io  li  avessi  fatti; ma  ovviamente  si  trattava  di  una  scusa  per  chiamarmi. Lui  poi  non  aveva  alcun  problema  con  i  compiti  scolastici, anzi, aveva  eliminato  il  problema  alla  radice, visto  che  non  studiava, non  scriveva, non  apriva  i  libri. Alle  13:30, dopo  aver  mangiato, correva  subito  nella  nostra  parrocchia  perché  lì  c’era  il  campo  sportivo  e  poteva  giocare  a  calcio, oltre  a  fare  altre  cose, cioè  disturbare  il  suo  prossimo, attività  nella  quale  era  un  autentico  campione.

Al  di  là  di  ciò, il  dato  interessante  è  che  un  tipo  così  vivace  e  sfacciato  fosse  attirato  da  una  come  me: io, a  quell’epoca, ero  silenziosa, riservata, sognatrice  e  tranquilla. Certo, sapevo  essere  vivace  anch’io, ma  con  modalità  del  tutto  differenti  dalle  sue. Perciò  fui  molto  infastidita  dalle  attenzioni  di  questo  soggetto  tanto  scatenato.

E  voi  ricordate  ancora  il  primo  appuntamento  dato  o  il  primo  invito  ricevuto?

Tracce di Medioevo


Molti sono solerti nel chiedere ma lenti nel restituire […]inoltre sciupano i libri maneggiandoli con poca cura. Avviene persino che chi riceve un libro in prestito lo passa poi a un altro e questi a un terzo, in modo che alla fine non si sa più a chi chiederlo […]. Per molti motivi dunque non si può rimproverare chi non presta libri.

A parlare così è Bonaventura da Bagnoregio (1217ca-1274), il più grande rappresentante, nel XIII secolo, della tradizione filosofica agostiniana influenzata dalla spiritualità francescana.
Le parole di Bonaventura non devono stupirci: in qualità di docente universitario, infatti, ha diretta esperienza dei rischi che si corrono prestando i libri di testo agli studenti. D’altra parte Bonaventura vive e insegna nel Duecento, ossia in un’epoca in cui le biblioteche universitarie sono già ben fornite, e la rinascita degli studi, accompagnata e stimolata dal fenomeno delle grandi traduzioni dal greco, dall’arabo e dall’ebraico, ha cambiato il volto culturale dell’Europa.

In questo periodo, i libri sono oggetti particolarmente preziosi a causa della lenta elaborazione che richiedono. Da una pelle di pecora si possono ricavare fra i due e i sedici fogli di carta pergamena, a seconda del formato scelto. A costare, però, è soprattutto il duro lavoro dei copisti, che al massimo riescono a copiare due o tre fogli al giorno, e solo se sono bravi.
In realtà, nel XII secolo è già comparsa in Spagna la carta fatta con gli stracci; ma, come spesso avviene per le novità, è guardata con diffidenza dagli studiosi in quanto più fragile della pergamena, e occorre quindi attendere il Trecento perché cominci a diffondersi anche negli altri paesi europei.

Ieri, mentre mi trovavo alla Feltrinelli, non ho potuto fare a meno di riandare con la mente al Medioevo. Di fronte alla notevole quantità di libri a nostra disposizione e alle tante edizioni, anche economiche, fra le quali possiamo scegliere, ho pensato ai copisti medievali chini sui fogli di carta pergamena, impegnati a tramandare faticosamente un sapere che, senza il loro instancabile impegno, sarebbe svanito per sempre.

Fra passato e presente


Ho aperto un mio vecchio libro di letteratura greca che risale al liceo, e ho trovato un foglio. Lo scrissi a diciassette anni, probabilmente a scuola, e poi lo abbandonai fra le pagine del volume: si tratta di uno schema sull’Edipo re di Sofocle, probabilmente elaborato in vista di un’interrogazione. A colpirmi è stato il titolo in alto, sul foglio a righe ancora perfetto e non sgualcito, come se fosse stato scritto ieri. Quel titolo, infatti, racconta molto di me, nonostante sia composto da due parole soltanto: schema strategico. C’è quasi tutto in queste due parole: ironia, desiderio di sdrammatizzare, un vago senso di noia e d’inquietudine. E i tre fiori che disegnai alla fine del titolo confermano i miei pensieri.
Forse scoprire questo è rassicurante: continuo a riconoscermi in certi piccoli dettagli, continuo a essere la stessa nonostante il tempo implacabile nel suo trascorrere.

