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Posts Tagged ‘libertà’

Quando  trascorrevo  le  lunghe  vacanze  estive  in  appennino, uno  dei  miei  passatempi  favoriti  era  allontanarmi  da  casa  per  girovagare  da  un  paese  all’altro. Certo, non  era  così  semplice: a  dodici  o  tredici  anni  non  avevo  i  mezzi  per  scorrazzare  da  sola  e  a  sazietà  sulle  vette  montuose. Avevo  però  una  cugina  più  grande  di  me  di  quattro  anni  e  così, complice  la  sua  Vespa  fiammante, quando  i  nostri  genitori  dormivano  o  erano  distratti  filavamo  via  in  silenzio  per  dirigerci  da  qualche  parte.

A  guidare  la  Vespa  ero  io, che  non  avrei  potuto  perché  ero  appena  dodicenne. Mia  cugina, però, seduta  dietro  di  me, cambiava  le  marce  e  vigilava. Ripensandoci  ora, mi  accorgo  che  guidavo  davvero  bene, perfettamente  a  destra, senza  neppure  un  attimo  d’incertezza, senza  il  minimo  sbandamento  neppure  nelle  curve, che  erano  tante; guidavo  bene  perché  non  temevo  nulla  e  amavo  la  velocità, con  quel  misto  di  coraggio  e  incoscienza  che  spesso  caratterizza  l’estrema  giovinezza.

Non  erano  viaggi  lunghissimi, ma  neanche  troppo  brevi: in  genere  percorrevamo  dieci  o  dodici  chilometri, ma  a  volte  ci  spingevamo  anche  molto  oltre. Passare  da  un  paese  all’altro  ci  regalava  un’enorme, gratificante  sensazione  di  libertà, accentuata  dal  percorrere  rapidamente  le  strade  e  le  curve  sinuose  e  dal  vento  che  ci  sferzava  il  corpo  e  i  capelli. In  quei  momenti  irripetibili  amavamo  l’estate  di  un  amore  folle, con  un’intensità  che, a  distanza  di  tanto  tempo, stupisce  e  forse  commuove. L’amavamo  talmente  da  sentircela  addosso  o  persino  dentro  di  noi, come  se  ci  avesse  invase  e  non  volesse  andarsene  più.

A  volte, nelle  nostre  corse  passavamo  attraverso  piccole  frazioni, luoghi  nei  quali  al  massimo  c’erano  quattro  o  cinque  case, e  ci  divertivamo  moltissimo  a  domandarci  perché  certi  minuscoli  agglomerati  avessero  un  nome,  quasi  non  meritassero  una  simile  dignità. La  cosa  buffa  era  che  anche  noi  provenivamo  da  una  semplice  frazione, circondata  tutt’intorno  da  numerosi  casolari; ma  in  realtà  prendevamo  in  giro  anche  il  nostro  paesello, con  l’arguzia, l’ironia  e  l’assenza  di  freni  tipici  di  quell’età. Del  resto, il  nostro  imperativo  era  divertirci  e  ogni  piccolo  dettaglio, anche  il  più  insignificante, diventava  una  buona  scusa  per  trastullarci  senza  remore.

Durante  le  nostre  gite, non  ci  ponevamo  il  problema  della  lontananza  da  casa  e  dell’irraggiungibilità  dei  nostri  parenti. Non  avevamo  cellulari  né  smartphone, e  quindi  per  noi  era  normale  non  essere  sempre, costantemente  connesse  col  mondo  intero; per  noi  partire  significava  davvero  allontanarci, porre  una  distanza, interrompere  rapporti, anche  se  momentaneamente. In  caso  di  bisogno, avremmo  telefonato  a  casa  da  un  bar, perché  anche  nelle  frazioni  di  montagna  si  trovava  sempre  un  bar  con  tavolini, telefono, gelati  e  merce  varia  assortita. E  più  i  bar  apparivano  spartani  più  mi  divertivo, perché  la  semplicità, in  vacanza, concorreva  a  formare  e  a  nutrire  quel  meraviglioso  senso  di  libertà  di  cui  non  mi  sentivo  mai  sazia. Quella  libertà  che, ai  miei  occhi, era  l’autentica  essenza  della  stagione  estiva, se  non  addirittura  la  sua  stessa  ragion  d’essere.