Apro poi un quaderno con gli appunti di filosofia. Anch’esso risale al quarto anno di liceo. Qui mi riconosco in pieno: nella prima pagina, infatti, disegnai due gatti a cui diedi addirittura i nomi Silvestrino e Silvestrina.
Sfoglio le pagine e dopo i gatti trovo Copernico, Keplero e Galileo. Terminati gli appunti su Galileo, scrissi: Galileo fa il furbetto e canta una canzone di Madonna. Immagino che queste parole debbano essere associate a un momento di grande stanchezza e di desiderio d’evasione. Chiedo scusa a Galileo, ovunque si trovi ora, nel Nulla o fra le stelle.

Davanti a me ho anche il quadernone di letteratura italiana del medesimo anno. Lo sfoglio velocemente, arrivo a Machiavelli e mi viene da ridere perché vicino al suo nome scrissi: ma Stefan è meglio. Arguisco che all’epoca consideravo questo Stefan più affascinante del buon Machiavelli. Noto poi che il nome Stefan ricorre più volte e in un caso è associato alla parola vichingo: w Stefan il vichingo!

Adesso non scrivo nulla del genere su libri e quaderni. Eppure qualcosa mi dice che non sono cambiata molto: come sfondo, sul desktop del mio pc, ho infatti l’immagine di un bell’uomo. Non si tratta di Stefan, ma il concetto è il medesimo.

(La foto è tratta da:http://www.paolodimaio.altervista.org/)

Frammenti di Medioevo (I)


Nell’Alto Medioevo, il crollo delle possibilità materiali si accompagna a una caduta in condizioni di vita elementari e a una chiusura degli orizzonti mentali, fattori che conducono a una rarefazione della cultura. In questa situazione, la preoccupazione fondamentale consiste nel trovare una forma di comunicazione che renda possibile la conservazione e la trasmissione di un sapere già acquisito.
Si diffonde così il genere enciclopedico, utile per conservare nozioni che altrimenti verrebbero dimenticate.

Sono vari gli autori che hanno contribuito a salvare definizioni e concetti della cultura pagana, trasmettendoli ai posteri. Nell’opera intitolata De doctrina christiana, ad esempio, Agostino (354-430) propone un inventario dei contenuti della cultura antica che saranno poi ripresi dalle enciclopedie dei secoli successivi.
Consapevole della decadenza culturale dei suoi tempi, Boezio (480ca-525ca) elabora un progetto ambizioso che, almeno negli intenti, può essere considerato enciclopedico: tradurre tutte le opere di Platone e Aristotele perché non vengano dimenticate. La morte prematura non gli consente di condurre a termine il suo progetto, eppure l’atteggiamento di Boezio nei confronti del mondo classico è già “medievale” perché colmo di nostalgia.

Quando Isidoro (570-636), vescovo di Siviglia, compone le sue Etimologie, la situazione politica in Spagna è relativamente tranquilla, essendo il regno visigoto abbastanza compatto. Tuttavia il clero e i funzionari del regno non sono particolarmente dotti e ciò fa comprendere l’importanza, in questo contesto, dell’opera enciclopedica di Isidoro, che sarà presente in tutte le maggiori biblioteche del Medioevo: non a caso, a noi ne sono giunte più di mille copie manoscritte.
Nelle Etimologie, Isidoro raccoglie una grande quantità di nozioni appartenenti alla cultura classica, oltrepassando il tradizionale schema del trivio e del quadrivio, cioè delle discipline liberali (grammatica, dialettica, retorica, aritmetica, geometria, musica e astronomia). Nell’opera di Isidoro, infatti, si parla anche di medicina, botanica, anatomia, mineralogia, zoologia, agronomia, architettura e altro ancora. Il metodo utilizzato dal vescovo per raccogliere le varie nozioni è quello grammaticale, e la sua convinzione fondamentale è che, risalendo alle etimologie delle parole, si possa cogliere il reale significato delle cose cui esse si riferiscono.
Visto il regresso culturale di questo periodo, l’opera costituisce un importante lavoro di ricostruzione della lingua latina in funzione politica e cristiana.

Nel VII e nell’VIII secolo, il clima culturale è senz’altro più vivace in Irlanda e in Gran Bretagna. Beda il Venerabile (673-735), uno degli uomini più dotti dell’Alto Medioevo, monaco nel monastero di S. Paolo a Jarrow, scrive il suo De rerum natura sul modello delle Etimologie di Isidoro. L’opera è una raccolta sistematica di notizie di carattere geografico, storico e scientifico.
Conosciuto per i suoi studi sui calcoli aritmetici, oltre ad altri testi Beda scrive anche la Historia ecclesiastica gentium anglorum, in cui introduce nella storiografia un calcolo dei tempi basato sull’inizio dell’epoca cristiana, ossia ab anno Domini.
Esattamente come Isidoro, quindi, Beda fornisce ai posteri alcuni indispensabili strumenti per il proseguimento degli studi.

In questi secoli, gli unici veri centri di cultura sono i monasteri, dove vengono conservati e copiati testi dell’antichità classica e dei Padri cristiani. Basti pensare che il più antico manoscritto delle Etimologie di Isidoro è di mano irlandese e si trova al monastero di S. Gallo.

Duoda

medioevo
Non si conosce con esattezza la sua data di nascita, che però può essere collocata all’inizio del IX secolo, in piena età carolingia. Non si conosce neppure con precisione il luogo di nascita, che potrebbe essere il sud della Francia oppure la Catalogna. Sappiamo però che è moglie di Bernardo di Septimania, cugino di Carlo Magno.

Carlo Magno promuove una riforma degli studi, incentivandoli: favorisce la nascita di scuole presso monasteri e sedi vescovili e chiama il più grande dotto dell’epoca, il monaco Alcuino di York, a dirigere il suo programma culturale. Alla corte di Aquisgrana nasce la schola palatina, destinata all’educazione dei figli della nobiltà; lo stesso Carlo, secondo il biografo Eginardo, dà il buon esempio applicandosi allo studio delle arti liberali. Mostra un interesse spiccato per l’aritmetica e l’astronomia, mentre, a quanto pare, non sa scrivere.

Ma le donne sono escluse da tutto questo perché non possono frequentare scuole. Eppure Duoda, moglie di Bernardo di Septimania, è istruita. A un certo punto della sua vita viene relegata nel sud della Francia, a Uzès, dove scrive il suo Liber manualis dedicandolo al primogenito Guglielmo. Il Manualis è composto in versi e prosa, è caratterizzato da una struttura complessa ed è diviso in undici libri.
Nel Manualis, Duoda si sofferma sui comportamenti che il buon principe deve adottare nei confronti delle persone che lo circondano, e sulle virtù che deve praticare per essere degno della sua posizione.

A colpire il lettore, nonostante il latino talvolta scorretto, è la disinvoltura con cui Duoda padroneggia le sue fonti, sia cristiane sia pagane, e la presenza, nell’opera, dell’aritmetica e di una simbologia dei numeri accompagnate da esercizi di calcolo. A un certo punto, Duoda afferma:
I calcolatori esperti contano fino a 99 con le dita della mano sinistra, ma quando arrivano al totale, 100, per questo numero alzano con gioia la mano destra […]. Figlio mio, la mano sinistra significa la vita presente mentre la mano destra allude alla vera e santa patria celeste. Possa tu dunque arrivare a cento anni!“.

Fa piacere ricordare, sia pure brevemente e in maniera inadeguata, una figura femminile che oggi incontriamo in alcuni manuali di storia della filosofia medievale. Suscita persino un po’ di tenerezza trovarla lì, improvvisamente, da sola, mentre studiamo i temi più dibattuti dai pensatori dell’età carolingia e ovviamente incontriamo soltanto nomi maschili. Suscita tenerezza apprendere che anche lei, pur distante dalle scuole e rinchiusa in un castello, lontana da tutti e da tutto, scrive un’opera complessa nella quale dimostra di aver studiato molto.