 

(L’immagine  allegata  al  post  è  tratta  da: http://www.mondodelgusto.it/territori/4946/il-territorio)

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Un attimo

Basta  un  attimo: d’improvviso  le  finestre  si  spalancano, il  vento  entra  nella  stanza  e  lo  sguardo  si  alza  verso  il  cielo, come  attratto  da  un  richiamo. Allora  tornano  altre  estati,  mentre  il  presente  si  dissolve  nell’aria  e  nel  caldo  torrido  per  divenire  desiderio  di  libertà, di  terre  lontane, di  altri  umori, di  nuovi  sapori.

Non  esiste  più  nulla  al  di  fuori  del  vento  e  degli  occhi  rivolti  all’azzurro  del  cielo.

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giugno1

Ogni  anno, al  principio  di  giugno, si  risvegliano  in  me  certe  memorie. Capita  così, d’improvviso, forse  persino  contro  la  mia  volontà: nella  mia  mente, compaiono  immagini  di  tanti  anni  fa  e  sensazioni  particolari – un  risvegliarsi  di  emozioni  sopite  o  represse. E  poi  sono  afferrata  da  un  profondo  desiderio  di  libertà, libertà  intesa  come  totale  assenza  di  catene.

Da  ragazzina, solo  una  volta  lasciai  la  città  nel  mese  di  giugno: avevo  dodici  anni  e  partii  per  il  mare  a  causa  di  una  bronchite  che  non  voleva  abbandonarmi. Si  trattò  di  una  partenza  imprevista, organizzata  molto  in  fretta. Ricordo  che  alloggiai  in  una  villetta  indipendente  molto  bella  e  ben  arredata. Ma, come  ho  scritto, si  trattò  di  un  caso  particolare  perché  io  ero  solita  lasciare  la  città  durante  il  mese  di  agosto. Del  resto, a  quei  tempi  agosto  era  ancora  il  mese  delle  vacanze  per  eccellenza, tanto  che, a  differenza  di  quanto  accade  ora, le  città  restavano  quasi  deserte.

A  proposito  di  città  semi-deserte, mi  viene  in  mente  che  un  mio  amico, durante  l’adolescenza, aveva  un’abitudine  particolare: a  Ferragosto,  lasciava  la  casa  al  mare  e  tornava  in  città  per  poter  girare  liberamente  in  bicicletta  mentre  il  centro  storico  era  vuoto. Mi  raccontava  che  era  bellissimo, per  lui, avere  le  strade  tutte  per  sé  e  potersi  muovere  in  bici  senza  dover  restare  a  destra  e  senza  rispettare  i  semafori. Si  sentiva  completamente  libero  e  quasi  padrone  della  città. Attualmente, niente  di  ciò  sarebbe  possibile  visto  che  la  città  non  è  mai  vuota, neppure  a  Ferragosto.

Memorie  e  desiderio di  libertà: giugno  mi  distrae  proprio  per  questi  motivi, perché  mi  assalgono  molti  ricordi  in  maniera  quasi  prepotente  e  vorrei  sentirmi  libera, completamente  libera  di  fare  e  disfare, senza  alcun  importante  dovere  da  rispettare, proprio  come  un’adolescente  piena  di  vita. Talvolta  mi  sento  in  colpa  a  causa  di  queste  sensazioni, ma  non  posso  governarle: sono  più  forti  di  me, come  un  fiume  in  piena  che  mi  assale  e  contro  cui  non  riesco  a  lottare.

E  voi  cosa  provate? Che  sentimenti  evoca  in  voi  questo  mese?