Duoda, fragile e sottomessa moglie di un cugino del Sacro Romano Imperatore, non avrebbe mai immaginato che quell’opera dedicata con affetto al figlio Guglielmo sarebbe passata alla storia. Ma invece è successo e io, come donna, ne sono lieta.

(L’immagine è tratta da:
http://www.ub.edu/duoda/diferencia/html/it/galeria.html)

Mia cugina Rachele

Trama

Ambrose Ashley, un ricco proprietario terriero che vive in Cornovaglia insieme al nipote adottivo Philip, parte per l’Italia in seguito a problemi di salute. A Firenze conosce Rachele, una sua lontana parente  rimasta vedova in giovane età. Improvvisamente, Philip riceve una lettera che annuncia  il  matrimonio  tra  Ambrose  e  questa  donna.

Dopo poco più di un anno dalle nozze, Ambrose si ammala gravemente e in breve tempo muore a Firenze. Philip inizia così a nutrire alcuni sospetti nei confronti di Rachele, che considera responsabile di questo improvviso decesso. Ma quando la donna giunge in Inghilterra, Philip è costretto a ospitarla e, contrariamente a ogni sua aspettativa, ne rimane affascinato.
Durante il  soggiorno in Cornovaglia, la personalità di Rachele si rivela complessa e a tratti sfuggente. Capace di tenere manifestazioni d’affetto ma anche di repentini scatti d’ira, enigmatica, elegante e raffinata, saggia e ironica, dolce ma nel contempo autoritaria, a poco a poco manifesta uno dei suoi difetti maggiori: la prodigalità. A volte sembra disinteressata nei suoi sentimenti verso Philip, altre volte, invece, appare fredda e calcolatrice. Instaura così un rapporto ambiguo con il ragazzo, che ne resta talmente soggiogato da perdere completamente la testa e da diventare fin troppo generoso nei suoi confronti.
Ma certe lettere di Ambrose, scritte durante la  malattia e trovate per caso dal nipote, gettano terribili ombre sulla figura di Rachele, ombre che, unite alla passione frustrata di Philip e al non limpido comportamento della donna, conducono a un tragico epilogo.

 

Commento

Mia cugina Rachele (1951) è un romanzo di Daphne Du Maurier. Due sono i pregi fondamentali di quest’opera: la sapienza con cui è tratteggiata l’affascinante e pericolosa ambiguità di Rachele, tanto che è impossibile comprendere se sia stata davvero responsabile della morte del marito, e la bravura con cui viene mostrata la natura puramente soggettiva della passione amorosa, tale da trasfigurare l’immagine della persona amata in un ideale che non trova corrispondenza nella realtà.

Non ci sono sbavature: ricostruzione ambientale ed elaborazione della psicologia dei personaggi sono ottime, e ottima è la capacità dell’autrice di costruire la suspense. Lo stile fonde in modo impeccabile una notevole capacità descrittiva con belle suggestioni poetiche. Il finale è un colpo al cuore, tragico e commovente, pesante come un macigno e indimenticabile.

Dal libro è stato tratto anche un bel film del 1952, intitolato come il romanzo e interpretato da Richard Burton e Olivia De Havilland.

 

Perché leggere questo romanzo

– perché consente di comprendere bene e senza annoiarsi la psicologia di una donna narcisista e manipolatrice.

-perché è affascinante immergersi in un’atmosfera ottocentesca e romantica, fatta di remote dimore patrizie, di forti passioni e di giornate scandite da riti che non trovano più spazio nella nostra quotidianità. Ma non si tratta di un romanticismo da quattro soldi, ossia di quel ciarpame diseducativo, tipico dei romanzi rosa di bassa lega, che dipinge mondi e relazioni inesistenti; al contrario, qui la trama mostra con tagliente efficacia i troppi rischi connessi al distacco dalla realtà, e il prezzo che ne consegue.

-perché tutti i personaggi, anche quelli minori, sono tratteggiati con tale maestria da assumere la consistenza di persone in carne e ossa.