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Durante  l’infanzia, uscivo  molto  spesso  da  sola: passeggiavo, andavo  a  fare  la  spesa  in  alcuni  negozi  del  mio  quartiere, mi  muovevo  senza  paura  e  con  sicurezza. Ricordo  che  cominciai  a  fare  tutto  ciò  già  all’età  di  otto  o  nove  anni. Per  la  mia  generazione – e  non  parlo  certo  di  chissà  quanto  tempo  fa – era  un’abitudine  abbastanza  generalizzata: i  genitori  ci  fornivano  alcune  raccomandazioni  di  base, tipo  non  parlare  con  gli  sconosciuti, non  salire  in  macchina  con  nessuno, non  accettare  caramelle  o  altro  da  nessuno  e  avvertimenti  simili. Io, che  ero  sveglia  e  avevo  un  caratterino  già  molto  forte,  ascoltavo  e  poi  uscivo  senza  farmi  problemi. Però  la  società  era  molto  diversa – Modena  stessa  era  molto  diversa.

Io  abitavo  al  quartiere  Buon  Pastore, un’area  residenziale  tranquilla, non  degradata  e  dalla  quale  si  poteva  raggiungere  il  centro  storico  in  un   quarto  d’ora  di  cammino. Quando  io  e  una  mia  amica, ancora  bambine, uscivamo  da  sole, in  realtà  eravamo  comunque  in  compagnia, perché  le  persone  anziane  che  abitavano  nella  nostra  stessa  zona  costituivano  un  involontario  gruppo  di  controllo. Ad  esempio, dopo  aver  fatto  cento  metri  scarsi  di  strada, incontravamo  la  rezdora  che  viveva  in  un  condominio  poco  distante  dal  nostro  e  si  informava  su  cosa  stessimo  facendo  e  dove  stessimo  andando; poi, dopo  altri  cinquanta  metri,  magari  trovavamo  un  umarell  che  ci  fermava  per  scambiare  due  battute; per  non  parlare  poi  degli  anziani  che  stavano  nei  cortili  a  chiacchierare, non  perdevano  di  vista  la  strada  e  i  bambini  che  passavano,  e  non  erano  mai  avari  di  parole  nei  nostri  riguardi. Insomma, erano  persone  che  avevano  un  senso  della  comunità  ormai  inevitabilmente  scomparso, visto  che, nell’arco  di  due  decenni  scarsi, stili  di  vita, valori  e  mentalità  si  sono  profondamente  modificati. Non  m’interessa  farne  un  discorso  del  tipo  allora  si  stava  meglio; non  m’interessa  perché  so  bene  che, in  realtà, per  alcuni  versi  i  bambini  possono  stare  meglio  ora. Penso  però  che,  forse,  quella  libertà  di  uscire  e  di  muoversi  senza  preoccupazioni  in  una  città  tranquilla,  sia  stata  un  piccolo  privilegio.

Poi  mi  viene  da  sorridere  quando  penso  ai  tanti  divieti  cui  sono  stata  sottoposta, divieti  spesso  privi  di  senso  e  che  a  volte  mi  hanno  anche  penalizzata, come, ad  esempio, il  non  poter  uscire  di  sera  durante  l’adolescenza  e  anche  oltre. Insomma, tanti  divieti  durante  l’adolescenza  ma  piena  libertà  di  andare  a  spasso  per  la  città  quando  ero  molto  piccola. Ognuno  interpreti  come  vuole  questo  tipo  di  educazione. Io  la  considero  un  po’   incoerente, ma  tant’è: questa  è  stata  e  non  posso  modificarla. Qui  sotto, un’immagine  di  Viale  Buon  Pastore:

buon  pastore

(La  foto  è  di  Alessandro  Po  e  proviene  da: http://members.shaw.ca/raising/Modena.photos.htm)

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autunno10

Sono  felicemente  seduta  alla  mia  scrivania  e, mentre  scrivo, oltre  le  finestre  vedo  ancora  la  luce  del  pomeriggio  chiara, sicura  di  sé  ma  destinata  a  dissolversi  fra  poco  tempo. Oggi, infatti, il  sole   tramonterà  alle  17:13. Terminata  l’ora  legale abbiamo  il  piacere  di  rivivere, come  ogni  anno, la  naturale  brevità  dei  pomeriggi  d’autunno, quella  brevità  che  li  rende  ancora più  preziosi, piccole  oasi  di  luce  a  spezzare  la  costante  avanzata  del  buio.

La  nota  negativa  è  sempre  la  stessa: ottobre  sta  scivolando  via  troppo  in  fretta, le  giornate  sembrano  correre  a  una  velocità  cui  diventa  difficile  adeguarsi, almeno  a  livello  emotivo. Chi  ama  questo  mese  quanto  lo  amo  io – in  maniera  viscerale, quasi  fanatica – prova  sempre  un  moto  d’insopprimibile  tristezza  nel  vederlo  fuggire  con  tanta  rapidità: si  vorrebbe  che  la  sua  durata  fosse un’altra  e   che  si  presentasse  ogni  anno  in  tutti  i  suoi  risvolti – mille  colori  e  anche   mille  incertezze. Come  un  mosaico  cui  manca  sempre  qualche  piccola  tessera, un  mosaico  in  parte  invecchiato  dallo  scorrere  degli   anni  ma  intenso  nelle  sue  tante  sfumature.

Ottobre  assomiglia  a  un  diario, uno  di  quei  diari  dimenticati  in  qualche  cassetto  che  non  si  ha  il  tempo  di  aprire  ma  che, d’improvviso, in  qualche  giorno  di  pioggia  e  di  libertà, si  riscopre  e  si  legge  avidamente,  per  comprendere  il  passato  remoto  e  il  presente, per  chiarire  ciò  che  era  rimasto  oscuro, per  non  dimenticare.

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Voi che fareste?

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Si  provi  a  immaginare  la  situazione: ottobre, giornata  grigia  ma  non  troppo  scura,  pioggia  lenta  ininterrotta, malinconica  ma  tranquilla; e  tanto  tempo, libertà  totale  di  starsene  in  casa  o  di  uscire  senza  alcun  dovere  da  svolgere. Voi  che  fareste? Come  impieghereste  una  giornata  del  genere?

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La  prima  volta  che  ebbi  l’occasione  di  andare  al  Luna  Park  senza  mia  madre  fu  a  dodici  anni. Con  me  vennero  cinque  persone  fra  ragazzini  e  ragazzine:  tre  compagni  di  scuola  con  cui, alle  medie, ero  molto  affiatata, e  due  amichette  mie  vicine  di  casa. Da  brava  bambina, non  dissi  nulla  a  mia  madre  di  ciò  che  avrei  fatto  quel  pomeriggio,  per  evitare  di  vederla  ansiosa  e  piena  di  mille  paure:  non  desiderava, infatti, che  io  andassi  in  un  luogo  simile  senza  la  sua  presenza. Ma a  quell’età  scalpitavo  per  prendermi  qualche  piccola  libertà  e  non  avevo  alcuna  intenzione  di  perdere  la  possibilità  di  divertirmi  scatenandomi  senza  inibizioni  e  controlli. Così  mentii  sostenendo  con  disinvoltura  che  sarei  andata  al  parco  Tal  dei  Tali  con  alcuni  amici,  e  me  la  svignai  da  casa  con  moto  accelerato.  Era  una  bellissima  giornata  di  aprile, uno  splendore  di  primavera  dolcissima, ed  io  e  il  mio  gruppetto  eravamo  felici  come  lo  si  può  essere  quando  finalmente  si  pensa  solo  a  divertirsi, lasciandosi  alle  spalle  ogni  dovere.