-perché è bene lasciarsi trasportare da una narrazione lenta, avvolgente, scorrevole ma tale da richiedere anche attenzione. In un mondo come il nostro, disastrosamente incentrato sul mordi-e-fuggi in ogni ambito dell’esistenza, sulle relazioni liquide e sulla velocità a tutti i costi, è bene recuperare la capacità di soffermarsi sui particolari. Le buone letture c’insegnano anche questo.

-perché il finale racconta molto dell’inevitabile ambiguità che sempre percorre i rapporti umani.

Via col vento

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Chi non ha mai visto questo film? Chi non conosce l’ormai mitico Via col vento? Qui mi soffermo però sul libro di Margaret Mitchell da cui è tratta l’opera cinematografica.

Prima di tutto, a differenza del film, nel libro il rapporto tra l’intrepida, opportunista ed egocentrica Rossella O’Hara con l’avventuriero Rhett Butler è intenso, ricco di sfumature, di dialoghi accattivanti, di situazioni piacevoli e provocanti. In maniera particolare, poi, è la figura di Rhett a essere assai meglio delineata nel libro rispetto al film: opportunista, amante del lusso e della bella vita, a volte sbruffone, capace di guardare in faccia la realtà e di chiamare le cose con il loro nome, ma anche intelligente, acuto, simpatico, dotato di spirito cavalleresco.

Rhett Butler è sinceramente innamorato di Rossella, ma nel contempo consapevole che costei, qualora lo sapesse, se ne approfitterebbe per sottometterlo e maltrattarlo. Da qui il suo corteggiamento fatto di malizia, di parole soffocate, di astuzie, di punzecchiature, tutto nel vano tentativo di farla capitolare. Scopriamo anche che Rhett fa da cavalier servente a Rossella in numerose occasioni, le presta persino il denaro per aprire la segheria ad Atlanta, l’accompagna per proteggerla quando, incinta del secondo marito Frank Kennedy, osa guidare il calessino da sola per occuparsi dei suoi affari. La incoraggia, la comprende, l’ammira per la sua abilità negli affari, pur essendo conscio del suo egoismo e della sua insensibilità. Tenero e cinico, realista e romantico, simpatico e sornione, Rhett Butler è in fondo capace di grande saggezza.
Il finale del libro, rispetto a quello del film, è più amaro, duro e ambiguo: Rhett è non solo stanco ma completamente indifferente a Rossella e l’abbandona con convinzione.

Nel libro anche la figura di Melania Hamilton, l’odiata rivale di Rossella, appare più complessa e interessante rispetto a quella del film. Melania infatti è sì buona, dolce, altruista, ma nel contempo è anche una donna forte, pur nella sua timidezza, una donna coraggiosa che aiuta Rossella in molte occasioni, che diventa audace e attiva quando deve salvare le cose e le persone che ama, che costituisce addirittura un punto di riferimento essenziale per la nobiltà decaduta di Atlanta. Quando Melania muore, Rossella è disperata perché si accorge di aver perso non solo un’ottima amica, ma anche una persona forte sulla quale poter contare concretamente nei momenti di difficoltà.

Il libro descrive in maniera approfondita la mentalità degli uomini e delle donne del Sud, il loro fiero patriottismo, il loro atteggiamento nei confronti dei disprezzati vincitori della guerra civile, le distinzioni di classe, i rapporti con gli schiavi, i riti e i meccanismi che mantengono in vita l’equilibrio della loro civiltà ormai al tramonto.
L’opera mostra come non esista mai una netta distinzione fra bene e male, fra buoni e cattivi, fra giusto e ingiusto; inoltre sottolinea, una volta di più, i tanti compromessi che occorre accettare per poter sopravvivere e la necessità di adattarsi al mutevole divenire delle cose, la necessità, a volte anche crudele ma ineludibile, di “crescere” e di abbandonare gli ideali dell’adolescenza. Chi non sa reagire ai cambiamenti, infatti, chi resta inerte e legato ai ricordi di un passato che non potrà mai più tornare, è fatalmente destinato al fallimento. E per vivere e trionfare sulla morte e sull’orrore occorre “sporcarsi” con tutti gli aspetti della realtà.
Al di là di tutto, questo libro è un inno alla vita, un invito all’ottimismo, alla speranza e all’apertura nei confronti del futuro, secondo il più autentico spirito americano.
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