Giunti  nel  luogo  tanto  agognato, cominciammo  a  fare  un  interessante  giro  di  ricognizione. Io, che  all’epoca  non  temevo  nulla, iniziai  subito  a  mettere  gli  occhi  su  tutte  le  giostre  più  ‘pericolose’  e  il  mio  sguardo  di  fuoco  cadde  presto  sull’Enterprise. Ne  ricordo  ancora  il  nome  perché  fu  un’esperienza  particolare: si  trattava  di  un’enorme  ruota  con  tante  navicelle  graziosamente  attaccate  e  tutte  penzolanti; dapprima  la  ruota  girava  su  stessa  lentamente  rimanendo  in  sicura  posizione  orizzontale, ma  poi   si  alzava  verticalmente  rispetto  al  suolo  e  i  soggetti  dentro  le  navicelle  giravano  beatamente  con  la  testa  all’ingiù. Attenzione, non  bisogna  confondere  questo  coso  con  la  Ruota  Panoramica, che  è  molto  più  tranquilla, sicura  e  monotona. Di  quest’ultima  non  ne  volli  sapere  perché, con  l’arroganza  dei  dodici  anni,  la  giudicai  adatta  a   gente  senza  sangue  nelle  vene  e  soprattutto  ai  pensionati. Mi  scuso  coi  pensionati, ovviamente, ma  purtroppo  a  quell’età  la  pensavo  così.

Siccome  su  ciascuna  delle   graziose  navicelle  c’era  posto  per  due, con  piglio  sicuro  e  voce  un  po’  prepotente – eh, che  ci  posso  fare? – chiesi  ai  cinque  del  mio  gruppo: “Chi  viene  con  me?”. Risultato: silenzio  di  tomba, sguardi  abbassati  e  tanta  incertezza. Le  due  ragazzine  non  ne  volevano  proprio  sapere, mentre  i  tre  maschietti  non  osavano  mostrare  la  propria  paura  e  prendevano  tempo, ma   si  capiva  che  avrebbero  preferito  andarsene  altrove. Fu  così  che  io  mi  rivolsi  a  Stefano, un  bravo  bambino  mio  compagno di  classe, e  tutta  giuliva  intimai: “Forza, vieni  con  me!”.  Il  poveretto  avrebbe  forse  potuto  rifiutare? Zitto  e  sottomesso   mi  seguì  prendendo  posto  dentro  il  coso  infernale, mentre  gli  altri   restarono  fermi  a  guardarci  incuriositi.

Una  volta  seduti  dentro  la  navicella, la  mia  gioia  infantile  non  ebbe  limiti. Appena  l’Enterprise  cominciò  a  girare, mi  sentii  entusiasta  e  piena  di  vita; quando  poi  si  alzò  in  verticale  aumentando  la  velocità, mi  sembrò  di  aver  toccato  il  cielo  con  un  dito:  vedere  il  mondo  tutto  capovolto  fu  un’esperienza  da  lasciarmi  senza  fiato.  Poi  il  giro  finì; ma,  a  una  come  me, tanto  amante  del  brivido,  poteva  forse  bastare  soltanto  un  giro? Certo  che  no.   E  così  ne  feci  un  altro  insieme  a  non  ricordo  chi.

Successivamente  fu  la  volta  delle  Montagne  Russe  e  subito  dopo  del  cosiddetto  Tokaido, una  specie  di  treno  scoperto  che  correva  forte  in  un  percorso  da  brivido   tipo  Montagne  Russe. In  questa  mia  frenetica  corsa  al  rischio, agevolata  dal   senso  di  eternità  che  sempre  accompagna  l’estrema  giovinezza, non  mancarono  divertimenti  più  tranquilli, tipo  la  visita  alla  cosiddetta  Casa  degli  Orrori, un’autentica  ciofeca: si  entrava  in  un  tunnel  buio  e, di  colpo, compariva  una  luce  a  mostrare  un  patetico  scheletro  di  gomma  e  un  mostriciattolo  di  cui  non  ricordo  le  sembianze. Quasi  inutile  aggiungere  che  uscii  dal  tunnel  disgustata  e  annoiata.

Di  quel  giorno  non  ricordo  altro, ma  i  fatti  che  ho  riportato  sono  ancora  vivi  nella  mia  mente  perché  rappresentarono  una  piccola  affermazione  di  libertà, fatta  attraverso  una  fuga  dall’universo  familiare  e  dalle  sue  restrizioni. Del  resto, il  processo  di  crescita  prevede  anche  queste  piccole  marachelle. E  per  finire, con  gioia  profonda  e  incomparabile  emozione  vi  mostro  l’indimenticabile   Enterprise:  🙂

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